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Nino ha realizzato i sogni degli italiani. Storia di quelle notti magiche...

Nino Over Emile

di Gualtiero Becchetti

Ni-no!.. Ni-no!.. Ni-no!

Era la colonna sonora in onore forse del più grande del pugilato italiano, che fece vibrare Palasport e stadi dal 20 Gennaio 1961 a Trieste, dove debuttò come professionista, sino all’8 Maggio 1971 a Montecarlo, dove tutto finì.

Nino Benvenuti era un predestinato. Lo era stato anche alle Olimpiadi di Roma 1960, quando vinse e nessuno si stupì. Pochi mesi di riposo e si lanciò verso un decennio immortale nella storia del pugilato, dello sport e persino del costume nazionale.

Di bell’aspetto, lingua sciolta e modi signorili, aveva già stuoli di ammiratori, ma non erano pochi coloro che lo ritenevano un po’ tenero per il pugilato professionistico.

Combatteva in punta di piedi, leggermente incurvato sulle spalle e in posizione laterale per offrire il minimo bersaglio; aveva uno splendido jab sinistro e la guardia sempre alta, riflessi e tempismo rari. Non amava il corpo al corpo e del suo repertorio, infatti, erano parte integrante mille malizie che metteva in atto, all’occorrenza, con disinvolta eleganza per farle passare inosservate.

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Non godeva fama di forte colpitore e ciò sembrava un limite alle sue ambizioni e qualche dubbio serpeggiava anche attorno alle doti di resistenza al dolore.

Dal 1961 al 1963 disputò ben quaranta incontri, vincendoli tutti. Ora saliva sul ring con i capelli più lunghi e sfumati di biondo; sembrava un divo dello schermo e infatti le tifose rivaleggiavano, per numero, con i tifosi.

Bruno Amaduzzi, il suo vulcanico manager bolognese, raccontava di avere capito che sarebbe diventato un grande nel match contro Nic Maric, oscuro e tenace collaudatore jugoslavo. Era il quinto combattimento di Nino e si disputò a Milano il 7 Aprile 1961. Amaduzzi narrava che Benvenuti alla terza ripresa era completamente cotto e giunse all’ultima solo masticando dolore e orgoglio in quantità industriale, per poi crollare sul lettino degli spogliatoi stravolto dallo sforzo.

“Quella sera ho capito che era un pugile vero”, diceva il manager.

Intanto la classe di Nino, supportata dalla follia tecnica e umana dell’allenatore imolese Libero Golinelli, avevano trasformato il sinistro in un’arma letale, con traiettoria a metà tra gancio e montante. In quei primi match, affrontò rivali di crescente difficoltà, tra i quali alcuni che oggi si batterebbero per titoli internazionali importanti.

Isaac Logart, Tony Montano, Gaspar Ortega, Teddy Wright e altri, erano pugili che davano del tu a qualsiasi uomo di graduatoria mondiale.

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Fu però il randellatore nicaraguense Luis Gutierrez il primo che lo fece volare al tappeto, il 15 Novembre 1963 a Roma, ponendolo sull’orlo del ko in apertura di match, per poi arrendersi a sua volta alla 7^ ripresa.

Al ventesimo match divenne anche campione d’Italia dei medi (sì, allora indossare la cintura tricolore era un onore!), mettendo ko all’11^ ripresa il modenese-brindisino Tommaso Truppi, sul ring del PalaEur di Roma l’1marzo del 1963, dopo una sfida complicata.

Il biennio 1964-65 condusse Benvenuti alla definitiva consacrazione e lo trasformò in una star come gli appassionati di oggi neppure possono immaginare. Era dovunque. Sulle prime pagine dei quotidiani e delle riviste di gossip; nelle trasmissioni televisive; nelle pubblicità; nei cinegiornali; nei grandi eventi mondani; nei salotti-bene e nei luoghi alla moda...

Eppure sostenne ventuno combattimenti impegnativi, sconfiggendo rivali di alta quotazione, quali Fabio Bettini, Denny Moyer, un certo Juan Carlos Duran allora ancora argentino, Art Hernandez, Mick Leahy, Rip Randall (poi caduto combattendo in Vietnam), Milo Calhoun. Match sulle dieci riprese che valevano spesso assai più di odierni campionati del mondo.

