Da sinistra. Davide Novelli, Etinosa Oliha, Davide Greguoldo, Roberto Sabbatini, Mario Sturla, Massimo Barrovecchio, Dario Torromeo, Giovanni De Carolis
Grande successo della sesta edizione della Hall of Fame del Pugilato Italiano. L'evento si è svolto a Palazzo Albicini, Forlì, organizzato da Boxeringweb.
Sabato 26 ottobre, a Palazzo Albicini (Forlì), si terrà la sesta edizione della Hall of Fame del Pugilato Italiano. Entreranno nella Casa quattro grandi personaggi. Il campione del mondo Giacobbe Fragomeni; Massimo Barrovecchio, due volte miglior arbitro mondiale per il WBC; Rodolfo Sabbatini, il più grande organizzatore della boxe italiana (ritirerà la targa il figlio Roberto). E Giovanni De Carolis, campione mondiale dei supermedi. Questa è la sua storia.
Siamo stati i primi ad annunciare il ritiro di Giovanni De Carolis (33-11-1, 16 ko), classe 1984. È stato l’ultimo italiano a conquistare il titolo mondiale professionisti in una delle quattro maggiori sigle (supermedi WBA nel 2016). Oggi gestisce una palestra a Monterosi, dove vive assieme alla compagna Veronica e ai due figli (Erin di 16 anni, Noah di 11). Ripropongo le parole del campione. Ci racconta una vita sul ring.
“Avevo 13 anni quando ho deciso di diventare pugile. Sono entrato in una palestra in fondo alla Circonvallazione Ostiense, a Roma. Volevo sapere cosa fare per allenarmi. Ho visto un ring piccolino, una serie di sacchi, altri attrezzi. E poi ragazzi che facevano sparring. Mi sono subito innamorato di questo sport, non l’ho più lasciato. A 18 anni ho cominciato a boxare. Mamma era assolutamente contraria, er disputare il primo match ho dovuto aspettare che diventassi maggiorenne. Era giugno del 2004, stavo con Cesare Frontaloni. Torneo II Serie per pesi medi a Torrimpietra. Ho affrontato un ragazzo che aveva otto incontri. Ho perso ai punti. Non volevo più fare il pugile, l’ho presa davvero male. Mi ero allenato tantissimo e avevo perso.
Giocavo a calcio con le giovanili dell’Almas, sono andato avanti così (calcio epugilato) fino a 23 anni. A settembre del 2004 un amico di mio zio ha aperto una palestra vicino alla Garbatella, alla Montagnola. Lì ho incontrato Italo (Mattioli, foto sopra sopra con Giovanni) e Gigi (Ascani, foto sotto nella palestra della Team Boxe Roma XI). A novembre ho esordito con loro. Venti anni dopo siamo ancora assieme.
Quei due maestri per me sono qualcosa di unico, irripetibile. Quando sono entrato in palestra mi sentivo insicuro. Con loro mi sono trovato subito bene. Rendevano semplici anche le cose difficili della vita, non volevo mai deluderli. Ho sentito subito che era un legame forte, ancora adesso eseguo quello che mi dicono come se fossi un ragazzino. Amo la boxe,dentro il ring puoi provare a decidere il tuo destino. Puoi sovvertire un pronostico, realizzare un sogno. E se alla fine non ci riesci, almeno ci hai provato. Nella vita la gente dice “La tua strada non potrà mai essere diversa da quella che stai percorrendo, è stato e sarà sempre così." Il pugilato può smentire quello che pensano gli altri o addirittura quello che pensi tu stesso. Non è per rabbia che sono diventato pugile. Amo le sfide. Mi è sempre piaciuto misurarmi con gli altri. La boxe ti mette alla prova. Ti mette a confronto con un’altra persona che ha le tue stesse intenzioni. È una sfida continua. Ti fa stare bene, ma ti fa anche soffrire. Come del resto fa la vita. Mi piace vivere le ore che precedono il match da solo, con le persone a cui voglio bene, con il mio gruppo. Leggo, faccio tanti esercizi di respirazione. Penso a cose che non c’entrano niente con l’incontro, cerco di portare la testa più lontano possibile dal momento in cui salirò sul ring. Non sono scaramantico. L’unica abitudine che si è metodicamente ripetuta nel tempo è stata quella di portarmi nella camera d’albergo tutto quello che serve per cucinare. Seguo una dieta, curo il peso. Voglio un’alimentazione sana. Dentro la camera metto la piastra, le pentole, la roba da mangiare. A volte è accaduto che suonasse l’allarme antincendio per il fumo. E allora ho imparato ad aprire un po’ la finestra, a mettere una pellicola sull’allarme.
