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Boxe&Dintorni

Si spengono le luci sulla carriera di Toney

 Toney James in VERDE

 Lights Out : Lascia la boxe uno dei pugili più iconici degli anni Novanta

Di Matteo Biancareddu

 

Cala il sipario e si spengono le luci sulla carriera di “Lights Out” James Toney, che si concede un’ultima recita sabato sera sul ring di Ypsilanti, Michigan, a pochi chilometri da casa. Appende i guantoni al fatidico chiodo uno dei pugili più iconici degli anni Novanta, amato dai cultori della “nobile arte” ben oltre la portata delle sue pur mirabili imprese. Nelle discussioni sui pugili migliori della nostra epoca e sui pesi medi più forti di sempre, il nome di James Toney salta fuori regolarmente: non tanto per i successi da lui collezionati, quanto per l’eccezionale talento di cui disponeva e che ha in buona parte dissipato, fedele a una condotta di vita fin troppo licenziosa. Come gli anni Ottanta ebbero i mitici “Big Four” negli inimitabili Duran, Leonard, Hagler e Hearns, così gli anni Novanta li hanno avuti in Roy Jones Jr, Toney, McCallum e Nunn: un vero poker d’assi, che poco aveva da invidiare a quello della decade precedente, se non le vittorie e la maggiore dedizione alla boxe. Michael Nunn si è letteralmente buttato via: sta scontando una condanna a ventiquattro anni per spaccio di cocaina. McCallum si è ritirato da vent’anni, dall’ultimo dei suoi tre match con Toney, mentre Jones è vittima dell’assuefazione alla boxe, che affligge molti campioni al tramonto e li porta a ciondolare sui ring malgrado l’avanzato declino fisico. Anche Toney ha sofferto di questa dipendenza: anche lui, come Jones, si è trascinato per troppo tempo, fino a diventare la caricatura di se stesso. Ora, però, ha finalmente trovato la forza di dire basta: lo farà sabato sera, dopo avere affrontato Mike Sheppard (24-20-2, 10 KO) a pochi chilometri da Grand Rapids, la sua città natale.

Deve avere qualcosa di speciale, la città di Grand Rapids, per aver dato i natali a certi campioni. Lì nacque il leggendario Stanley Ketchel, “l’assassino del Michigan”, uno dei pugili più forti dell’era pionieristica; lì è nato anche Floyd Mayweather Jr, il migliore dei nostri tempi, autentico Re Mida della boxe contemporanea. Nel mezzo, si innesta la possente figura di James Nathaniel Toney, non meno iconica delle due appena citate, malgrado un curriculum non altrettanto prestigioso. Toney fu campione IBF dei pesi medi dal 1991 al 1992; poi fu campione dei supermedi per lo stesso ente dal 1993 al 1994. Una volta salito nei mediomassimi, detenne le cinture di enti minori quali la WBU e l’IBO, prima di confezionare l’impresa più clamorosa della carriera impartendo un’autentica lezione all’imbattuto Vassily Jirov, campione IBF dei cruiser. Quella sensazionale vittoria spinse Toney a tentare l’avventura nei massimi, lui che era nato peso medio e misurava appena 178 centimetri. Al suo esordio nella categoria regina, sei mesi dopo la vittoria su Jirov, Toney pesava dodici chili in più, e non erano certo chili di muscoli. Il suo ingrassamento, intuibile fin da quando era un peso medio, aveva ormai rotto gli argini e dilagava senza freno: in breve tempo, il suo peso lievitò ben oltre il quintale, e il suo fisico assunse le sembianze di un grottesco barilotto. Ma la classe restò intatta, e brillava ancor di più al cospetto dei bestioni – spesso goffi e scoordinati – che popolavano la categoria dei colossi. Toney fu il secondo pugile, dopo Riddick Bowe, a riuscire nell’intento di mettere KO un duro come il vecchio Evander Holyfield, e sfiorò per due volte l’incredibile impresa di consacrarsi campione di sigla anche nei massimi. Nel 2005, batté nettamente ai punti John Ruiz per il titolo WBA, ma risultò positivo a un controllo antidoping che permutò il risultato del match in “No Contest”. L’anno dopo, invece, fu fermato sul pari da Hasim Rahman, l’uomo che aveva messo KO Lennox Lewis. La carriera di Toney si è protratta stancamente fino a oggi tra vittorie su onesti mestieranti e sconfitte non sempre onorevoli, ma con una costante: mai nessuno, neanche nei massimi, ha messo KO James Toney. L’auspicio è che questo primato resista anche all’ultima prova.

