
di Gualtiero Becchetti
Seduta a bordo ring, in volontaria solitudine tra gli altri spettatori, seguiva le fasi del combattimento con apparente freddezza. Esultava nei momenti positivi del “suo” pugile e soffriva nelle fasi di difficoltà, ma “dentro”, masticando interiormente le proprie sensazioni con il pudore di chi le vive per “sé” e per “lui” e non per gli altri…Solo il lieve tremolio delle dita che s’attorcigliavano senza posa, il pallore che traspariva nonostante il trucco e il saliscendi del pomo d’Adamo potevano tradire le sue emozioni, ma la gente non aveva occhi che per i protagonisti e non certo per una donna dall’aspetto quasi freddo e distaccato.
Nessuno poteva sapere che tra tutti, a parte i pugili, era invece proprio lei quella che più di ogni altro era immersa nella sfida.
Non era una passione antica la sua. Era nata quasi per caso, dopo che per lungo tempo aveva considerato lo "sport-nonsolosport" dei pugni un’espressione brutale della natura umana, una rozza disciplina al di fuori del tempo e della logica di cui non le era mai importato nulla. Poi, in punta di piedi, il “paradosso” le era entrato nel cuore e sgomitando s’era fatto largo, occupandone uno spazio sempre più ampio. Complice il ragazzo che si stava battendo tra le sedici corde, aveva cominciato a carpirne i segreti, ad assorbire il fascino di quei giovani indomiti e pieni di umanità, ad emozionarsi per una “follia” talvolta cruenta e però capace di stringere in un vincolo di profondo rispetto coloro che s’erano battuti allo stremo sino ad un secondo prima…
Domandarsi se quel pugile era il marito, il fidanzato, il fratello o un amico, non era importante.
Importante era la condivisione dell’avventura in cui “lui” s’era lanciato a capofitto sin da adolescente; importante era identificarsi con “lui” e per “lui” comunque, “nella buona e nella cattiva sorte”, come si recita all’altare…
L’aveva seguito, sempre un passo indietro e in disparte, in ogni angolo della penisola; nelle arene sfavillanti e negli stanzoni di periferia. Sempre.
Non era un campione e se a volte aveva alzato le braccia al cielo insieme a “lui” mentre nessuno la guardava, altre aveva versato una lacrima per il suo sogno interrotto, se non spezzato, nascondendola con il furtivo passaggio della mano sul volto.
Ricordava più i pugni ricevuti di quelli dati, più l’atterramento subito di quello procurato, più i rientri a casa silenziosi e cupi dopo la sconfitta di quelli rumorosi e ridanciani seguiti alla vittoria.
Chi vuole bene davvero, sente maggiormente il dolore di chi ama che non la sua gioia.
Anche questa volta, mentre la rappresentazione riempiva l’aria d’incertezza, d’apprensione, di paura e di speranza, avrebbe voluto fare qualcosa per aiutarlo. Qualcosa di più. Essergli vicino fisicamente, lottargli accanto, dividere con “lui” sofferenza e coraggio. Sapeva che era un pensiero folle. Per la millesima volta si domandò se valesse la pena patire tanto. Se un giorno lontano, guardandosi indietro, avrebbe rivissuto con rimpianto o con pentimento il tambureggiare del cuore così forte da togliere il respiro per essere stata lì, immersa in una sofferenza non capitata per caso, ma cercata e ripetutamente vissuta per quei misteriosi meccanismi interiori che rendono ogni essere umano simile ma sempre diverso dal prossimo, rasentando talvolta il non-senso.
Che ne sarebbe stato di “lui”? Che ne sarebbe stato di se stessa?….Domani. Domani ci avrebbe pensato. Ora era solo tempo d’essere lì.
Non avrebbe voluto essere da nessun’altra parte.



