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Lo strano caso di "Sergio" Demchenko

 Demchenko Sergey Weight jpg

A detta di tutti Sergio, ucraino classe '79 ormai italiano, anzi romano, a tutti gli effetti è un uomo tranquillo. Una brava persona. Un ragazzone con la testa pelata e il naso che ti fa capire che fa il pugile da una vita. A detta di tutti questo Sergio, nome italianizzato del Serhiy che ha all'anagrafe, è un pugile che fa male, e che nella sua ormai più che decennale carriera non ha raggiunto i risultati che forse avrebbe meritato. Non un campione, non un fenomeno, ma un pugile, Sergio Demchenko, che in vita sua ha sempre mostrato serietà, abnegazione, potenza e buoni numeri. A metà dei primi anni Duemila, quando era un giovane pugile in ascesa, pare che in pochi avessero la voglia e il fegato di combatterci contro. Sergio era, ed è, un pugile tipico della scuola dell'Est: pochi fronzoli, boxe in linea, poco movimento sulle gambe se non lo stretto necessario, poca o nessuna concessione ad atteggiamenti sopra le righe. Però faceva male. Faceva un male cane se arrivava pulito a bersaglio. A fine 2006 lo scoprì un giovane talento, anche lui oriundo, della boxe italiana, il senegalese di Pontedera Ali N'Diaye, che contro di lui conquistò un titolo giovanile Ibf ma dopo una dura battaglia e solo con verdetto contrastato, in un derby in famiglia perché entrambi i ragazzi erano gestiti da Davide Buccioni. Allora Demchenko si rimise in fila, ad aspettare il suo turno. Solo due match nel 2007, altrettanti nel 2008 prima del match di Belgrado in cui avrebbe dovuto dare spazio al pugile locale Janjusevic per l'Intercontinentale Ibf dei mediomassimi. Al quarto round Demchenko colpisce duro, l'avversario cede, e la cintura del titolino se la porta a casa lui. Il nome di Sergio allora risuona per l'Europa. Nel febbraio del 2009 con i nostri occhi lo vedemmo vincere e convincere ai punti contro Jalusic, discreto collaudatore, ma nessuno, in quel momento poteva credere che quello sarebbe stato l'ultimo match disputato dal nostro in Italia per lunghissimi anni. Nell'agosto dello stesso anno lo spediscono in Germania a contendere un altro Intercontinentale, stavolta Wbo, a Karo Murat, uno dei pupilli delle potenti organizzazioni di casa, che lo batte ma solo ai punti.

E qui, non si sa bene perché, la carriera di questo ragazzone romano d'adozione, con i pugni come macigni, si interrompe. Ci vogliono più di due anni per rivederlo sul ring, ma chiaramente in giro per l'Europa e a fare lui il collaudatore di lusso. Vince un match in Ungheria ma ne perde quattro di fila tra Germania, Marocco, Danimarca e Polonia, tutti ai punti e contro presunti giovani virgulti. Nel gennaio 2015, ormai dato praticamente a fine carriera, una carriera che non gli ha dato quello che forse avrebbe meritato, Sergio, promoter di se stesso, prende la sua valigia dei sogni e delle speranze, e arriva fino in Finlandia per testare il discreto Haapoja. Al secondo round però Sergio colpisce alla sua maniera e l'avversario va ko. Haapoja chiede la rivincita, deve rifarsi della figuraccia a casa sua, quattro mesi dopo ancora lì un verdetto pare casalingo gli dà almeno il pari, dicono le cronache molto stretto per ciò che aveva fatto vedere Demchenko. Improvvisamente, per l'ucraino-romano si aprono nuovi insperati spazi. Magari c'è ancora tempo per togliersi qualche soddisfazione. A ottobre del 2015 si fa preparare dal maestro Boncinelli e va in Francia a combattere contro Mehdi Amar. Si prepara bene, con coscienza, lotta per dodici round ed esce sconfitto ai punti con verdetto non umiliante. Alla fine dell'anno lo chiamano in Germania per ridare lustro al curriculum di Enrico Koelling, un ragazzotto undici anni più giovane di Sergio lanciato al solito alla grande carriera ma che a inizio 2015 ha subìto un clamoroso stop da un italiano impertinente, talentuoso ma assai particolare che si chiama Mirko Ricci, che dopo un match quasi perfetto gli ha portato via l'Intercontinentale Wba. Koelling con Demchenko vince ai punti, ma non largamente, e il nostro Sergio si rimette in attesa, collabora come apprezzatissimo sparring a Roma e dintorni e aspetta una nuova chiamata.

E la chiamata arriva subito. C'è Mirko Ricci, il ragazzone bollente  che un anno prima è andato a vincere in terra tedesca, che è uno dei co-sfidanti al titolo dell'Unione Europea dei pesi mediomassimi, lasciato da Amar. L'altro cosfidante inglese si becca quanche infezione intestinale, spedisce il certificato e abbandona. Davide Buccioni, che di questo match è il promoter, si ricorda di Sergio e lo chiama. Sergio risponde positivamente. Del resto il suo stesso figlio pare essere appassionato tifoso del Ricci medesimo. E il match si fa. Ricci con il suo talento forse troppo sprecato dietro inutili atteggiamenti istrionici, Demchenko con la solita boxe in linea a tentare i colpi duri dietro consiglio di Aurelio Pili, che all'angolo gli dà sempre l'ispirazione giusta. I round si susseguono, Ricci pare in pieno controllo, anche troppo, e magari si disunisce. Demchenko mette mattoncino dopo mattoncino e attende con pazienza, quello che ha fatto in dodici anni di non proprio generosa carriera. Nel decimo round la svolta, incredibile, inattesa. In pochi istanti Sergio si prende un titolo vero, magari non una gran cosa ma comunque importante, e si rimette in pista per nuovi traguardi a 36 anni. Dà al ragazzo talentuoso, il nostro Ricci, una sana lezione pugilistica che potrebbe essere importante se quello la volesse capire e trarne il giusto insegnamento. E Sergio, quello che nessuno ci voleva combattere perché faceva troppo male, ferma il tempo e sorride. Ne ha motivo davvero. La boxe premia sempre gli uomini pazienti che sanno aspettare la propria occasione.

Andrea Bacci

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