di Gualtiero Becchetti
Questo mondo cigola, come una macchinario non a punto. Ed è un cigolio fastidioso, che si ascolta anche quando non si vorrebbe, sempre e dovunque.
Un mondo tecnologicamente avanzato, diventato piccolissimo, che sa tutto di tutti eppure indifferente, untuoso, ipocrita, non buono ma crudele a tradimento; non amico, ma nemico nascosto dietro il falso sorriso della mitezza.
Non sappiamo come sarà la vita di domani perché ancora non ci appartiene e non sappiamo neppure com’è stata quella di ieri, pervenuta a noi attraverso le pagine della storia che è tutt’altro rispetto all’ “esserci”. Conosciamo solo l’oggi. Anzi. C’illudiamo o fingiamo di conoscerlo.
Ci mancano le certezze. I punti fermi. I colori netti e nitidi. Gli amici che sono amici e i nemici che sono nemici. Le strade che portano ad una meta e non i mille sentieri che portano ad altri mille sentieri, i quali alla fine portano al nulla. Ci mancano gli occhi che trasmettono fiducia e persino quelli che incutono paura. Siamo immersi in una “marmellata” composta da infiniti ingredienti indistinguibili tra loro e mescolati da piccole e grandi falsità che sgretolano valori etici, morali, religiosi e civili a cui l’umanità si è sempre aggrappata ogni qual volta ha sentito le gambe vacillare.
Anche per questo amo la boxe, quella protetta dalle sedici corde e non l’altra, così spesso trafficona, becera, rozza e cieca che razzola attorno al ring.
Ne amo la nuda, impudica e totale realtà, la disarmante sincerità, l’anacronista capacità di essere vera e mostrarsi tale nel bene e nel male.
Due pugili, due fragili esseri umani capaci di trasformarsi in guerrieri che si battono guidati da regole condivise e fanno di tutto per sconfiggersi a vicenda.
Sul ring non c’è la pietà mielosa che puzza di umiliazione, ma la cavalleria per chi se l’è meritata; non c’è la perbenistica abiezione che equipara la vittima al carnefice, ma un vincitore e un vinto; non c’è l’eguaglianza infame che confonde il forte con il debole, l’indomito con il vile, ma solo la sincerità di chi esulta e di chi piange.
Si dice, alcuni dicono, che la boxe sia fuori dal tempo, dal costume, dallo stile esistenziale, dall’educazione e dalla cultura contemporanei. Che sia feroce e persino brutale.
Non m’importa.
E’ esattamente come dev’essere e com’è: crudelmente umana, umanamente crudele; così vera, spontanea, diretta e aspra da lasciare sbigottito chi vive la vita come una perenne simulazione mascherata dal “ben pensare”.
Proprio per questo resta cocciutamente attorcigliata alle viscere umane e spirituali delle persone, presente anche quando sembra assente, talvolta dormiente ma mai morta.
Una remota testimonianza di noi esseri umani, con la testa affondata sul guanciale della scienza ma i piedi radicati nella notte dei tempi; di ciò che si è o si vorrebbe essere o si teme di diventare. Un fossile culturale tanto remoto quanto raro e quindi estremamente prezioso, antico e fragile. Una testimonianza inequivoca della natura della nostra specie, affidata al domani perché esso la usi come meglio crede per ricordarsi, se un giorno ne avvertirà il bisogno, che si può essere ancora uomini e donne senza finzioni e inutili sovrastrutture. Forse è follia, forse cultura; più probabilmente entrambe.