Prima del mondiale, mancavo sempre il momento giusto. Avevo perso il titolo italiano, la gente diceva “Quando c’è da ballare, Giovanni non balla”. Anche nella vita privata stavo attraversando un momento difficile. E poi, sentivo sempre lo stesso ritornello. “Fuori se non vinci per ko non vinci, quello è imbattuto (21-0, 21 ko), più giovane di undici anni, dove vai?”. Tutto, pugilato, lavoro, famiglia non girava come avrebbe dovuto girare. Quella sera però era tutto diverso. Ero pronto. Ero sicuro di farcela. L’avevo anche scritto sul diario. “Metterò ko Vincent Feigenbutz”. Finito il combattimendo sono stato sommerso da una valanga di emozioni. Avevamo dostrutto lo stereotipo. Noi tutti, io, la mia compagna Veronica (foto sotto), Italo, Gigi, il gruppo intero, avevamo scalato la montagna.
Mi ero seduto al tavolo da gioco, sapevo che l’altro aveva un poker di assi servito. Avevo ugualmente deciso di andare a vedere con un 7 di quadri. Mi era entrata una scala reale! Ho vinto perché ho accettato la sfida, quando tutti pensavano che avessi il nulla in mano. Mi ricordo quando mi chiamò Davide Buccioni. Stavo passeggiando in strada. Avevo battuto Ndiaye, pensavo che mi avrebbe offerto un match importante, magari ben pagato. Ma non pensavo proprio che avrei disputato il mondiale. Feigenbutz lo conoscevo, se ne parlava, il suo promoter Sauerland andava molto forte. Ero su di giri, contento, non vedevo l’ora. Siamo partiti con un sogno che non era più grande di un granello di sabbia e siamo tornati a casa con un castello. Ricordo il momento in cui l’arbitro ha dato lo stop, vedo salire la mia compagna, vedo Italo e Gigi che si si abbracciano. Ho provato tanta commozione, soprattutto per quello che avevo vissuto prima.
Il match contro Scardina è stato un momento importante del mio cammino. Si ricreava ancora una volta la vigilia di sempre. Quel match era un trampolino per Daniele. Imbattuto, popolare, aveva un’immagine forte. Ogni volta che andavo ad allenarmi pensavo: mi hanno preso per avere un altro scalpo da mostrare. E questo mi metteva una grande carica addosso. Sapevo cosa fare. Quel giorno sarei salito sul ring allenato in modo incredibile. Sono situazioni in cui riesco a dare il massimo. In momenti più semplici non sono riuscito a vincere. Ho fatto il Mondiale a 32 anni contro un ragazzo più giovane, con tanti ko e come se non bastasse in casa sua. E ho vinto. A 37 anni affrontavo Scardina, i bookmaker pagavano otto volte la posta in caso di un mio successo. Quando vince il pugile sfavorito e lo fa in modo emozionante, quando il pugile con poche possibilità riesce a battere Golia, tutto diventa esaltante. Il riscatto di chi era visto perdente sicuro, emoziona. Gli ho scritto dei messaggi dopo il match, ho rispettato la sua riservatezza. Mi sentivo in difficoltà, sapevo che per lui quel combattimento era stato una delusione enorme. Ci siamo sentiti telefonicamente a gennaio 2023, dopo l’annullamento della rivincita. Ci siamo chiariti, mi ha detto: “Non riesco più a rientrare nel peso”. Ero a Magdeburgo per fare sparring con Michael Eifert che doveva disputare il mondiale in Canada contro Jean Pascal. Quando sono tornato in camera dalla palestra ho avuto la notizia che si era sentito male. Dopo che è uscito dal coma, gli ho scritto qualche messaggio. Credo che sul risultato la mente influisca all’80%, la qualità per il 20%. Specialmente nel professionismo. La qualità è importante. Ma il momento decisivo è quando riesci a sentirti forte nella testa e sai gestire il cuore, la passione, l’emotività.
