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Freddie Little , il professore .

 Little Freddie SW

Storia di uno dei più forti superwelter di sempre. Evitato dai migliori e dimenticato da molti.

 

 

Di Matteo  Biancareddu

 

 

 

Lo chiamavano “Il Professore”, e non perché fosse un maestro del ring. Lo era, in effetti, ma la ragione era un’altra. Lo chiamavano Il Professore perché era davvero un professore. Di storia e scienze naturali, in una scuola media di Las Vegas. Si era dedicato all’insegnamento dopo il ritiro dall’attività pugilistica, annunciato nel 1961 per mancanza di avversari. Nessuno era disposto a incontrarlo senza un compenso adeguato o una posta in palio che valesse il rischio: aveva vinto ventiquattro incontri su ventisei, diciotto per KO, distinguendosi non solo per la detonante potenza che nascondeva in entrambi i guantoni, ma anche per l’intelligenza e il talento superiori alla media. Era insomma il classico pugile da evitare, e difatti era evitato. Nessuno voleva sottoporsi all’esame del professor Little.

UN PROFESSORE SEVERO Così, il nero Freddie Little, nato in Mississippi ventisei anni prima, appese i guantoni al fatidico chiodo e fece richiesta per un posto da insegnante, ottenendo una cattedra a Las Vegas. Lasciò il Profondo Sud e si trasferì nella “città del vizio”, che non era ancora la mecca della boxe. Aveva fama di essere un professore severo, Little; lui stesso lo ammise in un’intervista rilasciata anni dopo. Era stato un professore severo anche sul ring, dove usava impartire lezioni esemplari agli avversari. E quelli, dopo averne saggiato la forza, si guardavano bene dal ripetere l’esame. Si diceva che Little, per incoraggiare gli altri a sfidarlo, avesse addirittura perso di proposito i due match con Norris Burse nel 1958 e con George Benton nel 1960. L’ipotesi sta in piedi per la sconfitta con Burse (KO al quinto round), anche se le cronache del tempo raccontano che Little, dopo essere crollato al tappeto, impiegò due minuti per rinvenire. Diverso è il caso del match con George Benton, perso da Little con verdetto a maggioranza sui dieci round. Benton, duro e scientifico pugile di Filadelfia, era un maestro al pari di Little, e solo per una clamorosa ingiustizia non poté disputare il titolo mondiale dei medi. Con lui non si perdeva di proposito, ma solo per inferiorità.

LA SECONDA OCCASIONE A Las Vegas, Little usava allenarsi in una palestra cittadina; non perché meditasse il “comeback”, il ritorno sulle scene, ma semplicemente per tenersi in forma. Eppure, la leggenda di quel singolare professore dal pugno mortifero iniziò a circolare, tanto da attirare nel luogo dei suoi allenamenti un manager di nome Joseph Kiernan. Questi condusse una paziente opera di convincimento che infine persuase il disilluso Little a concedersi un altro tentativo con la boxe. Il professore tornò sul ring a giugno del 1965, dopo quattro anni e un mese d’inattività quasi totale (aveva nel frattempo combattuto un solo match, nel 1963 con un mestierante). E riprese esattamente da dove aveva lasciato: una vittoria per KO sul discreto John Henry Smith. Gli avversari non scarseggiavano più, grazie agli impresari che finalmente lo supportavano. Nel solo 1965, Little disputò e vinse quattro incontri, prima di festeggiare l’inizio del 1966 con la sua vittoria più prestigiosa: un sonoro KO al quarto round ai danni di Denny Moyer, primo campione dei superwelter. Quando affrontò Little, Moyer aveva già ceduto il titolo a Ralph Dupas, che l’aveva a sua volta lasciato nelle mani di Sandro Mazzinghi. E Mazzinghi l’avrebbe presto consegnato a Nino Benvenuti, che sarebbe poi andato a perderlo a Seul, nel poco accogliente domicilio del coreano Ki-Soo Kim. Little avrebbe preferito disputare il titolo dei medi, che era secondo solo a quello dei massimi in termini di prestigio e compensi; ma lo statunitense non aveva gli agganci giusti per farsi largo in quella categoria, e il fatto di essere così temibile non gli era d’aiuto. Emile Griffith e Nino Benvenuti, che si palleggiarono il titolo dei medi in quegli anni, fecero volentieri a meno d’incontrarlo. Così, Little dovette accontentarsi di concorrere nella divisione inferiore, dov’erano relegati i “reietti” dei pesi medi, esattamente come i superleggeri accoglievano gli “indesiderabili” dei pesi leggeri e welter. Chi era troppo forte e poco ammanicato doveva rassegnarsi a tirare la cinghia e scendere in una delle categorie intermedie, istituite di recente e quindi meno ambite.