E arrivò finalmente il 18 Giugno 1965.

L’Italia intera si fermò, con il cuore rivolto allo Stadio di San Siro, a Milano.

Mazzinghi vs Benvenuti!

Ghelfi contro ghibellini; coppiani contro bartaliani; romani contro barbari; cristiani contro saraceni...

Una rivalità straordinariamente e ferocemente meravigliosa come poche nella storia dello sport italiano. Dopo complicatissime trattative tra Amaduzzi e il promoter meneghino Strumolo, l’imbattuto ciclone di Pontedera, Sandro Mazzinghi, aveva accettato di mettere in palio la cintura Wba-Wbc dei superwelter conquistata nel ‘63 contro Ralph Dupas proprio a Milano e averla difesa contro lo stesso Dupas a Sidney e nell’anno successivo contro Tony Montano e Fortunato Manca, rispettivamente a Genova e a Roma. Nino Benvenuti era sceso di una categoria, ma la sua tribolata vigilia alla bilancia fu nulla in confronto al dramma immane che aveva travolto Sandro.

mazzinghi

Mazzinghi si era sposato il 2 Febbraio 1964 con Vera, una ragazza della sua terra; dopo solo dodici giorni di matrimonio, al rientro notturno da una festa a Montecatini, la sua Bmw si schiantò contro un albero e la moglie morì all’istante; Sandro si salvò, riportando però una frattura alla scatola cranica e altri gravi lesioni. Sembrava perduto per la boxe, ma con incredibile coraggio invece tornò e battè Montano e Manca.

Però, quando chiese un rinvio in vista della difficile difesa con Benvenuti per recuperare la condizione psico-fisica al 100%, non gli venne concesso e forse questa fu la scintilla che fece esplodere il mai del tutto sopito astio verso Nino.

Poi, sul ring circondato dai 40.000 di San Siro, andò come andò. Dopo cinque riprese alla morte, con Sandro all’arrembaggio e Benvenuti in difficoltà, ma pur sempre in paziente agguato, a pochi secondi dal termine della sesta, sull’ennesimo spericolato attacco di Sandro, Nino l’incrociò con un letale montante destro alla punta del meno.

Ko!

Un colpo perfetto, diventato forse il più famoso mai lanciato da un pugile italiano.

Sandro ko

Nei mesi seguenti il triestino, seppure iridato dei superwelter, si dedicò di nuovo alla categoria dei medi e il 15 Ottobre, a Roma, conquistò la vacante cintura europea davanti all’ormai consueto tutto-esaurito del PalaEur, mettendo ko alla 6^ ripresa il talentuosissimo spagnolo Luis Folledo (se avesse incassato di più, che pugile sarebbe stato!) e non poche sofferenze nelle prime cinque, con un gancio destro devastante. Al dieci dell’arbitro Ike Powell si abbandonò ad inusuali (almeno per lui) scene di tripudio, a conferma che se l’era vista brutta e che le voci di una preparazione non da manuale erano forse giustificate.

Quindi, dopo avere superato facilmente Johnny Torres e James Shelton, ecco la rivincita con l’indomito Sandro Mazzinghi.

Quello del 17 Dicembre 1965 non fu un match pari al primo, dal punto di vista spettacolare, ma fu comunque una battaglia di rara durezza. NIno vinse nuovamente ai punti, ma di strettissima misura, seppure all’unanimità. Decisivi probabilmente un kd subito da Mazzinghi al secondo round e le ultime tre riprese (si combatteva ancora sulle quindici), che Benvenuti si aggiudicò dopo avere subito la veemente rimonta del toscano, il quale non ha mai digerito, neppure oggi, quel verdetto.

Dopo avere battuto Don Fullmer e Clarence James, nonchè il tedesco Jupp Elze per kot al quattordicesimo round in Germania, con l’europeo dei medi in palio, l'immacolato record di Nino perse la verginità!