Ho avuto due momenti davvero brutti in carriera. Il primo a Kiev, in Ucraina nel 2008, quando ho perso il primo match pro della carriera. Una batosta allucinante. Pensavo di essere un buon pugile, anche se fino a quel momento avevo affrontato solo mestieranti. Mai preso una batosta così. Mi sono anche rotto due denti. Mi sentivo avvilito, sconfitto dentro. Sono stato male per venti giorni. Mi ero impegnato tantissimo, quel match mi ha fatto capire che l’impegno non bastava. Dovevo dare una logica alla preparazione, dovevo imparare a capire che puoi anche non farcela. Non ero pronto per quello. È stata dura ripartire con i sogni distrutti. Non avevo tanti soldi, non c’era continuità nella mia vita. Fino al 2010 tutto è stato davvero complicato. Il secondo momento brutto è stato addirittura peggiore. È durato da qualche giorno prima del mondiale 2016, fino a tutto il 2017. C’era un evento a Roma, avevo contattato delle persone per discutere un progetto per il pugilato. Sono arrivati altri problemi personali. Mi allenavo bene, ma avevo la testa divisa a metà. Una parte voleva fare il pugile e riprendersi il titolo, l’altra voleva smettere. Ho ricominciato a tornare nella normalità nel settembre 2018. Un pugile non vorrebbe mai smettere.Guardavo Roy Jones jr, era quasi a fine carriera. Poi, ogni tanto, se ne usciva fuori con qualche match. Prendeva botte, ma andava avanti. Mi dicevo come fa questo che è stato un grande campione a non fermarsi? Chi glielo fa fare? Pensavo fosse una cosa legata ai soldi. Poi ho capito che non era così. Quando combatti hai il tempo scandito dagli impegni. La preparazione, ogni giorno in palestra, l’alimentazione, la tensione, le emozioni sono la tabella di marcia della tua vita. Nel match trovi sensazioni difficilmente rivivibili in altre circostanze. La sfida, la voglia che ti assale quando qualcuno ti propone un nuovo match. Ti dici: mi vogliono perché sono vecchio e pensano che sia un rivale facile da battere. E allora ti rimetti in gioco. Il fatto economico è solo una scusa per avere un alibi che ti liberi la coscienza e ti faccia rimettere in discussione. Dopo l’europeo ho fatto un pugilato molto calcolatore, non volevo subire colpi. Cominciavo a sentire la differenza sul piano della prestazione. Una cosa è quando hai 30 anni, l’altra quando ne hai quasi 40. La boxe è uno sport duro, devi stare molto attento. Non solo nel combattimento, ma anche quando ti alleni. Si allungano i tempi di recupero, per arrivare a uno stato di forma ottimale hai bisogno di più giorni, mesi. Italo mi ha detto più volte “Dopo questo incontro, basta”. Voleva proteggermi. Mi hanno proposto altri combattimenti, non li ho presi in considerazione. Mi lusingava però il fatto che mi cercassero. Fino a qualche settimana fa, quando mi chiedevano “Giovanni, ti sei ritirato?”, rispondevo “Sto in finestra, aspetto”. Non riuscivo a dire “Ho finito”. Quando al telefono mi hai chiesto se avessi deciso il mio futuro, sono tornati alla luce tutti pensieri degli ultimi tempi. Ho riflettuto. E ho trovato la forza di dire “Basta Giovà, hai 40 anni”. Oltre al discorso fisico, c’è anche una questione di amor proprio. La cosa più brutta quando combatti è di provare a fare delle cose che prima ti venivano facilmente e non riuscirci. Basta, chiudo qui. Tiro una linea, metto la boxe agonistica tra i ricordi. Belli, ma ogni cosa ha il suo tempo. È ora di cominciare a proccuparmi di altre cose. Lavorerò sempre nel pugilato. Ho una palestra a Monterosi. Organizzo eventi con la De Carolis Promotions. Cerco di costruire una struttura che dia continuità all’attività pugilistica. I rapporti internazionali, che nel corso degi anni ho costruito con personaggi importanti. mi potrebbero consentire di allestire qualcosa di bello per i pugili italiani. Voglio seguirli nel modo in cui avrei voluto essere seguito io quando avevo 20 anni. Vorrei farli combattere con grandi avversari anche in Italia. Da qui a cinque anni spero di riuscire a realizzare questo programma. Struttura, marketing, promozione, organizzazione, preparatori, allenatori per potersi esprimere al massimo. È un sogno, ci credo. Proverò a realizzarlo. La passione è la cosa più importante. Devi praticare la boxe solo per passione. Dico questo non perché non ci siano soldi, un pugile bravo può guadagnare. La passione non deve abbandonarti mai, altrimenti il pugilato diventa pericoloso ed è meglio che tu ne stia lontano. La spinta è la passione, l’amore per questo sport. Che poi è quello che ti attrae all’inizio e rende terribilmente difficile il momento in cui devi dire basta.”
LA CENA DI GALA SI SVOLGERA' A PALAZZO ALBICINI (CORSO GARIBALDI, 80. FORLI'). PRENOTAZIONI ALLO 0543.550608 / 3391415615 (costo: 38 Euro, fino a esaurimento posti) Orario di inizio 20:15.
