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Storie di Boxe

Wilfred Benitez dramma e tristezza Ecco la storia

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Malato per i troppi pugni presi in carriera. Tanti i colpevoli. Gli hanno tolto tutto, anche la gioia dei ricordi...

Ho pensato a lungo se scrivere questa storia.

Ogni volta che rileggevo il messaggio e guardavo il filmato, mi sentivo male. Un montante al fegato ti toglie il respiro, ti fa piegare le gambe senza che tu neppure te ne accorga. Giù, come un burattino a cui abbiano tagliati i fili.

Per mia fortuna non l’ho mai provato.

Ma è esattamente così che mi sono sentito qualche giorno fa.

Dino Mantovani, un amico di boxe che prima viveva a Roma e ora si è trasferito in Spagna, mi ha spedito un video. E mi ha chiesto:“Ma è veramente ridotto così?

La sua era una domanda retorica, le immagini non mentono. Ma io ho preso tempo, gli ho risposto: “Indagherò”.

L’ho fatto. Ho letto giornali, visitato siti, chiesto informazioni a chi ne sa più di me.

È tutto vero, non poteva essere altrimenti. Il video non mente.

Che Wilfred Benitez stia male da tempo, è cosa nota a chi frequenta l’ambiente pugilistico. Ma guardarlo mentre, raggomitolato su una poltrona, si agita cercando di riprendere una posizione che gli consenta di tentare di alzarsi è atroce.

Vederlo guardare con gli occhi spenti la sorella che gli parla con amore e lo nutre attraverso una flebo è straziante.

Wilfred Benitez è stato tre volte campione del mondo. Non uno qualunque. Ha vinto il titolo dei superleggeri battendo Antonio Cervantes, quello dei welter sconfiggendo Carlos Palomino, quello dei superwelter superando Maurice Hope. E quando ha preso la prima cintura aveva solo diciassette anni.

Questa è una storia di troppi pugni presi che potevano e dovevano essere evitati, di uomini cattivi, di ragazzi che si trovano troppo velocemente con i soldi in tasca dopo avere conosciuto solo la fame. È la storia di medici che non fanno il loro dovere e di altri uomini che dovrebbero amare chi gli sta vicino e invece amano solo se stessi.

Benitez ha il diabete, ha superato a fatica un infarto. E soffre di encefalopatia post traumatica, una malattia degenerativa che provoca tra l’altro perdita della memoria, incapacità motoria e toglie l’uso della parola. È la conseguenza di traumi cranici. Quella di Wilfredo è stata causata dai colpi subiti in carriera.

La boxe è uno sport a rischio. Impossibile azzerarne il coefficiente di pericolosità, si può però ridurlo al minimo. Con Benitez molti uomini, lui compreso, hanno agito in senso contrario.

Hanno continuato a farlo combattere anche quando non era più in grado di farlo. C’è un testimone oculare che dice di averlo visto incapace di superare il test dell’equilibrio alla vigilia del match contro Carlos Maria Del Valle Herrera a Salta, in Argentina, nel 1986. Il nulla osta per quell’incontro è arrivato ugualmente e lui è finito kot al settimo round. Come se non bastasse, il promoter di quella riunione gli ha rubato passaporto e soldi.

Non era in grado di battersi, eppure ha disputato altri quattro incontri, rimediando due brutte sconfitte.

Clara Rosa si chiamava la mamma. L’aveva visto maltrattato da Matthew Hilton nove mesi prima della disgraziata notte argentina.

Quei colpi hanno fatto male anche a me. L’avevo pregato di smettere, non mi ha dato ascolto”.

Sette delle sue otto sconfitte sono arrivate negli ultimi sedici match.

Menomato nel fisico, non si aiutava neppure con l’allenamento. Come del resto aveva spesso fatto in passato.

La natura e la pratica gli avevano regalato un talento e un’esperienza fantastiche. Lo chiamavano Radar perché riusciva a evitare, intuendoli in anticipo, i colpi. Aveva ritmo, velocità, potenza, senso tattico. Un fuoriclasse assoluto.

Ha smesso troppo tardi, dopo avere cominciato troppo presto.

A dieci anni già si esibiva per un dollaro su un ring disegnato da un amico all’interno del campo di pallamano, proprio davanti alla palestra dove insegnava il papà. Gregorio Benitez reclutava improvvisati rivali urlando attraverso l’inferriata che divedeva il campo dalla strada.

Chi ha il coraggio di affrontare il mio ragazzo?

A 15 anni Wilfred Benitez debuttava da professionista.

Accadeva, accade.

Ho ancora nella mente e negli occhi quello che ho visto tanti anni fa. Nel novembre dell’86 ero a Las Vegas per il tentativo mondiale del giovane Mike Tyson. Appena fuori l’Hotel Hilton ho visto due ragazzini picchiarsi in strada. Non stavano litigando, se le davano di santa ragione ma seguendo precise regole. Un signore un po’ in carne, la pelle grassa del viso resa lucida dal sudore, li osservava attento. E lanciava urla di incoraggiamento prima all’uno, poi all’altro. Anche quei due piccoli messicani avranno avuto al massimo dieci anni.

Sono bravi i miei ragazzi! Sono pronti a battersi, cercano un ingaggio”.

Così mi aveva detto quel signore. Non l’ho mai dimenticato.

Anche Wilfred ha cominciato quando era ancora un bambino. E ha smesso quando aveva 32 anni.

A 39 era già chiuso in casa, senza autonomia, affidato alle cure della mamma: un’ex infermiera (foto sopra).

Poi le cose sono andate sempre peggio.

Nel 2012 la sua ultima apparizione pubblica, ai funerali di Hector Macho Camacho. È arrivato su una sedia a rotelle, scortato da tre leggende come Felix Trinidad, Wilfredo Gomez e Alfredo Escalera. Qualcuno l’ha aiutato ad alzarsi e lui si è messo in guardia accanto alla bara dell’amico morto

La foto di Benitez, imbolsito e con uno sguardo poco attento che fissava la macchinetta fotografica, mentre due mani robuste l’aiutavano a tenersi in piedi, mi ha inflitto una dolorosa tristezza.

Ora, che di anni ne ha 59, le cose sono precipitate. La malattia è diventata implacabile.

Benitez ha guadagnato in carriera sette milioni di dollari. Non gliene è rimasto neppure uno. A dilapidarli ci ha pensato lui e chi gli era vicino.

Vive con la pensione di 300 dollari che gli passa il Wbc, gli aiuti di un’associazione benefica senza fine di lucro, un’altra pensione creata dal governo portoricano e la carità dei pochi amici che gli sono rimasti. La mamma è morta nel 2008, lo accudisce la sorella Yvonne.

A lei, quando ancora aveva lunghi sprazzi di lucidità, ha posto un’agghiacciante richiesta.

Per favore, prendi una pistola e uccidimi”.

Il video che Dino mi ha spedito lo ha realizzato il giornalista Billy Rosado. Ha parlato con un suo ex allenatore, Francesco Papo Rivera; con Yvonne. Ha ripreso l’ex campione sulla poltrona della sofferenza. E ha confezionato un documento pieno di dolore.

Wilfredo è nato in una zona malfamata del Bronx, ultimo di otto figli.

Gli hanno rubato la spensieratezza dell’infanzia, gli hanno negato la serenità di una vecchiaia di pace.

La crudeltà della malattia gli ha tolto anche l’unica ricchiezza che gli era rimasta.

La gioia dei ricordi.

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