Littke Freddie champion 69 kg

UNA MACCHIA INDELEBILE Se al mondo c’è un posto che si è sempre distinto per la mancanza di equità nelle competizioni sportive, è la Corea del Sud. Basti ricordare le vergognose Olimpiadi del 1988 e lo scandaloso Mondiale di calcio del 2002, che peraltro vide l’Italia tra le vittime della corruzione dilagante. Non meno sconcertante fu quanto capitò a Freddie Little il 3 ottobre 1967, quando il pugile raggiunse Seul per sfidare Kim. Il match non ebbe storia: Little dominò il campione e lo mise due volte al tappeto nell’undicesimo round, senza riuscire a batterlo prima del limite. Dei quindici round disputati, almeno i due terzi avevano avuto nell’americano il chiaro padrone. Ma il verdetto, non unanime, fu incredibilmente favorevole al pugile locale. La composizione della terna giudicante era tutto un programma: uno statunitense e due coreani. E tutto si svolse secondo copione: lo statunitense riconobbe a Little il largo vantaggio che meritava, mentre i due coreani compirono la missione cui erano destinati. Fu uno dei verdetti peggiori nell’intera storia della boxe moderna.

INTRIGO INTERNAZIONALE Little, delusissimo, tornò a meditare il ritiro. Era come se il destino si fosse divertito a illuderlo nuovamente per poi tradirlo. Ma i suoi manager non tardarono a rispedirlo sul ring, secondo la massima per cui, una volta caduti da cavallo, la cosa migliore è tornare subito in sella. Little combatté e vinse due match, quindi ottenne subito un’altra occasione: a ottobre del 1968, esattamente un anno dopo la cocente sconfitta con Kim, sfidò a Milano il nuovo campione Sandro Mazzinghi. Toscano di Pontedera, il trentenne Mazzinghi era già stato campione dei superwelter dal 1963 al 1965, quando fu spodestato dal triestino Nino Benvenuti. Anche Benvenuti, come Little dopo di lui, cadde nella trappola coreana, cedendo il titolo a Ki-Soo Kim al termine di un match che i pochi occidentali presenti ritennero dovesse andare all’italiano. Nino, curiosamente, fu poi vendicato da Mazzinghi, suo irriducibile rivale, che fece traslocare il coreano a Milano per batterlo ai punti davanti a sessantamila spettatori, sul prato dello stadio Meazza. Fu, quello, uno dei maggiori e più memorabili eventi pugilistici andati in scena nel nostro Paese. Ma Sandro non ebbe molto tempo per godere della vittoria: la WBA gli impose la difesa obbligatoria con lo sfidante ufficiale, che era appunto Little, e l’italiano dovette ottemperare al mandato, pena la perdita del titolo. Il manager Adriano Sconcerti e gli organizzatori della S.I.S. (Società Imprese Sportive), presieduta da Vittorio Strumolo, avrebbero fatto volentieri a meno di raccogliere la sfida dell’americano, perché lo temevano.

little freddie 11Ma la WBA non sentì ragioni, anche perché il suo vicepresidente Jim Deskin era il co-manager di Little. Mazzinghi non era più il pugile di cinque anni prima: il suo stile garibaldino e le molte battaglie sostenute cominciavano a presentare il conto. Come se ciò non bastasse, accusò un malore la notte prima del match, quando fu colpito da una violentissima colica. Quella sera, il pugile si era pesato e aveva constatato, non senza preoccupazione, di essere a 71,5 chili: troppi per il limite della divisione, fissato a 69,9. Alle ore dodici del giorno seguente, quando si svolsero le operazioni di peso ufficiali (a quel tempo, il peso si faceva il giorno del match), Mazzinghi fece registrare 68,8 chili: nello spazio di una notte, ne aveva persi 2,7! Era chiaro che la sua forma fisica non poteva essere ottimale. Il match durò otto round, vinti quasi tutti da Little. L’americano aveva uno stile singolare: si muoveva pochissimo sulle gambe, azzerando gli spostamenti superflui; teneva il sinistro abbassato, pronto a scattare, mentre il destro stava davanti al mento con la funzione di bloccare il sinistro altrui; stuzzicava gli avversari con il jab per invitarli all’attacco e punirli con il destro d’incontro. Era un cervello del ring, un pugile che conosceva tutto e non improvvisava niente. Davanti al professore, anche il feroce Mazzinghi divenne mansueto. Andò persino al tappeto nel quinto round e riportò diverse ferite alle arcate sopraccigliari, una delle quali fu addebitata a una testata involontaria. Stanco, sfiduciato e sanguinante, Mazzinghi si ritirò alla fine dell’ottava ripresa: era evidentemente un KO Tecnico, ma l’arbitro e giudice unico Herbert Tomser, tedesco, decretò inaspettatamente il No Contest per ferita. Nei giorni seguenti, scoppiò il finimondo sui giornali come negli uffici della WBA e dell’EBU (European Boxing Union).