Rodolfo ha avuto un breve passato al Ministero delle Poste. Poi ha cominciato a scrivere di boxe. Il terzo passo, quello decisivo, l'ha fatto quando ha scelto di entrare da protagonista in quel mondo che conosceva molto bene. Gli anni Sessanta sono l’inizio dell’attività da promoter. Il grande salto è datato 1977, la stagione in cui si è inventato l’alleanza americana con Bob Arum e la Top Rank. Assieme hanno messo su settanta campionati del mondo. La rivoluzione italiana ha dato una spallata alle frontiere. Quell'unione gli ha permesso l’accesso alla televisione americana e ai soldi che generava. Rudy, come lo chiamavano gli amici, mi aveva raccontato i dettagli dell’affare nel maggio del 1978, alla vigilia della difesa mondiale tra Rocky Mattioli e Josè Duran. Quel match Rocky l’avrebbe vinto per ko 5 davanti a diecimila persone nello Stadio comunale di Pescara. Era stato un colpo da maestro quello del promoter romano, meglio del knock out del pugile di Ripa Teatina. Sabbatini, classe 1927, ex cronista di pugilato prima all’Avanti, ai tempi in cui il direttore era Sandro Pertini, poi a Paese Sera, aveva appena messo a segno il grande colpo. Era diventato il miglior organizzatore d’Europa. Era un omone che adorava la polemica e la alimentava con quella voce roca che gli impediva di toccare le tonalità alte: anche quando urlava non riusciva mai a staccare l’acuto. Lo chiamavano Capoccione e, statene certi, non era solo per le dimensioni della testa. Capoccia, appunto, in romanesco. Rodolfo era romano in molte cose. Nella cadenza piacevole, nell’approccio burbero ma sincero, nella ricerca della battuta. Mi diceva spesso che quei capelli sparati verso il cielo Don King li aveva perché era riuscito a scampare alla sedia elettrica all’ultimo istante, o meglio: quando la prima scarica era già arrivata. Poi, scoppiava in una fragorosa risata. Eravamo amici, anche se a volte facevamo notte a litigare. Teste dure entrambi, difendevamo le nostre tesi con amore e furia. Ma sempre nel rispetto l'uno dell'altro.
Ricordo quando l’avevo incrociato nella hall del Caesars Palace alla vigilia di Hagler-Hearns (nella foto sopra Obel e Hagler al Teatro Ariston di Sanremo) Subito dopo esserci salutati, Rodolfo mi aveva chiesto. «Secondo te, chi vince?» «Sono incerto. Contro Duran e Roldan, Hagler non mi ha entusiasmato. Hearns picchia duro, potrebbe metterlo in difficoltà» «Se vuoi fare bella figura, scrivi che Hagler lo metterà ko» «Perché sei così sicuro?» «Perché li ho visti negli ultimi allenamenti, perché Hearns da medio non ha la stessa potenza devastante di prima, perché Hagler è più bravo, più forte, più coraggioso. Dammi retta. Almeno per una volta, Dario dammi retta» «Ma Hearns ha vinto il mondiale dei welter battendo un mito come Pipino Cuevas, ha conquistato quello dei superwelter superando un fuoriclasse come Wilfredo Benitez, ha steso Duran con un colpo micidiale, un diretto che sembrava una fucilata, Mani di pietra ne è stato fulminato. Hearns ha fatto in due round quello che Hagler non è stato capace di fare in quindici.» «Ma Duran non era un peso medio. Contro uomini più pesanti, Hearns non ha mai espresso potenza. Hagler lo presserà, lo colpirà, lo farà impazzire. L’ho visto, è in condizioni eccezionali. Come non è mai stato. Maledizione, Dario. Per una volta, vuoi darmi retta?» Gli avevo dato retta. E avevo fatto bella figura. Si è inventato Carlos Monzon (con lui nella foto in alto), ha portato in Italia Marvin Hagler e Ray Boom Boom Mancini. Con l'argentino aveva un legame molto stretto. Ogni volta che passava da Roma, Carlos visitava la sede dove Rodolfo lavorava, nei locali di via G.B. Vico, piazzale Flaminio. E si comportava da par suo, come quella volta che era entrato indossando un elegantissimo completo bianco e si era seduto sulla sedia della scrivania di Silvana (la leggendaria segretaria di Sabbatini). La sedia aveva una delle rotelle rotte e chi decideva di usarla era in precario equilibrio. Monzon aveva deciso di rimediare all'inconveniente. Aveva lanciato quella sedia fuori dalla finestra. Per fortuna l'ufficio era al primo piano e in quel momento non passava nessuno.