I promoter sudcoreani gli offrirono la colossale borsa di 45 milioni di lire (allora si acquistava un condominio con tale somma!), per volare a Seoul a difendere le cinture Wba-Wbc dei superwelter contro il beniamino locale Kim-Ki Soo.

mazzinghi

Nessuno ha mai visto quel match, se non coloro che erano a bordo-ring e quindi resta in gran parte misterioso. Fatto sta che, probabilmente non molto allenato, Nino perse il primo match della sua vita per split decision (68-74 e 69-72 per Kim Ki-Soo e 72-68 per lui), con la complicità di cartellini discutibili e la misteriosa rottura di una corda, alla penultima ripresa, che permise allo sfidante di rifiatare mentre era in crisi.

Da quel momento, con il manager Amaduzzi convenne di combattere solo tra i medi e puntò decisamente verso il mondiale della categoria, detenuto da Emile Griffith che l’aveva conquistato contro il nigeriano del Biafra, il grande Dick Tiger.

Benvenuti nel frattempo superò il bel francese Di Benedetto nell’ennesima difesa continentale, il duro inglese Harry Scott, il bravo Ferd Hernandez, il mediomassimo brasiliano di Mestre Renato Moraes, líimpresentabile tedesco Manfred Graus, l’insidioso giamaicano Milo Calhoun.

Ed ecco finalmente il magico 17 Aprile 1967.

Seguito al Madison Square Garden di New York da fedelissimi giunti dall’Italia con due aerei speciali e sostenuto da una folla di italo-americani che per fare pronunciare correttamente il ben noto “Nino-Nino”, inalberavano cartelli con la scritta “Neeno-Neeno”, Benvenuti ribaltò, quella sera, il mondo. Atterrò Griffith alla seconda ripresa, ne fu a sua volta più duramente atterrato alla quarta, ma vinse chiaramente e all’unanimità.

europeo

Mentre si cingeva i fianchi con le cinture Wba e Wbc dei medi nella baraonda festosa di un ring trasformatosi quasi in una piazzetta italiana nel cuore della Grande Mela, al di qua dell’Atlantico le prime luci dell’alba risuonavano delle grida di giubilo di 18 milioni di connazionali che erano stati incollati alla radio per ascoltare l’ormai mitica telecronaca di Paolo Valenti, alla faccia delle autorità politiche che avevano vietato la diretta televisiva per non distogliere quei poveri cretinotti che eravamo noi, dagli impegni di lavoro e di studio del giorno dopo! Quella notte entrò non solo nella storia del pugilato e dello sport, ma addirittura in quella sociale del Paese. Il ritorno a casa fu memorabile.

Forse solo a certi Capi di Stato e Pontefici furono riservati eguali manifestazioni popolari di ammirazione e di affetto. Ma quasi non ci fu tempo di rifiatare perchè, come da contratto, fu programmata l’immediata rivincita e il 29 settembre Benvenuti e Griffith salirono sul quadrato di un tempio del baseball newyorkese, lo Shea Stadium, con tutti i favori dei pronostici stavolta dalla parte del biondo triestino. Ma entrambi i protagonisti non erano gli stessi del precedente match. Forse meno concentrato Nino, sicuramente più cattivo Griffith, che vinse bene costringendo il campione a soffrire come ben poche altre volte in carriera.

si

La bella era comunque d’obbligo e programmata per l’inaugurazione del nuovo Madison Square Garden, il 4 marzo 1968, quando Joe Frazier divenne per la prima volta campione del mondo dei massimi battendo Buster Mathis per ko all’undicesimo round.

Nino aveva sostenuto un test di rientro il precedente 19 Gennaio a Roma, contro l’imprevedibile, fragile ma insidiosissimo statunitense Charley Austin, vincendo tra non pochi patimenti. Non c’era quindi molto ottimismo sull’esito del terzo match con Emile. Invece Benvenuti se l’aggiudicò, rompendo il grande equilibrio, mediante il solito gancio sinistro che atterrò il detentore all’undicesima ripresa, facendo pendere meritatamente i cartellini di un soffio e a maggioranza dalla sua parte.

Il trittico con Emile Griffith era chiuso per sempre e il mondiale tornava in Italia.

I successivi match sostenuti da Nino, ormai diventato un monumento vivente, gli portarono due facili vittorie contro gli inconsistenti Akasaka e Jimmy Ramos. Poi volò in Canada e negli Usa dove, rispettivamente il 17 Settembre e il 14 Ottobre del medesimo anno, battè in rivincita e senza esaltare Art Hernandez e pareggiò con l’onesto pugile di Akron, Doyle Baird. Probabilmente fu un primo, timido e sommesso segnale.

