In ricordo di quelle marce
Questo piccolo racconto, basato su un viaggio vero, fu pubblicato per la prima volta su una fanzine che si chiamava Boxe Nord Italia diretta da Fabio Vetro che fu il primo a farmi scrivere di boxe. Fu successivamente ripubblicato con qualche aggiunta su Boxe Ring. Lo ripropongo a pochi giorni dall'anniversario delle marce di Selma organizzate da Martin Luther King nel 1966 per i diritti civili dei neri degli Stati Uniti, in particolare per l' effettivo riconoscimento del diritto di voto. Le marce furono tre, la prima subito bloccata nel sangue dagli uomini dello sceriffo Clark sul ponte Edmund Pettus, la seconda fu interrotta dallo stesso King che sospettò che l'inattività della polizia locale nascondesse una trappola, la terza, ottenuta l'autorizzazione di un giudice, venne effettuata da Selma a Montgomery. Fra la seconda e la terza marcia un prete bianco di Boston fu assassinato dai segregazionisti, al ritorno dalla terza marcia stessa sorte subì una organizzatrice bianca uccisa dal Ku Klux Klan. Poco dopo il Presidente Johnson firmò la legge sui diritti civili.
Quando arrivammo a Selba, Alabama, pioveva a catinelle e il caldo era infernale. Era sera, tardi per le usanze della provincia americana. vedevo a stento la strada attraverso il vetro dell'auto incrinato da un sasso schizzato da sotto le ruote di una macchina che viaggiava in senso contrario. Cercavamo un motel perché non ne potevo più, guidavo senza sosta da Natchez, Mississippi, massimo 65 miglia all'ora, ed eravamo diretti a Savannah, Georgia, un'altra giornata di strada da lì. Ci venne incontro la consueta fila di motel che si incontra entrando in ogni cittadina americana. Scegliemmo uno che sembrava essere decoroso. Purtroppo non lo era. Gente che urlava. Lasciammo subito una camera dove avevamo trovato vermi e scarafaggi. Al banco un ragazzo nero handicappato, faceva fatica a parlare. Non capivo il suo slang balbettato e spaventato, lui non capiva il mio inglese stanco.
Mi ricordai che beatles significava scarafaggi...restituimmo la chiave. Risalimmo in macchina intristiti. Non ci dicemmo una parola e scegliemmo un altro motel molto più caro, per reazione. La camera era ok. Scendemmo per andare a cena, non c'era nessun posto dove si potesse sperare di mangiare decorosamente. Solo una specie di fast food, luci da obitorio. Una cameriera di mezza età dallo sguardo vuoto e dimesso ci servì la solita steak con patate fritte: "Dove andate?" "A Savannah, poi a Charleston, South Carolina". Finalmente sorrise al pensiero delle ville di Savannah: "Bella città" disse. Non so se ci fosse mai stata.
Martin Luther King con Ali
A est, sulla strada per Atlanta e la Georgia, c' Lafayette, il paese dove era nato Joe Louis; a ovest, oltre il Mississippi, l'Arkansas dov'era nato in un piccolo paese Sonny Liston. A nord, molto più a nord, Louisville, dove era nato Cassius Clay. Il grande ventre dell'America, il Sud. Quel sud dove ancora si rammaricano di aver perso una guerra civile un secolo e mezzo fa, dove le piantagioni ora le visitano i turisti e dove ti spiegano che in fondo, lì, i neri non vivevano poi così male. Già, alcuni, forse...