Avevo conosciuto Ray Mancini (sopra, ha combattuto a St Vincent contro Feeney) a fine gennaio dell’83. Rodolfo l’aveva portato in Italia dopo la tragedia del 13 novembre 1982. Quella, notte sul ring del Caesars Palace di Las Vegas, Mancini aveva travolto il coreano Deuk-Koo Kim, figlio di un coltivatore di riso, fermato troppo tardi dall’arbitro Richard Green al penultimo round del mondiale leggeri. Una sfida selvaggia in cui il pugile asiatico aveva subito una durissima lezione, figlia dell’incredibile fatica fatta alla vigilia per rientrare nei limiti di peso della categoria. Quattro giorni dopo, Deuk-Koo Kim era morto in seguito alle ferite di cui era rimasto vittima durante il combattimento. L’American Medical Association aveva proposto l’abolizione del pugilato. Le immagini degli ultimi minuti di quell’incontro venivano trasmesse in continuazione. Erano di una ferocia inquietante, spaventosa. Nessuna abolizione, l’unico risultato pratico era stato la riduzione da 15 a 12 riprese dei campionati del mondo disputati sotto l’egida della World Boxing Association. Ray avrebbe voluto chiudere lì con la boxe. Aveva assistito ai funerali del suo rivale in Corea e quel momento di immensa tristezza lo aveva convinto ancora di più che non sarebbe mai potuto salire un'altra volta sul ring. Era caduto in uno stato di depressione. Poi ci aveva ripensato e Sabbatini gli aveva organizzato un viaggio nel vecchio paese d’origine. Lenny, il papà, veniva da Bagheria, Sicilia. Aveva fatto il pugile ed era arrivato ai vertici delle classifiche, le ferite riportate durante la seconda Guerra Mondiale avevano però spezzato il grande sogno. Ray era felice di tornare in Italia. L’avevo incontrato a Roma, era appena sbarcato da New York. Assieme a Rodolfo avremmo dovuto prendere la coincidenza per Torino, il match contro il britannico George Feeney era infatti in programma al Casinò di Saint Vincent. Eravamo in fila, davanti al gate di ingresso con la carta di imbarco in mano, quando un dipendente compagnia di volo ci aveva avvisato che per un problema di overbooking non saremmo potuti salire su quel volo. Era stato come accendere un cerino e lanciarlo in un bidone di benzina. Già innervosito per i ritardi, stanco e in agitato per l’organizzazione di un evento così importante, Sabbatini era esploso. «Non me ne frega niente se avete venduto più posti di quanti ne avevate a disposizione. Qui non parte nessuno se su quel volo non ci siamo anche noi tre.» «Signore, non posso farci niente. L’aereo è già pieno, l’imbarco è chiuso.» «Parlo forse cinese? L’aereo non va a Torino se non ci andiamo anche noi. Mi chiami il capo scalo.» Le parole di Rodolfo erano diventate sempre più incisive, era una furia scatenata. Davanti al gate che portava alla pista, il pubblico guardava, ascoltava, sorrideva, incitava, applaudiva. Facevano capannello, le minacce stavano avendo effetto. Il caposcalo, con il consenso della compagnia, aveva così messo su un programmino a cui non avrei mai creduto se non ne fossi stato parte integrante. Mancini, Sabbatini e io eravamo saliti su un volo per Genova. Senza lasciare la pista (cosa che mi dicono sia assolutamente proibita) eravamo scesi da quell’aereo sulla pista del “Cristoforo Colombo” per salire su quello a fianco, proveniente da Cagliari, con meta finale Caselle, dunque: Torino. Ray Boom Boom Mancini quel match lo aveva poi faticosamente vinto. Il Meraviglioso l’ho visto per la prima volta il 30 giugno del 1979, quando Rodolfo l’ha fatto combattere all’Esplanade de Fontvieille, a Montecarlo, sulla Costa Azzurra. A fine riunione gli avevo fatto i complimenti. “Questi sì che sono ottimi programmi.” “È facile fare i fenomeni quando ci sono i soldi delle televisioni americane…”
Ha lavorato negli Stati Uniti con Bob Arum, in Gran Bretagna con Mickey Duff, in Argentina con Tito Lectoure. In Francia ha allestito riunioni con Alain Delon (nella foto da sinistra: Rocco Agostino, Bob Arum, Rodolfo Sabbatini, Mickey Duff al Riviera Hotel di Las Vegas) Quando è partito per l'avventura da promoter, parlava solo romano. Con il tempo aveva imparato a comunicare in inglese, francese e spagnolo. Ha allestito programmi con tutti migliori. Non mi metto qui a fare l’elenco, ne dimenticherei sicuramente qualcuno. Cito un match per tutti, uno dei più belli che abbia visto nella mia vita: il mondiale Wbc dei superpiuma tra Alfredo Escalera e Alexis Arguello a Rimini, sfida vinta dal nicaraguense per ko alla tredicesima ripresa. Ha fatto combattere Carlo Duran, Vito Antuofermo, Don Curry, Victor Galindez e tanti giovani talenti italiani. Il primo grande colpo l'ha messo a segno nel 1965 organizzando il secondo mondiale tra Nino Benvenuti e Sandro Mazzinghi. Ha portato sui teleschermi della Rai il meglio della boxe mondiale. Ha guidato la carriera di Oliva, ma non è riuscito a vederlo campione del mondo. Patrizio ha battuto Ubaldo Sacco e conquistato il titolo dei superleggeri Wba il 15 marzo del 1986. Sabbatini era stato stroncato da un infarto due mesi prima. Aveva avuto un primo avvertimento nell’81. Era stato salvato miracolosamente all’Ospedale di Ancona, grazie alla velocità con cui Renzo Spagnoli si era accorto del malore. I medici gli avevano detto “Freni, così rischia troppo.” Avevamo cenato assieme dopo una riunione. “Rodolfo vedo che ti sei messo a dieta.” “Dario, la botta è stata forte. Non posso scherzare. Meno stress, meno abbuffate:” Ma il lavoro lo divorava dentro. Non riusciva a farne a meno. E così, poco alla volta, c’era cascato nuovamente. Il 7 gennaio dell’86 una telefonata mi aveva annunciato la sua morte. È stato un genio dell’organizzazione pugilistica. Suo figlio Roberto, grande competente di pugilato, ci ha provato per un po’. Poi si è arreso, non si sentiva a suo agio in un pugilato in cui non si riconosceva più. La figlia Adriana è protagonista nel mondo del casting. Sento ancora Roberto. Parliamo dei tempi in cui la boxe ci faceva sentire protagonisti del mondo. Siamo stati proprio fortunati a vivere quella Belle Epoque.