Tooney James

Toney amava definirsi un pugile “old school”, e in effetti lo era. Aveva un’impostazione da pugile degli anni Cinquanta: si difendeva con la spalla sinistra e con le rotazioni del busto, bloccando con il sinistro e rientrando con il destro; schivava con minimi spostamenti della testa e con le oscillazioni sul tronco, per poi assestare i suoi micidiali colpi d’incontro. Aveva una tecnica difensiva eccellente, un mento granitico e un destro pesante, specie nei medi. Il suo idolo era Ezzard Charles, uno dei più grandi; uno che, come lui, era partito dai medi per approdare nei massimi, riuscendo però a diventarne il campione. Dei suoi avversari, quello che Toney stimava di più era Mike McCallum, “The Bodysnatcher”. Anzi, lui stesso lo definì “il solo pugile che rispettasse veramente” in un’intervista resa alla rivista “The Ring” nel 2009. Con McCallum, altro esponente della vecchia scuola, Toney divise il ring in tre occasioni, raccogliendo un pareggio e due vittorie ai punti. Dichiarò di avere imparato molto da “Mr McCallum”, come lo chiamava in segno di rispetto, mentre non fu altrettanto sportivo nei confronti di Roy Jones Jr, l’uomo che gli tolse l’imbattibilità e la cintura IBF dei supermedi nel 1994. “Era molto veloce, ma l’avrei messo KO se non fossi stato debilitato per aver perso 44 libbre (20 chili) in sei settimane”, disse con rammarico. In realtà, molti campioni, anche a distanza di anni, faticano a rendere merito ai pugili da cui sono stati battuti, mentre non risparmiano attestati di stima verso i colleghi che sono riusciti a battere. Senza porre in dubbio la sincerità degli apprezzamenti tributati da Toney a McCallum, è evidente che tessere le lodi del rivale battuto è, per Toney, un modo indiretto di celebrare se stesso. Viceversa, riconoscere il valore di Jones suonerebbe come un’ammissione d’inferiorità: una prova di umiltà di cui Toney, come tanti altri campioni, non è ancora capace. Forse, chissà, lo sarà in futuro.

E’ evidente che il limite maggiore di Toney è stato l’incapacità di gestire il peso. Delle dieci sconfitte da lui rimediate in carriera, a fronte di settantasei vittorie e tre pareggi, oltre la metà è addebitabile alle pessime condizioni in cui spesso si presentava. Gli capitò così di perdere con pugili che gli erano inferiori, specie dopo il passaggio nei mediomassimi, e fu beneficato di un verdetto scandalosamente fazioso, uno dei peggiori degli ultimi cinquant’anni, nel match con l’italoamericano Dave Tiberi, valevole come difesa del titolo IBF. C’erano sere in cui Toney poteva perdere con chiunque, e ce n’erano altre in cui poteva battere chiunque. Nella sua versione migliore, James era un vero portento: qualcosa di molto vicino al concetto di fuoriclasse. Quando stroncò all’undicesimo round l’imbattuto Michael Nunn, altro potenziale fuoriclasse tormentato da demoni interiori, lo fece con il piglio e l’autorità di chi potrebbe prendersi il mondo, se solo lo volesse con tutto se stesso. Ma Toney non era un cannibale insaziabile come Roy Jones Jr; era piuttosto un pigro fenomeno che, di quando in quando, ricordava al mondo di cosa fosse capace.

 

Oggi, a quasi quarantanove anni, non ha più niente da dimostrare, e deve finalmente averlo capito lui stesso, se è vero che ha deciso di autocelebrarsi in un match di addio alla boxe. Sarà una festa strana, di quelle con un marcato retrogusto amaro, perché sarà difficile non pensare a ciò che sarebbe potuto essere e invece non è stato. E siamo convinti che ci penserà anche Toney, mentre affronterà Mike Sheppard sul ring di Ypsilanti.

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