Poco dopo, il 14 Dicembre, al Teatro Ariston di Sanremo conservò le cinture iridate battendo chiaramente Don Fullmer, ma subendo un kd.

Si prese un lungo riposo nel 1969, rientrando sul ring solo il 6 Maggio al Madison Square Garden, per affrontare in cambio di una sontuosa borsa colui che era stato un campionissimo dei medi e dei mediomassimi: Dick Tiger, ormai quarantunenne e considerato agli spiccioli della carriera, come infatti fu (si ritirò un anno dopo). Però Nino, forse sottovalutando il tenacissimo vecchio, perse nettamente e finì ancora al tappeto.

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Il manager Bruno Amaduzzi, nelle interminabili notti vacanziere di Loiano e dinanzi agli immancabili salami e a file di bottiglie di lambrusco, era sempre meno sorridente riguardo al futuro del proprio campionissimo.

Il 4 Ottobre, al San Paolo di Napoli, s'inventò per lui, come sfidante al titolo, il ventunenne Fraser Scott, statunitense di Seattle di scarsissime credenziali e di cortissimo e anonimo futuro, a conferma che stava diventando molto, molto prudente.

Vinse Benvenuti per una frettolosa squalifica alla settima ripresa e non entusiasmò; anzi! Forse perchè, il 22 Novembre al PalaEur di Roma, ad attenderlo c'era il cubano Luis Manuel Rodriguez, sfidante ufficiale, vero fuoriclasse soprattutto tra i welter, dall’incredibile record (103 match, di cui soltanto sette persi), il quale si cimentava già a torso nudo mentre Nino sognava vanamente l’Olimpiadi di Melbourne del 1956!

Più che l’età, era la lunghezza e la durezza della carriera di Rodriguez ad alimentare l’ottimismo. Ma sul ring fu un esaltante semi-dramma, un immenso e finale sospiro di sollievo degli spettatori presenti e di milioni di italiani dinanzi alla TV.

Il cubano non diede un istante di tregua al nostro iridato. L'incalzò e lo bombardò per quasi tutto il match, costringendolo ad inenarrabili sofferenze e solo l’orgoglio e la classe permisero a Nino di sopravvivere e di restare ancora in match, sino all’undicesimo round, quando ormai la sconfitta sembrava materializzarsi di secondo in secondo. Con il volto ricoperto di sangue e le forze al lumicino, Nino Benvenuti estrasse in quella ripresa un capolavoro dalla propria infinita pinacoteca pugilistica e con un gancio sinistro di prima intenzione fece crollare in croce Luis Manuel Rodriguez sino al 10!

Ecco. Fu proprio quello forse l’ultima immortale pennellata d’arte del triestino e probabilmente molti lo intuirono. L’atto finale di Nino, di colui che era stato considerato in Italia praticamente invincibile per vent’anni, si compì in quel momento, radioso ed esaltante come si addice a chi sta tra le nuvole dell’Olimpo dello sport.

Rodriguez

Quattro mesi di riposo non bastarono e il 13 Marzo a Melbourne, in cambio di ben trentamila dollari, Amaduzzi e il campione accettarono le dieci riprese con il modesto statunitense Tom Bethea, appena quindici match sostenuti e reduce da quattro sconfitte consecutive. Doveva essere una tranquilla festa per i nostri emigranti e fu invece un dramma per il campione. Indietro nel punteggio dei giudici, pesantemente al tappeto per un colpo al corpo alla settima ripresa, all’inizio di quella successiva Nino, dolorante ad una mano, abbandonò e tutti le sirene d’allarme sul suo conto suonarono all’unisono.

Comunque, Amaduzzi riuscì a raschiare da quella Waterloo un’astutissima opportunità. Il 23 Maggio seguente, nella croata Umago, a due passi dal luogo dove Nino Benvenuti era nato, Isola d’Istria, riuscì a organizzare l’ennesima difesa delle cinture iridate proprio contro il medesimo mediocre statunitense che (i miracoli avvengono una volta sola!), finì ko all’ottava ripresa con irrisoria facilità.