I due enti si dissociarono dalla decisione dell’arbitro, anche se il risultato del match non fu cambiato. Tomser tentò goffamente di giustificarsi sostenendo di essersi attenuto alle regole dell’EBU. Le regole in questione stabilivano che l’arbitro poteva sancire il No Contest per ferita entro la metà dell’incontro, e Tomser provò ad argomentare che, essendo l’incontro sui quindici round, la metà non coincideva esattamente con la fine della settima ripresa. Lui, però, aveva applicato la regola tra l’ottava e la nona, ben oltre la metà del match. Tomser aggiunse che, se anche gli enti avessero cambiato il No Contest in Decisione Tecnica, avrebbe fatto fede il suo cartellino, data la sua qualità di giudice unico. E il suo cartellino, al momento dell’interruzione, annotava un salomonico pareggio: 36-36. Questo rilievo dovette peggiorare ulteriormente la sua situazione, perché chiunque avesse visto il match sapeva che Little meritava un vantaggio ampio. La WBA approfittò dello scandalo sollevato dai giornali per adottare un provvedimento del tutto arbitrario: tolse il titolo a Mazzinghi e lo rese vacante. L’EBU, presieduta dall’italiano Piero Pini, si allineò e sospese l’arbitro Tomser con effetto immediato: sarebbero passati due anni prima che fosse riammesso su un ring. In tutto questo marasma, la Federazione italiana non proferì parola.

Little vs Hayward postyer

FINALMENTE IL MONDIALE La WBA, dopo aver destituito Mazzinghi con un provvedimento immotivato, fece di peggio mettendo in palio il titolo tra Freddie Little e Stanley “Kitten” Hayward. La decisione più logica sarebbe stata ordinare la ripetizione del match tra Little e Mazzinghi; ma l’ente aveva altri piani, e il WBC si accodò. Little si consacrò finalmente campione il 17 marzo 1969, quando batté nettamente il rivale a Las Vegas. Hayward non era un pugile qualunque: era il classico fighter di Filadelfia, durissimo e determinato, capace di mettere KO in quattro round un campione come Curtis Cokes e di battere ai punti il concittadino Bennie Briscoe. Ma “Kitten” risultò impotente contro la classe e la scienza pugilistica del professore: il match si risolse in un dominio di Little.

RITORNO IN ITALIA Il professore difese il titolo a settembre del 1969 nella città di Osaka, in Giappone. Il suo sfortunato sfidante fu il beniamino locale Hisao Minami. Scriviamo “sfortunato” perché Minami fu messo KO con un destro atomico nel secondo round, dopo che Little aveva giocato con lui nel primo. Il professore sapeva essere sornione, paziente e crudele come un gatto con la sua preda. Un mese dopo la vittoria su Minami, Little fu invitato di nuovo in Italia per un match senza titolo in palio con il milanese Carmelo Bossi. A trent’anni appena compiuti, Bossi era chiamato all’ennesimo rilancio di una carriera che, malgrado alcuni successi, non era decollata come ci si aspettava. Il milanese era stato un dilettante eccellente, medaglia d’argento nei superwelter alle Olimpiadi romane del 1960. Aveva ceduto solo in finale al fortissimo statunitense Wilbert McClure, un altro di quei pugili che, da professionisti, non hanno eguagliato i successi ottenuti da dilettanti. Bossi aveva gareggiato nei superwelter perché il posto nei welter, sua categoria naturale, era stato assegnato a Nino Benvenuti, che vinse la medaglia d’oro e la Coppa Val Barker come miglior pugile del torneo. Passato professionista nel 1961, il milanese ebbe una crescita costante ma non del tutto convincente, inframmezzata da inciampi inattesi. Ottenne infine la possibilità di sfidare a Johannesburg il locale Willie Ludick, un bianco mancino che la Federazione sudafricana, dopo la rinuncia al titolo da parte di Emile Griffith, aveva riconosciuto campione mondiale dei welter per la sua vittoria sul francese Jean Josselin. Quasi quattro mesi dopo quel match, la WBA e il WBC incoronarono lo statunitense Curtis Cokes, che divenne dunque il campione ufficiale della categoria; ma Ludick conservò un certo credito perché Cokes fu riconosciuto campione a seguito di una vittoria sullo stesso Josselin, che il sudafricano aveva battuto per primo. Con Bossi, Ludick mise in palio non il titolo di campione mondiale, ma la sua pretesa di essere considerato tale, e la difese grazie a un dubbio verdetto di vittoria ai punti emesso dall’arbitro e giudice unico Bill Godfrey, che era un suo connazionale. Si può dunque legittimamente dubitare dell’equanimità di quel verdetto, che fu replicato fedelmente un mese dopo: ancora Johannesburg, ancora l’arbitro Godfrey; ancora un verdetto ai punti favorevole a Ludick. Bossi tornò deluso in Italia e si rifece vincendo il titolo europeo dei welter, che sarebbe dovuto essere l’anticamera di un nuovo assalto mondiale; non al fantomatico titolo di Ludick, ma a quello ufficiale di Cokes, che peraltro aveva da poco messo KO il sudafricano.

