Riflessioni individuali ad uso strettamente personale...
di Gualtiero Becchetti

Ho la fortuna di andare abbastanza spesso all’estero per seguire il pugilato e vorrei poter condividere tale opportunità con tutti gli amici e gli appassionati, affinché si rendessero conto che al di fuori dell’Italia il nostro sport non corre alcun pericolo d’estinzione; che accoglienti palasport si riempiono di pubblico anche per riunioni che qui richiamerebbero quattro gatti in squallidi impianti; che le televisioni ne parlano talmente tanto da risultare quasi noiose; che i pugili che vanno per la maggiore non hanno nulla da invidiare, in termini di popolarità, a calciatori, cantanti, politici, attori, ecc.
Sarebbe una specie di “pillola” d’ottimismo, per chi ritiene il pugilato ancora una nobile disciplina e sta vivendo un lungo periodo di frustrazione nella constatare il quasi nulla che accade a casa nostra. Verificare la vitalità di uno sport che consente ai suoi protagonisti di conquistare tuttora benessere e prestigio ad appena un’ora d’aereo dai nostri confini dà qualche conforto e regala pure preziosi motivi di riflessione.
Chi vive ancora nella nostalgia del tempo che fu, spesso identifica le fortune del pugilato con la miseria, la fame, la mancanza di altre prospettive esistenziali.
Questa convinzione, fatta propria persino da elementi di spicco della dirigenza pugilistica di ieri e di oggi, rappresenta in realtà la “bestemmia”, l’errore fondamentale da cui hanno origine quasi tutti gli altri.
Pugilato=Emarginazione?
Pugilato=Povertà?
Se così fosse, allora siamo paradossalmente prossimi a tornare ai fasti del passato! Sì, perché con quasi il 40% di giovani disoccupati, per ritrovare “pezze nel sedere” non occorre ripensare al dopoguerra. Basta farsi un giretto sotto casa. Invece, tale eguaglianza non ha fondamento (ammesso e non concesso che ne abbia davvero avuto nella prima metà del secolo scorso), altrimenti saremmo una potenza pugilistica di prima grandezza insieme alla Spagna, la Grecia, l’Africa, gran parte dell’Asia e nel contempo avrebbero da decenni sepolto la boxe i Paesi del benessere: Germania, Stati Uniti, Gran Bretagna, Giappone, Corea del Sud, Canada, ecc. La realtà dice invece esattamente il contrario. Grande pugilato dove c’è lavoro; modesto pugilato dove c’è miseria. Come la mettiamo? Siamo proprio sicuri che sia il disagio la motivazione che conduce sul ring e non qualcosa di più profondo e intimo, incapsulato nell’animo di compie tale scelta?
Come mai la maggioranza di giovani che frequentano oggi le palestre, che indossano i guantoni o più semplicemente leggono e scrivono di boxe sono persone che studiano o lavorano e non provengono dagli angoli dimenticati della società? Lo dico apertamente e senza remore: se la sopravvivenza della boxe fosse effettivamente basata sul luogo comune secondo il quale essa attinge la propria linfa nel male dell’esistenza, mi batterei alla morte perché fosse abolita!
Ma così non è e trovo profondamente stupido e offensivo che dagli ambienti stessi del pugilato venga alimentata questa tesi. I suoi fautori dimostrano di non amare né rispettare i pugili, ma di essere invece disposti a lucrare, occupare poltrone, fare le ruote da pavone sfruttando la presunta ignoranza, disperazione e mancanza di cervello degli atleti.
Senza tirarla per le lunghe, ritengo che un ragazzo diventi pugile fondamentalmente perché in possesso di “spirito guerriero” (cosa non da tutti…), per una sfida verso se stesso poi verso gli altri e infine per il sogno di poter diventare “qualcuno”. Solo “dopo”, ma molto “dopo”, per la speranza di lauti guadagni. In vita mia, tra le “nuvole” di ragazzini che ho visto varcare la porta della palestra, non ne ho mai trovato uno che mi abbia detto: “Sono qui perché voglio fare soldi”.
E’ chiaro quindi, se per caso il mio discorso ha un senso, la ragione per cui ho definito “bestemmia” l’idea che il pugilato lo possa fare solo chi ha pancia e testa vuote e perché ritenga che moltissimi guai e meschinità della sempre meno “noble” art italiana derivino da tale atteggiamento culturale.
Ai pugili infatti si può tagliare tutto, quando li si consideri poco più che galli da combattimento a due gambe e due braccia: rimborsi-spese, borse, dignità, rispetto. Cosa mai può infatti pretendere colui che ha scelto di salire sul ring, perché nella vita non ha altro e non può attendersi altro?
Eppoi ci si lamenta se le televisioni e i giornali ci trascurano? Se tutto si svolge all’insegna dell’improvvisazione e dell’emergenza? Se riteniamo normale montare un ring e fare combattere dei pugili, talvolta sotto i riflettori delle Tv, in luoghi dove non si svolgerebbe neppure il bingo rionale? Se si deve ancora rassicurare la gente che non è vero che ai ragazzini viene fratturato apposta il naso? Se ci si lamenta che qualsiasi delinquente abbia messo piede nella toilette di una palestra venga definito “pugile”?
Ma cosa protestiamo quando siamo i primi noi ad avvallare, per ignoranza e incompetenza, gli aspetti più deteriori dei luoghi comuni sulla boxe! Persino un famoso sociologo francese prevenuto nei riguardi del pugilato, Loic Wacquant, svolgendo una ricerca universitaria sulla boxe a Chicago, nel suo libro “Anima e corpo” (uno dei più belli che abbia mai letto), ha scoperto che in uno dei peggiori ghetti della metropoli statunitense i pugili erano comunque di livello culturale ed economico superiore alla media dei coetanei “nullafacenti” del quartiere e non a caso, “fulminato” da totale amore per la boxe, ha cominciato ad allenarsi e ad imparare, sino a sostenere persino un match “vero”.
Ecco il nodo da tagliare. E’ una rivoluzione culturale quella da compiere, com’é accaduto in Germania e in tutto il Nord Europa, persino in Svezia dove il professionismo era stato abolito per legge. Bisogna che la boxe riprenda un’immagine vincente, positiva, gioiosa, ottimistica e riconsegni il rispetto umano, professionale e intellettuale ai pugili e a chi sta loro vicino.
Se ciò non accadrà, rassegniamoci ad un niente sempre più niente. Il pugilato necessita di rispetto, cultura e amore non a chiacchiere bensì coi fatti, altrimenti è destinato ad un’inarrestabile corsa al ribasso, perché al peggio non c’è fine. I sogni devono essere grandi, freschi e luminosi se vogliamo che nella realtà possano far germogliare qualcosa di buono.
A fare funerali c’è sempre tempo…



