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Caduta e ritorno di George Foreman

Aveva una rivincita da prendersi con il destino

 

di Andrea Bacci

La difesa successiva è proprio quella, storica e su cui sono stati fatti appositamente film e libri, contro Ali, nella città africana di Kinshasa, per via di un folle progetto, andato non si sa bene come a buon fine, di un tizio neofita dell'organizzazione pugilistica chiamato Don King. Tutti sanno il finale di questa storia: sconvolgendo ogni pronostico il 30 ottobre 1974 Ali si beffa della potenza di Foreman, ci gioca come il gatto con il topo per sette riprese, ne mette a nudo tutti i limiti tattici, quindi lo sbatte al tappeto nel round successivo. Il buon George, il grande antipatico della boxe mondiale battuto da un ex grande antipatico diventato un eroe come Ali, rimane scosso e non è più lui. Riconquista sì il titolo nordamericano battendo al quinto round Ron Lyle in un match feroce e fatto da parecchi reciproci atterramenti, si fa durare Joe Frazier fino alla quinta ripresa, vince prima del limite altri tre match poi, marzo '77, affronta Jimmy Young nella speranza di poter riavere di fronte ancora Ali, per una rivincita che smuoverebbe montagne di soldi. A San Juan di Portorico, invece, il non trascendentale Young, che però l'anno prima si è visto letteralmente scippare di un chiaro verdetto ai punti in suo favore proprio contro Ali, titolo in palio, imbriglia Foreman con la sua boxe essenziale e la sua resistenza, e al dodicesimo e ultimo round George va anche al tappeto. I cartellini dei giudici danno una chiara vittoria ai punti a Young, Foreman va nello spogliatoio sfinito di stanchezza, ha una crisi nervosa e sviene. Quando lo rianimano lui dice che gli è apparso Gesù, che gli ha consigliato di cambiare strada, che quella della boxe non gli appartiene più. Chi ascolta queste parole pensa che siano solo i vaneggiamenti di un uomo sconfitto, invece George mantiene la parola data e a soli ventotto anni lascia la boxe e diventa predicatore. Per molti anni non si saprà più niente di lui, nessuno lo riconoscerà più, a parte qualche singolo appassionato che si imbatterà in questo colosso che sta decantando le lodi del Signore in qualche angolo di strada di qualche sperduta cittadina americana.    

Quello che rode Foreman dal di dentro non è un demone, quindi, ma è semplicemente la volontà del Signore di fare di questo grande uomo, che ingrassa notevolmente e si rade a zero i capelli, un suo strumento di pace. Lui sta al gioco e per quasi dieci lunghi anni dispensa prediche, parla con adulti e bambini, porta la lieta novella, celebra persino matrimoni. Ma la boxe è un tarlo da cui non ci si libera facilmente, nemmeno se dentro non hai un demone, ma la voce di Dio. Succede che nella seconda metà degli anni Ottanta il panorama dei pesi massimi mondiali sia decaduto, che sia incredibilmente lontano dalla stagione dei Frazier, degli Ali e dei Foreman. A parte Mike Tyson, un giovane distruttore che presto sarà così bravo da distruggere anche la sua, di carriera, l'ambiente è così scarso che addirittura fanno la loro porca figura dinosauri del genere di Larry Holmes o mezze calzette come Michael Spinks. George Foreman si è messo quieto nella sua città, Houston, fa figli uno dietro l'altro e continua a fare il predicatore. Ha un sogno, Foreman, quello di costruire un centro giovanile per ragazzi sfortunati, una sorta di chiesa personale dove dispensare il bene cui lo comanda Dio. Ma per fare una cosa del genere servono soldi. Tanti soldi. Allora sai che si fa? Un bel giorno il vecchio George sta guardando un match di pesi massimi in tv, e con uno dei figli maschi, tutti chiamati George anche loro così non ci si sbaglia, dice che lui sarebbe perfettamente in grado di farsi valere. E' grasso come un otre, lento come una lumaca, dal gran peso si muove quasi con difficoltà: il figlio lo prende in giro. Ma la decisione è presa e stavolta nemmeno il Signore può farlo tornare indietro. Foreman entra di nuovo in palestra, riprende con fatica un fisico ciclopico ma accettabile, chiede di tornare a combattere nei professionisti e l'idea gli viene accettata.

