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Pugni chiusi .Quando la boxe è riscatto e vola sopra le sbarre del carcere

 

 Carcere UNO

 

di Sergio Arcobelli

C’è bisogno di forza per continuare a combattere battaglie quotidiane che paiono impossibili da superare. Ma c’è anche bisogno di cuore, tanto, mai come in una fase storica del genere. Perché solo grazie alla bontà, all’altruismo, alla solidarietà di pochi eletti, certe sfide possono essere vinte. Ed è per questo chenel 2016 è nato il progetto Pugni Chiusi, creato dal volontario ed ex pugile Mirko Chiari, in collaborazione con Bruno Meloni, allo scopo di insegnare la boxe ai detenuti del carcere di Bollate, in provincia di Milano. Chiari, per primo, è stato salvato dal pugilato. Ha detto basta ai furti - per uno di questi in giovane età è finito per tre giorni in carcere -, e ha iniziato una nuova vita sul ring. Incassare per ripartire. Una volta appesi i guantoni al chiodo, questo 43enne milanese figlio di un camionista e di una casalinga ha capito, però, che era arrivato il momento di fare qualcosa di importante per gli altri. Chi aiuta gli altri aiuta se stesso, scriveva Seneca. Ecco che allora Mirko, ripresa la retta via, ha deciso di muoversi con ancora più forza. Come? Occupandosi degli emarginati dalla società, ovvero dei detenuti e di tutti colori che, come lui, sono finiti dietro le sbarre. Un volontario al servizio degli altri. Senza alcun guadagno, no-profit, solo per il piacere di farlo. “Non ci guadagno nulla. Ho un tornaconto dal punto di vista spirituale”, ammette con il sorriso. Le cose più belle della vita, d’altronde, sono gratis.

Pugni Chiusi è un progetto innovativo che si pone come obiettivo la rieducazione del carcerato. E allora cosa c’è di meglio della boxe, lo sport che per eccellenza permette di raggiungere o ritrovare un equilibrio psicofisico, specie per chi ha buttato via la propria vita, finendo dietro le sbarre per via di rapine, crimini o violenze?

CARCERE DUE

Per chi non avesse ancora guardato il documentario dal titolo “Pugni Chiusi” girato proprio in prigione, che racconta del riscatto sociale dei detenuti del carcere milanese di Bollate attraverso la boxe, vi suggeriamo: fatelo al più presto. L’opera mostra come la vita di questi ragazzi è cambiata in carcere, da quando si sono avvicinati alla boxe. Come la loro preparazione fisica e mentale viene seguita e supportata da psicologi e criminologi, che ogni giorno aiutano tanti giovani detenuti nel processo di espiazione e reintegrazione nella società. E poi, i precedenti illustri non mancano: se non fosse stato per il carcere, per esempio, Mike Tyson non avrebbe dato inizio alla sua carriera pugilistica e a quest’ora di Iron Mike non staremmo a parlare ancora oggi. Ma la storia del pugilato è ricca di aneddoti.

Abbiamo chiacchierato a lungo con Mirko, ovvero colui che ha creato e sta portando avanti questo progetto. Gli chiediamo innanzitutto: perché la boxe può avere una missione salvifica nelle carceri?

“Il pugilato è lo sport a cui tutti gli altri sport aspirano. Ci sono delle regole da rispettare, non è una rissa: fai pugilato. E sei obbligato a rispettarle. Questo porta un detenuto a farsi delle domande: se ci sono delle regole, ci sarà un motivo, no? Nel pugilato come nella vita. Aggiungo che il pugilato ha una particolarità: chi si lascia abbracciare da questa disciplina, migliora la propria condizione di vita. Siccome per me è stato così, sto cercando di portare avanti questo progetto”.

Ma com’è gestire dei detenuti?

“Io stesso voglio essere al corrente se qualche detenuto non si comporta bene, perché ovviamente un corso di pugilato in carcere non è qualcosa che si vede tutti i giorni. E’ particolare. Ma posso dire, con orgoglio, che in questi tre anni abbiamo aggiunto qualcosa. E non c’è mai stato, e dico mai stato, un comportamento scorretto di un detenuto del mio corso di pugilato nei confronti del compagno di cella o di un agente penitenziario. Questo perché la boxe non è semplicemente il dare i pugni, noi insegniamo la disciplina, il rispetto della persona che hai di fronte. Serve a tenere a bada i propri sentimenti, la rabbia, lo sfogo. Il pugilato in carcere può essere la salvezza di un detenuto”.

