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Il maestro, l’asciugamani, lo sconfitto…

LancioAsciugamano
di Gualtiero Becchetti

Salì la scaletta del ring e mise all’angolo lo sgabello. Il suo pugile ci s’abbandonò sopra con il petto ansimante. Immediatamente gli tolse il paradenti e gli appoggiò la borsa del ghiaccio sulla testa, quindi gli fece bere un sorso d’acqua allargandogli nello stesso tempo l’elastico dei pantaloncini, mentre un altro “secondo” gli detergeva il viso con l’asciugamani e gli spargeva con delicatezza la vaselina sul volto.
“Come stai?”, gli sussurrò il maestro fissandolo negli occhi. “Bene-Rispose il ragazzo- Bene…Ma non si ferma mai”.
Il maestro aveva capito che le cose stavano prendendo un brutta china, anche se il combattimento era ancora in equilibrio; quel “non si ferma mai” era la conferma ai propri timori. “Mancano quattro riprese alla fine-Gli ricordò il maestro-E’ stanco anche lui, ma non devi lasciarlo attaccare come in questo round. Anticipalo con il jab e quando si piega in avanti vuol dire che sta per “partire”, allora fa un passetto indietro e portagli il diretto destro dall’alto al basso oppure il montante, ma ricorda di finire sempre con il sinistro. Non fermarti alle corde!  Appena le senti, passo laterale e via!…”.
Il pugile assentì con la testa.
Gli rimise il paradenti, un colpetto d’affetto sulla spalla e il gong suonò di nuovo. Il ragazzo per alcuni secondi cercò di seguire i consigli appena ricevuti, ma la sua condizione atletica stava scemando e invece di evitare le corde vi si adagiò di peso; in quel momento venne raggiunto da un gancio che quasi lo paralizzò, a cui seguirono alcuni altri colpi pesanti. Strinse i denti, si chiuse “a testuggine”, provò a muovere le gambe, ma ormai non era più un pugile che si difendeva; era un uomo disperato che cercava di sopravvivere.
Il maestro si precipitò sulla scaletta e lanciò l’asciugamano proprio davanti al viso dell’arbitro, perché l’uomo disperato doveva “sopravvivere” anche sacrificando il pugile.
Gli sembrò che quei pochi secondi fossero durati ore. Come attraverso una moviola interiore vide il bianco dell’asciugamani allargarsi lentamente nell’aria e scendere di sbieco in mezzo al ring. Pareva il volo di un gabbiano ferito è provò un dolore morale che si tramutò in un solo istante in sofferenza fisica, quasi che una mano cattiva gli stringesse le viscere dall’interno.
Era tutto finito.
Balzò oltre le corde e abbraccio il suo ragazzo, che gli appoggiò la testa sulla spalla con gli occhi pieni di lacrime e lottava affinché i suoi singhiozzi rimanessero silenziosi e nascosti a coloro che avevano invaso il quadrato. Lo fece sedere e cominciò a parlargli, ma neppure sapeva di cosa…Lo puliva con cura, gli ricomponeva i pantaloncini e gli ordinava i capelli come se si potessero cancellare, insieme alle tracce visibili della battaglia perduta, anche le ferite dell’anima che non si vedevano. Aveva davanti un adulto sbriciolato e gli parve invece di rivedere il ragazzino che oltre dieci anni prima, dopo un allenamento in palestra con un dilettante più esperto, s’era inaspettatamente abbandonato ad un pianto dirotto nelle sue braccia perché temeva di non essere adeguato ai sogni che già allora gli riempivano il cuore.
Aveva fatto strada, ma ora tutto era finito; finito per sempre…Le speranze, quelle che volano ovunque, libere e senza confini, quella sera erano state definitivamente ingabbiate nella cruda realtà dei suoi limiti, delle sue debolezze.
Nulla sarebbe stato più come prima.
Il suo avversario, portato sulle spalle dai sostenitori in segno di trionfo, lo guardò e abbassò le braccia; era evidente che per un secondo si stava sforzando di trattenere con cavalleresco pudore la gioia che gli zampillava da ogni poro, per non umiliare lo confitto.Gli si avvicinò e l’abbracciò.
Con quel gesto s’erano già detti tutto.
Un attimo dopo arrivò il suo tecnico che accarezzò la testa del vinto con dolcezza paterna. Poi si volse verso il maestro afflitto da una delusione immensa…Gli strinse la mano con vigore e per un istante, un brevissimo istante, gli occhi dell’uno penetrarono in quelli dell’altro e ci fu condivisione del dolore.
Sapevano entrambi che vittoria e sconfitta prima o poi si sarebbero invertite e la vicinanza con quelle due effimere compagne di viaggio era il destino inevitabile di chi vive sopra e accanto al ring.
Quindi tutto ricominciò daccapo. In un angolo, il profondo pozzo nero della disillusione e della tristezza; nell’altro, a cinque metri di distanza, lo smagliante e fragoroso sole di chi crede e spera di vedere gli orizzonti più lontani.
Il maestro abbassò una corda, fece passare il suo ragazzo e si diressero verso lo spogliatoi a capo chino.

Da domani, per entrambi, ci sarebbero state tante macerie da rimettere insieme.

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