Il 9 marzo 1987, praticamente dieci anni dopo lo stop, il ring di Sacramento è il nuovo altare del predicatore George Foreman, il peccatore da redimere tal Steve Zouski, cui sono dispensati comunione e cresima in quattro dei dieci round previsti. Foreman è lento e con poche idee tattiche, molte di meno di quelle che aveva al suo debutto quasi vent'anni prima, ma la potenza pare intatta, come lo sguardo enigmatico e inespressivo che ipnotizza gli avversari. Però stavolta attira curiosità e simpatia e lui, che pare abbia bisogno di due milioni di dollari per costruire il suo centro giovanile, va a combattere ovunque lo chiamino, anche per poche decine di migliaia di dollari, mentre Tyson guadagna milioni su milioni a botta. Combatte spesso, molto spesso, e vince sempre prima del limite, con ko di spaventosa potenza, cui fanno le spese avversari non certo di classe, tra cui anche il campione italiano di categoria Guido Trane, che contro di lui fa la figura del principiante. Gira i ring americani da Las Vegas a piccole città, con il testone pelato e la pancia prominente, con quest'ultima che afferma di essere la sua arma letale se destro e sinistro non fanno il loro dovere, scatenando ovviamente l'ilarità del pubblico. Mette insieme diciotto vittorie consecutive per ko in poco più di due anni, il tutto fatto tra libagioni pantagrueliche e prediche evangeliche, fino a che Everett Martin a Sacramento esce sconfitto ma almeno ai punti, cosa che non si ripete per altri cinque incontri successivi. Qualche volta Foreman va vicino ad ascoltare una vocina che gli sussurra “ma chi te lo fa fare”, soprattutto passati i quarant'anni, ma lui tira dritto.

Succede allora che il nuovo campione dei pesi massimi, Evander Holyfield, che ha tolto il titolo unificato Wbc-Wba-Ibf alla cenerentola “Buster” Douglas che a sua volta aveva battuto Mike Tyson tra lo sconcerto mondiale, si vuol fare una difesa non impegnativa, che però faccia “colore” e cassa. Voilà, ecco qua George Foreman. Nell'aprile '91 ad Atlantic City, a quarantadue anni, più di sedici dal suo ultimo match iridato, “Big” George combatte contro Holyfield, fa una figura dignitosa, ogni tanto arriva a segno con i suoi colpi, ma Holyfield non è certo la risma di mezze cartucce che si è messo alle spalle dal suo rientro quattro anni prima. Il campione vince ai punti, Foreman però non molla, vince tre incontri in uno solo dei quali, contro Alex Steward, è costretto ad ascoltare il verdetto, quindi il 7 giugno del '92 a Las Vegas lo chiamano come sfidante al titolo mondiale vacante della nuova sigla, quella Wbo non ancora molto accreditata, contro un giovane talento bianco, Tommy Morrison, che in seguito farà tutto fuorché mantenere le promesse. Foreman, che al suo angolo ha Angelo Dundee, altro pezzo da museo del boxing come lui, perde ai punti nettamente perché l'avversario gli sfugge velocemente via dopo averlo colpito, e la sua sembra una favola vicina alla fine, perché i due milioni ormai li ha messi insieme e il centro a suo nome non è più un sogno. Ma nella sua vita una cosa ancora la deve fare. Ha una rivincita da riprendersi con il destino, da quel giorno in cui cadde giù al tappeto, in una città lontana, in Africa…

Andrea Bacci

 

Bacci Andrea Prima del limite

TRATTO DAL LIBRO “PRIMA DEL LIMITE. STORIE DI PUGNI DATI SUL RING E PRESI DELLA VITA” DI ANDEA BACCI, BRADIPOLIBRI EDITORE.

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