Bossi batte Little x fer

L’inconveniente, però, era in agguato: Bossi cadde nella prima difesa del titolo europeo, con il mediocre caraibico Fighting Mack, che gli fratturò la mascella in due punti e lo costrinse al ritiro nel decimo round. Sfumò, quindi, la possibilità di sfidare Cokes, che avrebbe di lì a poco ceduto il titolo dei welter al fenomenale José Napoles; ma, in compenso, si materializzò l’opportunità di affrontare Little, seppur senza titolo in palio. L’incontro si fece a Roma il 31 ottobre 1969, ed ebbe un esito simile a quello del match tra Little e Mazzinghi. Nel terzo round, Bossi riportò una ferita al naso per una testata accidentale: stordito e sanguinante, non poté continuare. L’arbitro Carlo Fantozzi, memore del burrascoso precedente, sospese l’incontro e ordinò la lettura dei cartellini, i cui punteggi risultarono favorevoli all’americano. Tre mesi dopo, Little era di nuovo in Italia, sempre a Roma, per affrontare il connazionale Eddie Pace, un uomo che aveva già incontrato due volte in America, dividendo la posta. Il titolo non era in palio perché Pace non era pugile di classifica. In linea con i trascorsi più o meno recenti di Little in Italia, anche quel match fu controverso: l’arbitro Ferdinando Aniello mandò tutti a casa nell’ottava ripresa, quando squalificò il professore per scarsa combattività. Little, come detto, era un pugile sornione, spesso passivo e apparentemente sonnolento: amava tendere imboscate, gettare l’esca e aspettare pazientemente che l’avversario abboccasse; ma, se quello non abboccava, si rischiava l’impasse. E l’arbitro, in quei casi, aveva facoltà d’intervenire con provvedimenti spicci, spesso sollecitati dalle rimostranze del pubblico. Quel risultato non arrecò alcun danno alla carriera del professore; ma la fine del suo regno era vicina.

LA FINE DEL REGNO Dopo aver difeso il titolo in Germania battendo ai punti il locale Gerhard Piaskowy, Little tornò in Italia, a Monza, per mettere in palio il titolo mondiale nella rivincita con Bossi. L’italiano era pugile di ottima tecnica, ma difettava di potenza, forza fisica e regolarità: era capace di prove sfavillanti come di prestazioni abuliche. La prima metà del match fu dominata dall’americano, autorevole e “professorale” come sempre. Poi, Little allentò la morsa e concesse spazio alla rimonta di Bossi, che rinvenne orgogliosamente e si fece arrembante a partire dal nono round. Il campione, pensando di poter amministrare il vantaggio accumulato, adottò una condotta conservativa che gli costò la vittoria e il titolo: al termine dei quindici round, l’arbitro e giudice unico Roland Dakin, inglese, alzò il braccio di Bossi. Little disapprovò il verdetto e lamentò un infortunio alla mano sinistra, che l’aveva a suo dire condizionato nell’ultima parte del match; ma dovette rassegnarsi alla sconfitta e lasciare il titolo in Italia, nelle mani di Bossi.

Freddie Little non sarebbe più tornato in possesso del titolo mondiale, né avrebbe avuto la possibilità di riconquistarlo. Fece rientro a Las Vegas e combatté altri quattro incontri nello Stato del Nevada, vincendoli tutti; quindi, si accomiatò dal ring e tornò all’insegnamento. Ancora oggi, guardando i pochi e frammentari filmati dei suoi match, i suoi studenti si stupiscono del fatto che il loro professore fosse tale non solo in classe, ma anche sul ring.

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