Carcere tre

“Quando entri in prigione, ti senti soffocare” è latestimonianza di uno dei carcerati nel docufilm Pugni Chiusi, ma poi “grazie al gruppo ho trovato l’armonia. Non mi isolo più, non mi chiudo più in me stesso, in quel momento io, Manuel, divento un allievo di boxe. Il mio pensiero è: non posso più fallire. Ho solo una chance ed è quella che mi sto costruendo adesso. E me la devo giocare alla grande”.

Tra le storie di redenzione c’è anche quella di un detenuto che, in carcere, ha iniziato un nuovo percorso…di laurea. Il suo racconto:

“Sto cercando di rendere questa detenzione nel migliore dei modi possibili, per un futuro migliore. Prima ho perso la testa. Vedevo che la vita non stava andando come volevo. Ero un ragazzo normalissimo. Facevo sport, lavoravo, avevo la ragazza. Facevo l’ascensorista, poi d’improvviso perdo il lavoro. E ho iniziato a fare rapine. Una tirava l’altra. Guadagnavo soldi, tanti. Ma non ero felice. Non facevo più sport. Ero ingrassato. Dal momento dell’arresto, però, ho iniziato a vivere. Ho ricominciato a vivere. Mi hanno dato la possibilità, ma uno deve essere capace di raccoglierla. Lo sport mi sta aiutando in tutto. Mi sono anche iscritto all’università”.

Sono giorni che non finiscono mai quelli in carcere. Dove hai tutto il tempo per lavorare sui meccanismi infernali che ti hanno distrutto. La prigione diventa una sorta di laboratorio che, se fatto bene, può essere utilizzato per la società esterna.

“C’è un valore sociale in quello che si fa qua dentro – ribadisce Mirko -. Io credo molto nella società non nel contesto società stato o sistema, ma in quanto società come gruppo di persone che appartengono ad una stessa terra. E come parte di questa società, tutti hanno l’obbligo di fare qualcosa. E il mio modo di essere funzionale alla società è insegnare boxe ai detenuti. All’inizio c’erano problemi di nazionalità, non è stato facile far convivere tutti. Ora, però, tutti fanno parte di un gruppo. C’è spirito di integrazione, siamo un gruppo in cui ci aiutiamo. Se c’è un ragazzo che è a corto di fiato, l’altro si avvicino per sostenerlo. Dandogli la forza per andare avanti”.

Purtroppo il Covid-19 ha rallentato la missione salvifica di questo progetto. “Proprio non ci voleva. Siamo fermi da quasi un anno col pugilato. I detenuti che si sono iscritti al progetto prima dello stop sono una trentina. Con loro mi scrivo via mail. Cerco di cementare il gruppo, perché è quello manca più di tutto. Se un detenuto riescea completare questo percorso, l’obiettivo del sistema carcerario è stato raggiunto. Loro devono ritrovare il riscatto per se stessi prima qua dentro, e poi permettersi questa nuova identità anche fuori. È importante rinascere qua dentro come persone nuove”.

 

Non tutti sono però d’accordo sul fatto che ai reclusi venga permesso di prendere parte ad un corso di pugilato. “Ma io – puntualizza Mirko - un anno dopo aver avviato il progetto pugilato nel carcere di Bollate, ho fatto partire parallelamente un corso di pugilato per la polizia penitenziaria gratuito e per i familiari. Lo scorso anno il corso è stato chiuso perché non veniva nessuno. La questione è sempre la stessa: non è tanto il pugilato che può portare una persona ad essere violenta. Anzi, semmai la boxe aiuta a gestire le emozioni. E poi, diciamocela tutta: queste persone sono finite dietro le sbarre non certo per essere andate a spacciare, fare rapine, tentare omicidi, in posizioni di guardia o col paradenti in bocca. Mi sembra stupido associare il pugilato alla violenza. Oppure come forma di strumento in mano ad un detenuto per offendere di più. Questo lo possono pensare le persone che non hanno mai avuto modo di provare il pugilato”.

