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La ballata di un pugile

Ring

Si distese sopra il vecchio lettino dei massaggi, in un angolo dello spogliatoio, incrociando le mani dietro la nuca e guardò il soffitto offuscato dal vapore che s’alzava dalle docce in cui altri pugili si liberavano di sudore e stanchezza. Perline d’acqua luccicavano sulla fronte e avvolto nel suo accappatoio di spugna scolorito dal tempo si mise ad ascoltare i messaggi del proprio corpo, com’era abituato sin dal primo giorno in cui era entrato in palestra, tanti anni prima…

L’animo era rilassato, in pace con stesso e con il mondo, perché la fatica dell’allenamento regala il privilegio di dimenticare, per una breve parentesi giornaliera, la vita “vera”; poi sentì i polpacci che pulsavano, le piante dei piedi caldissime per l’interminabile piroettare tra le corde del ring, le spalle e le braccia appesantite da quintali di pugni lanciati e parati, le mani indolenzite e con la sensazione di gonfiore ormai abituale da tempo immemorabile, un vago sapore di sangue fuoriuscito timidamente da una scalfittura ad un labbro. Si domandò, allora, se fosse normale che un uomo di quasi 30 anni, con moglie e figli a casa, ancora si comportasse come il ragazzino che aveva un giorno deciso di diventare pugile. Se era giusto che, tra i mille problemi che la quotidianità presentava a lui e alla sua famiglia, perdesse ore e ore ad inseguire un sogno sempre più vago e improbabile. Se aveva un senso recarsi tutte le mattine al lavoro già stanco per la corsa all’alba, dovendo anche giustificare ai colleghi le ammaccature sul volto o la sconfitta subita o semplicemente la sua ostinazione a sopportare indicibili patimenti in cambio di quasi nulla. Sì, se lo domandava. Come quasi in ogni ora della propria esistenza e soprattutto alla sera, prima di prendere sonno, quando i pensieri più brutti bussano alla porta ingigantiti dal buio.

Voleva diventare un campione, ma era consapevole che tale speranza impallidiva di giorno in giorno; voleva provare l’intima soddisfazione, lui che era qualcuno solo per un pugno di amici e appassionati del circondario, di camminare per strada e spiare la gente che si dava di gomito indicandolo e dicendo “E’ lui!”; voleva arrivare un giorno in casa, mettere un gruzzolo sul tavolo e dire con orgoglio ai suoi cari: “Questo è ciò che ho guadagnato per voi, che avete avuto tanta pazienza nel sopportare la mia “mattana” e le mie assenze”, ma quando sperava di poterlo fare, gli garantivano che la volta buona non era “quella”, ma la successiva…e non arrivava mai.
Si mise seduto sul lettino con le gambe penzoloni, fece un lungo sospiro e intorno il vociare dei compagni di palestra e di destino sembrava una colonna sonora perfetta per quel momento. Con la parte razionale del cervello disse a se stesso: “Sono proprio uno scemo e questa vita è una pazzia senza alcun senso”. Con la parte matta rispose: “Se rinunciassi, la mia esistenza diventerebbe vuota e mi mancherebbe il respiro”. Nessuno se ne avvide, ma sorrise tra sé, quasi compatendosi di essere nato così strano, ma consolandosi del fatto che tra gli esseri umani c’è di peggio di uno che sceglie di aggiungere sacrifici ai sacrifici e dolore al dolore per sentirsi vivo. Si rivestì, ripose le proprie cose nella sacca d’allenamento e s’avviò verso l’uscita.
Udì, mentre ormai era sulla porta e la città stava per accoglierlo nell’abbraccio della sera e tra lo sfrecciare delle auto frettolose, la voce del maestro: “A domani, campione! Tra un mese si combatte e vedrai che porti a casa un bel pacco di quattrini, ma devi allenarti come si deve e bisogna vincere!”.
Fece un cenno di saluto con una mano e se ne andò. Sapeva di non essere un campione e non era neppure sicuro che il mese dopo avrebbe combattuto; già prevedeva, comunque, che il pacco di quattrini l’avrebbe preso la volta “dopo”…
Però alzò le spalle ed era certo che il giorno successivo sarebbe stato ancora lì, contro ogni regola del buon senso, della logica e del quieto vivere.
Perché? E chi lo sa!…Forse perché era un pugile.

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