Rodolfo Sabbatini, sabato prossimo a Forlì, entrerà nella Hall of Fame del Pugilato Italiano (riceverà la targa il figlio Roberto), assieme a Giacobbe Fragomeni, Giovanni De Carolis, Massimo Barrovecchio. L'evento è organizzato da boxeringweb.
LA CENA DI GALA SI SVOLGERA' A PALAZZO ALBICINI (CORSO GARIBALDI, 80. FORLI'). PRENOTAZIONI ALLO 0543.550608 / 3391415615 (costo: 38 Euro, fino a esaurimento posti) Orario di inizio 20:15.
Il 13 Agosto 1969, a Milano, nasceva Giacobbe Fragomeni (a destra nella foto sopra). In un quartiere nella zona sud della metropoli, non lontano dal centro, che non invitava all'ottimismo. Stadera... Quando sorse, a metà '800, era la zona di confine tra città e campagna, punteggiata dalle fatiscenti baracche dei più disperati tra i disperati, senza casa e lavoro. Poi tanto cose cambiarono, progredirono, ma Stadera era, e resta tuttora, una fetta complicata e difficile di Milano. Era entrato nella vita attraverso una porta poco accogliente, quel bambino con le radici nella solatia, calda e colorata Magna Grecia calabrese affacciata sul Mar Jonio. Non c'erano gli spazi sereni e magici sotto il cielo che tocca il mare attorno a lui, ma una fitta nebbia, soprattutto dentro, dove è difficile che scompaia. La famiglia sconquassata da mille problemi, i genitori in perenne conflitto, le profonde incomprensioni con il padre, in un contesto sociale che gli offriva mille occasioni di perdersi e rarissime di ritrovarsi. Ne ha passate di tutti colori: stenti, drammi famigliari, rabbia, cattive compagnie, fragilità e violenza, alternate in un carosello che pareva senza fine. Facile immaginare la trama. Un film che si è visto mille volte. Era ormai quasi ventenne e già senza futuro. Sovrappeso, non molto alto, sempre di cattivo umore, in cerca di guai e in lotta con il mondo intero. Mary, la sorella che tanto amava, se n'era andata per sempre vittima di sostanze che colpiscono immancabilmente e a tradimento. Si era lasciato andare del tutto, Giacobbe, quasi volesse seguire Mary. Ogni cosa che produceva danni se la procurava, se la metteva in corpo e talvolta pensava che della vita ne aveva già avuto abbastanza. Poi, il miracolo. Chissà come, chissà perché, un giorno infilò la testa dentro ad una palestra di pugilato insieme a un amico, ma non per diventare pugile. Semplicemente per tentare di rimettersi un po' in sesto perché aveva vergogna di sé, della propria esistenza, dei 120 chili che gli ballonzolavano sui fianchi e di mamma Rita con gli occhi sempre lucidi per il tanto amore che aveva dentro e il poco che aveva potuto offrire ai suoi figli. Conobbe il maestro Ottavio Tazzi, che tutti chiamavano affettuosamente "nonno". Un tecnico di stampo antico, prediletto da Umberto Branchini, un maestro che aveva insegnato a boxare a centinaia di ragazzi, alcuni dei quali divennero campioni d'Europa e del mondo ascoltando i consigli sempre espressi in strettissimo dialetto meneghino da quell'uomo dai capelli bianchi, perennemente in tuta ginnica e dispensatore a piene mani di nozioni pugilistiche ed esistenziali, preziose per affrontare le insidie del ring e quelle più pericolose della quotidianità. Nella gloriosa e indimenticabile palestra Doria di San Babila, Fragomeni trovò in un sol colpo un padre putativo, un rifugio, tanti amici e un domani. Il "ciccione" dimagrì in pochi mesi e i suoi nefasti vizi evaporarono, sradicati dalla fatica tremenda degli allenamenti sommata a quella di operaio stradale. Incredibilmente chiese ed ottenne il permesso di salire sul ring, prima in palestra poi per davvero, lasciando stupefatti i compagni che mai avrebbero immaginato un fatto simile. Era stata una vocazione tardiva la sua, però nel 1993 era già in azzurro e campione italiano, per l'immensa gioia della mamma e di "nonno" Ottavio, conquistando in seguito un vero patrimonio di medaglie internazionali in ogni angolo del mondo, tra le quali spiccano gli ori ai Giochi del Mediterraneo di Bari (1997) e agli