Carcere QUATTRO

Quando parla del suo passato tribolato, Mirko è schietto e sincero: “Da giovane, in quartiere, per un po’ di anni ho sempre rubato. Ma non era il mio stile di vita, l’ho sempre fatto perché ero bravo, avevo un appagamento a livello personale. Quando ho conosciuto la realtà carceraria e ho capito che non volevo quello per la mia vita, allora per cercare di stare più lontano dalla strada, dal quartiere mi sono iscritto in palestra. Ho iniziato con la kickboxing, anche se ho iniziato a combattere tardi, ho fatto il primo match di kick a 25 anni, poi però per cercare di migliorare la tecnica di braccia ho iniziato a fare anche pugilato e mi sono innamorato. Era un ambiente a livello organizzativo serio, ti davano il libretto, mi piaceva questa cosa che i miei sforzi venivano scritti su un libretto. Ho combattuto un po’: 104 incontri, 78 di pugilato. Il mio primo match l’ho fatto il 6 luglio del 2004. Ero già grande, ma io dovevo lavorare, guidavo e guido tuttora i camion degli spazzini. Alle 4,30 del mattino sono già in piedi. Ho avuto la fortuna di conoscere il maestro Zenoni di Parma, mi sono innamorato di lui e del suo stile, e ho combattuto per tre anni per la boxe Parma. Ho fatto il mio ultimo match nel 2011”.

Quando questo periodo buio causa Covid finirà, Mirko vorrebbe realizzare il suo sogno nel cassetto: ovvero quello di creare un circuito carcerario. Cispiega meglio: “So che non è semplice. Negli altri Paesi ci sono già dei programmi carcerari sportivi di altissimo livello. Non solo professionale, ma un programma come vera e propria riabilitazione. C’è un documentario su Netflix, Q Ball che parla di questo penitenziario californiano, dove una squadra di basket molto forte arriva a giocare un torneo statale in carcere. Quelli più portati, vengono poi segnalati per giocare nelle sigle minori”.

E dire che neanche tanto tempo fa, un ring è stato montato all’interno di una prigione. Qualcuno forse ricorderà una sfida internazionale ufficiale che si è svolta l’anno scorso all’interno dell’istituto penitenziario di Santa Maria Capua Vetere, in provincia di Caserta. Era il 4 maggio 2019. In quell’occasione, si tenne un dual match – allo scopo di inaugurare una palestra dentro al carcere - in cui il team Italia trascinato da Clemente Russo, Mirko Carbotti e Gerlando Tumminiello travolse il team Germania per 6 a 0 (sui 7 incontri solo uno è terminato in pareggio). “Due anni fa ho cercato di organizzare una riunione di pugilato all’interno del carcere: sei detenuti che facevano parte del mio progetto dovevano combattere contro sei pugili liberi. Non è stato possibile. Che peccato non aver potuto fare altrettanto. Perché ad oggi ho dieci pugili che potrebbero combattere, sono in forma col peso, tecnicamente pronti e lo vorrebbero fare. Secondo me – conclude Mirko Chiari - si può fare, perché all’estero lo fanno. Bisogna soltanto avere la voglia. Bisogna crederci”.

Per concludere, c’è una canzone de I Ribelli che si intitola Pugni Chiusi e fa proprio al caso nostro. Il testo è questo:

Pugni chiusi
Non ho più speranze
In me c'è la notte più nera

Occhi spenti
Nel buio del mondo
Per chi è di pietra come me

Pugni chiusi
Perduto per sempre
Non ha più ragione la vita

La mia salvezza sei tu
Sei l'acqua limpida per me, yeah
Il sole tiepido sei tu amore
Torna torna qui da me

Pugni chiusi
Non ho più speranze
In me c'è la notte più nera
Viene l'alba
E un raggio di sole
Disegna il tuo viso per me

Oh, mani giunte
Tu sei qui con me
E abbraccio la vita
Con te, yeah...

Il servizio fotografico è di  Federico Guida,  del team regia progetto pugni chiusi.

 

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