Il 12 Settembre Nino era di nuovo tra le corde per sconfiggere alla grande, con un kot al decimo round, quel Doyle Baird che l’aveva costretto al pareggio l’anno prima ad Akron.

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Poi...

poi arrivò la bestia!

Il 7 Novembre, al PalaEur della capitale, per la sfida iridata Carlo Monzon uscì dal tunnel degli spogliatoi e i tifosi capitolini, stipati all’inverosimile, sommersero l’argentino di fischi e insulti. Alto, bello, la pelle ambrata tipica degli indios, lo sfidante sembrava sceso da Marte, assolutamente indifferente a tutto e con occhi carichi di feroce determinazione. In tanti, tacitamente, intuimmo che poteva essere una notte fatale. Non avevamo mai visto Monzon, ma non importava. Non aveva un record trascendentale, ma non importava. I giornali avevano scritto che era lento ed elementare con gli sparring, ma non importava. Uno non poteva avere quella faccia ed essere un bluff, pensammo in molti. Nino era ben preparato, si battè come un leone, sopportò l’insopportabile. ma non bastò. Non era più quello di qualche anno prima. Ad ogni suo sinistro, Monzon rispondeva con due sinistri; ad ogni sua scorrettezza Monzon ribatteva con una scorrettezza peggiore; ad ogni gancio sinistro affondato, Monzon restava indifferente e infieriva con colpi al corpo e al volto che emanavano dolore solo a vederli.

Alla dodicesima ripresa, l’epilogo del dramma.

koRoma

Nino, ormai sfiancato, si rifugiò al proprio angolo e l’argentino di Santa Fe lo seguì senza fretta, come un boia sul patibolo, poi gli appoggiò il sinistro sul volto quasi a metterlo nella giusta posizione e calò la terribile mannaia, sotto forma di un lungo destro entrato nella storia del pugilato.

Benvenuti cadde a terra con il viso schiacciato sul tappeto eppoi, con eroico stoicismo, cercò di rialzarsi e ci riuscì, aggrappandosi andosi alle corde. Il re era stato sportivamente giustiziato, ma non era rimasto a terra. Era caduto nel miglior modo in cui poteva cadere: rimettendosi in verticale sulle proprie gambe e contro un pugile destinato a diventare uno dei più grandi campioni di tutti i tempi.

Scesero lacrime senza sosta quella notte, sia al palasport che nelle case degli italiani, persino di quelli a cui della boxe non importava nulla. Si chiudevano per sempre ricordi, gioie, esaltazioni, paure e polemiche. Su uníepoca scendeva il sipario e tutti sentimmo, dentro, che la boxe mai più sarebbe ridiventata come era stata con lui. E così purtroppo è accaduto.

Ma, qualcuno dirà, la storia non è ancora finita. È vero.

Visse ancora due momenti che però assomigliarono troppo allora, e ci assomigliano ancora oggi, a una salita verso il Calvario.

Nino Benvenuti ci riprovò di nuovo prima di rassegnarsi alle leggi del tempo e del ring.

nino benvenuti malore

Il 17 Marzo 1971, in un match di collaudo a Bologna, si arrese al modesto argentino Josè Chirino, subendo ben due conteggi e l’8 Agosto, allo Stade Louis II di Montecarlo, fu definitivamente frantumato in tre riprese da Carlos Monzon e il suo orgoglioso calcio all’asciugamani lanciato da Bruno Amaduzzi per sottrarlo ad un’inutile punizione, resta l’ultimo fotogramma di una carriera che è cara a chi ama il pugilato, come una diamante, come il più bello dei libri di fiabe dell’infanzia, come il campanile del proprio luogo natale.

Grazie di averci regalato quei giorni di gloria, immenso Nino.  

Nino Benvenuti
(26 aprile 1938)

Mondiale superwelter Wba, Wbc 1965-1966.
Mondiale medi Wba, Wbc 1967
Mondiale medi Wba, Wbc 1968-1970.
Record: 82-7-1 (35 ko).

I PRIMI A ENTRARE NELLA HALL OF FAME ITALIA (2. continua) - Nino Benvenuti dilettante pubblicato il 25 settembre; Nino Benvenuti professionista pubblicato il 29 settembre.

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