Europei di Minsk (1998) e l'argento alla Coppa del Mondo in Cina (1998). Nel 2000 partecipò ai Giochi Olimpici di Sidney, ma non fu fortunato nel sorteggio perché al primo turno gli capitò il forte cubano Isael Alvarez e venne eliminato in quello che fu il suo ultimo match da dilettante. Divenne professionista nella scuderia di Salvatore Cherchi e debuttò a Milano il 19 Maggio 2001, battendo il mestierante camerunense Henry Kolle Nyume e nei successivi due anni inanellò tredici vittorie contro rivali di poco conto, ma perfetti per maturare, apprendere tanti segreti della boxe a torso nudo e abituarsi alle lunghe distanze. Il 10 Febbraio 2004 il primo reale ostacolo della carriera, superato brillantemente contro il belga Ismail Abdoul, non un fenomeno ma un pugile vero, salito tra le sedici corde con alterna fortuna anche con uomini di alto lignaggio. Giacobbe conseguì altri sette successi e si trovò rapidamente tra le posizioni di vertice nelle classifiche europee. Dopo avere conquistato il titolo italiano contro Guni, l'Internazionale Wbc con il transalpino Serrat e averlo difeso con il brasiliano Bispo, il 17 Novembre 2006, a Londra, la prima immensa opportunità di uomo e di pugile: la sfida all'idolo britannico David Haye, campione continentale dei massimi leggeri con il record zeppo di vittorie per ko. Lo aveva battuto da dilettante, ma ora era tutt'altra partita. Fu un match terribile, cruento, drammatico. Fragomeni si batté da leone, ebbe più volte il rivale "in mano" ma non riuscì a concludere per la sua limitata potenza. Haye, pur con il viso devastato dalle ferite, non mollò di un millimetro e a 1'29" del nono round costrinse alla resa il ragazzo di Stadera. Ma l'appuntamento con l'Europa era stato solo rinviato, seppure di dimensioni più ridotte. Il 31 Luglio 2007, il massimo leggero di Ottavio Tazzi ebbe la meglio sull'indomito siracusano Vincenzo Rossitto al termine di dodici serrate riprese e si cinse così ai fianchi la cintura dell'Unione Europea, che conservò dinanzi al francese El Hadak e al bulgaro Semerdjiev. Poi... il mondiale!Il 24 Ottobre 2008, sotto gli occhi entusiasti dei propri concittadini, Giacobbe raggiungeva la vetta del mondo per la sigla Wbc, lasciata libera dalla vecchia conoscenza David Haye, surclassando l'imbattuto ceko Rudolf Kraj per Decisione Tecnica all'ottava ripresa, quando l'arbitro sospendeva la contesa per una vasta ferita subita dall'italiano a seguito di una testata. Alla lettura anticipata dei cartellini, verdetto unanime ai punti per lui, apparso nettamente migliore del cosfidante. Sì, adesso Fragomeni poteva dirsi soddisfatto. Aveva superato l'impossibile e, almeno metaforicamente, si era lasciato alle spalle Stadera e tutto ciò che aveva simboleggiato. Nel quartiere, non era più uno dei tanti gatti randagi persi nel nulla, ma un simbolo positivo soprattutto per i giovani. La dimostrazione che, volendo, i miracoli esistono. Ma i pugili non hanno mai pace. Attraversata una tempesta se ne presenta immediatamente un'altra e questa si chiamava Krzysztof Wlodarczyk, il polacco di Varsavia impastato con l'acciaio sia nel carattere che nei pugni. Alto, calvo, con lo sguardo affilato quanto una spada, ricordava davvero un "Diablo", soprannome non a caso affibbiatogli dai suoi tifosi. Era quanto di peggio si potesse incrociare sul ring in quel momento. Carico di gloria e di titoli, salì sul ring del Gran Teatro di Roma sicuro di vincere, con la sfrontatezza e il vigore dei suoi 27 anni al cospetto dei preoccupanti 40 di Fragomeni. Per chi scrive, quella sera Giacobbe ha raggiunto il punto più alto della sua storia di pugile, in termini tattici, fisici e soprattutto caratteriali. Uno dei combattimenti più spettacolari disputati in Italia nel Terzo Millennio. Una battaglia senza tregua tra il brevilineo Fragomeni e l'altissimo polacco dalla pelle candida. El Diablo lanciava terrificanti bordate con traiettorie e distanze sempre diverse; Giacobbe cercava di stargli