Da Selma erano partite le marce di Martin Luther King. Anni prima dal sud erano partiti Joe Louis e Sonny Liston verso un nord dove, forse, si poteva sbarcare meglio il lunario. "Questo ragazzo farà grandi cose, ma con le mani" disse un insegnante di Joe. Cosa intendesse dire di preciso non si sa, però, siccome Louis è stato forse il più grande peso massimo della storia, lui è passato per un profeta. Credo che nessun insegnante abbia mai detto nulla di buono su Sonny, che era più vecchio degli altri, di quanto non si sa, perché all'anagrafe le nascite dei neri erano registrate a volte anni dopo. Sonny Liston a scuola non imparò neppure a scrivere il proprio nome. Quando Sonny divenne campione del mondo tutti pensarono che per anni non ci sarebbe stato scampo per nessuno. Lui non andava bene a nessuno mentre Floyd Patterson, il bravo ragazzo nero disponibile e sorridente, sì. Eppure anche Floyd era stato in riformatorio da ragazzo! Liston lo schiantò in poco più di due minuti. Nessuno amava Sonny, tranne sua moglie. Per garantire il suo diritto a una sfida mondiale nonostante le sue non cristalline frequentazioni si era mosso persino il Presidente Kennedy.
Quando Sonny tornà a Filadelfia, dove viveva, da campione del mondo, si attendeva il sindaco, forse la banda, magari un po' di folla. All'aeroporto non l'aspettava nessuno. Quando John Fitzgerald Kennedy, il presidente eletto con i voti e l'aiuto della mafia, fu assassinato a Dallas, molti americani piansero. La maggioranza di loro erano neri. Nessun uomo con un cervello libero ha mai creduto che l'avessero ucciso sparando da quel deposito di libri. Quelli che stavano dall'alta parte, sulla collinetta, quelli che non credevano perché avevano visto, morirono tutti nel giro di due-tre anni, in modo misterioso. La mafia certi lavoretti li sapeva fare, al diavolo i diritti umani, c'era una guerra da continuare! Dicono che anche Sonny Liston pianse quella sera.

Sono passato da Las Vegas, sono stato sulla tomba di Sonny, al Paradise Garden, vicino all'aeroporto. Un piccolo giardino, Garden of Peace, tante piccole lastre e la sua, vicino alle tombe dei bambini, che gli piacevano tanto. Il nome e una iscrizione semplice: "A man", un uomo. Gli aerei atterrano vicinissimi, in un caldo che spacca i cervelli. Fiori finti. Non c'è mai nessuno. E' il posto più tranquillo di Las Vegas. Las Vegas è anche il posto dove Joe Louis accoglieva gli ospiti, seduto in carrozzella nell'atrio di un hotel. Il posto dove viveva dell'elemosina dei ricchi, bianchi e neri, il posto dove è morto. Anche Sonny è morto a Las Vegas, dicono per una overdose di eroina, ma anche qui ben pochi credono alla versione ufficiale. Pare si occupasse di recupero crediti...Louis è sepolto al cimitero degli eroi di Arlington. a Washington D.C.
Quando Liston morì aveva appena smesso con la boxe, forse. Ma aveva smesso per tutti quella sera nel Maine, quando si era steso ai piedi di Clay-Ali, si era rialzato e non aveva detto neppure una parola quando gli dissero che il titolo non era più suo. Avrei voluto cercare Geraldine, sua moglie. Chiedere a lei perché. Avrei voluto chiederle se è vero che quella maledetta sera aggredì il suo Sonny urlandogli di tutto. Vorrei capire perché lui e Joe sono finiti così.
Ci alzammo in una oscura e grigia alba: c'era tanta strada da mettere dietro le ruote. A colazione un nero enorme, con la targhetta di un congresso sul risvolto della giacca, mi rivolse la parola. Era ingioiellato dappertutto, anche i denti, sorrideva e rideva. Non capivo una parola ma gli sorrisi con aria complice. Chissà se parlava della pioggia che continuava a cadere o dei corn flakes...Risalimmo in camera e guardammo dalla finestra: una fila di bambini neri, malvestiti, attraversava lo stradone guidati da una maestra, nera pure lei. Infilarono la porta di una cascina diroccata. L'asilo. Fra di loro un solo bambino bianco, il più piccolo, il più malvestito.
Partimmo in silenzio.