vicino e non si fermava mai. Il match aveva preso una brutta piega e alla nona ripresa sembrava ormai perso. Per due volte l'eterno ragazzo milanese si trovò a terra e tanti chiusero gli occhi per non assistere all'epilogo. Invece... Difficile spiegare ciò che avvenne! Decima, undicesima e dodicesima ripresa furono tutte a favore di Giacobbe. Sembrò quasi che, rialzandosi dal secondo atterramento, avesse raccattato dal tappeto energie sovrumane, come se gli fossero entrati nel cuore e nel cervello per soccorrerlo mamma Rita, la sorella Mary, forse anche il padre e Ottavio Tazzi, gli amici di Stadera e i compagni di palestra. Krzysztof Wlodarczyk entrò in crisi fisica e mentale, probabilmente disorientato da quel vecchio italiano capace di entrare all'inferno, addentare il Diablo e uscirne indenne. Match pari! E non casalingo, ma giusto. Però probabilmente, nei trentasei minuti con il polacco, Fragomeni spese tutto il meglio di sé. Cinque mesi dopo, il 21 Novembre 2009, lasciava la cintura nelle mani dell'ungherese Szolt Erdei con verdetto discutibile a Kiel, in Germania. Il 15 Maggio 2010, nella rivincita iridata con Wlodarczyk a Lodz, in Polonia, doveva arrendersi all'ottavo round e nel 2012, ormai quarantatreenne, dopo tre combattimenti poco significativi, si batteva due volte con il quarantottenne Silvio Branco (il 17 Marzo a Pavia e il 15 Dicembre a Riva del Garda), immensa gloria della boxe italiana. L' "operazione-nostalgia" si chiuse con un pareggio e quindi con una vittoria ai punti di Giacobbe, che invero nulla tolsero o aggiunsero alle meravigliose carriere di entrambi. L'anno dopo, il 6 Dicembre 2013, l'indomabile guerriero lombardo ci provò ancora contro Wlodarczyk a Chicago, negli Stati Uniti, e venne fermato saggiamente alla sesta ripresa e infine, il 24 Ottobre 2015 a Mosca, incurante di una carta d'identità sempre più "pesante" (quarantasei anni), l'effettivo ultimo atto della sua esaltante galoppata di pugile contro il durissimo russo Rakhim Chakhkiev, per la cintura europea. Il sogno impossibile svanì in quattro riprese. Fragomeni è poi salito sul quadrato altre quattro volte, vincendo incontri di modesta levatura, come per abituarsi un po' alla volta all'addio. Ha poi conosciuto successi in altri settori, aggiudicandosi nel 2016 un'edizione dell'Isola dei Famosi, a conferma dell'affetto e del rispetto di cui è circondato, poi collaborando con i City Angels di Milano per il sostegno ai diseredati di ogni età della metropoli (come egli stesso era stato) e meritando nel 2022 il Premio alla Bontà conferitogli dai dirigenti della nobile organizzazione. Oggi, padre di famiglia, sereno e benvoluto da tutti, conduce all'ombra della Madonnina il Fight Club che porta il suo nome. La boxe l'ha salvato e quindi, perchè Giacobbe non dovrebbe salvare altri e magari farne diventare qualcuno campione? Le favole non finiscono mai per sempre...
LA CENA DI GALA SI SVOLGERA' A PALAZZO ALBICINI (CORSO GARIBALDI, 80. FORLI'). PRENOTAZIONI ALLO 0543.550608 / 3391415615 (costo: 38 Euro, fino a esaurimento posti) Orario di inizio 20:15.
Ha baffi spessi e inconfondibili, uno sguardo fiero e un carattere volitivo . E' romano e ,guarda caso ,si chiama Massimo. Entra nella Hall of Fame Italia l'unico arbitro italiano ed europeo ad essere stato nominato per ben due volte miglior referee mondiale dal World Boxing Council . Come arbitro o giudice ha presenziato a 76 campionati europei e a 53 campionati del mondo di sigla.
Sesta edizione della Hall of Fame del Pugilato Italiano, organizzata da Boxeringweb. L'appuntamento è per il 26 ottobre a Forlì, Palazzo Albicini.
Si parlerà anche del mondiale massimi Ali vs Foreman, 30 ottobre 1974, mentre sullo schermo sfileranno le immagini di quella notte. Il più importante match nella storia del pugilato moderno. Sarà presentato il mio libro “Re per sempre”, il racconto di retroscena e follie del combattimento in cui Muhammad Ali ha ricordato al mondo la sua grandezza.