QUATTRO CHIACCHIERE CON GIOVANNI DE CAROLIS
Giovanni De Carolis (28-9-1, 13 ko) è (ancora) uno degli ultimi immortali della boxe italiana nonostante non abbia compiuto i trentasette anni d'età. Laziale di Viterbo, De Carolis passa professionista nel 2007 e sembra poter solo avere una carriera in altalena tra vittorie nei sottoclou e sconfitte titolate, tra cui quella con Nespro per il titolo italiano dei medi e con Lolenga Mock per l'Unione Europea dei supermedi, la categoria che più gli si confà per struttura fisica, dal momento che nei medi perde anche con Signani, sempre cintura tricolore in palio.
Poi cambia marcia, vince il Mediterraneo Wbc dei supermedi e l'International dello stesso ente nel 2012, l'anno dopo fa un figurone in Germania contro Abraham pur perdendo, poi vince l'Internazionale Ibf e nella difesa mette sotto anche l'allora quotatissimo Muhammad Ali Ndiaye, cosa che gli dà l'oppurtunità nell'ottobre 2015 di andare in Germania a contendere il mondiale Wba al tedesco Feigentbuz.

Giovanni perde ai punti ma ingiustamente, qualche mese dopo l'avversario deve concedergli la rivincita che lui vince alla grande per ko tecnico all'undicesima ripresa, titolo difeso pareggiando contro Zeuge, lo stesso avversario che nel novembre 2016 gli toglie la cintura con una conclusione prima del limite. Nel 2017 fa un solo incontro e lo perde, riparte l'anno successivo con un buon test a Nepi vinto per ko tecnico alla seconda ripresa, quindi la sfortunata avventura australiana e la sconfitta contro il giovane Akkawy ai punti.
Ma De Carolis non demorde: conquista per la prima volta il titolo italiano dei supermedi dopo un grandissimo match contro Roberto Cocco, poi l'International Wbc battendo il romeno-fiorentino Dragan Lepei che gli era succeduto come campione tricolore. Giovanni difende il titolo nel giugno 2019 battendo ai punti il tedesco-armeno Khoren Gevor, già campione europeo dei medi e tre volte sfidante mondiale tra medi e supermedi, quindi ecco l'attesa per il titolo europeo e la lenta e lunga odissea tra avversari cambiati e mesi di lockdown per la pandemia.
Finalmente questo sabato 15 maggio a Manchester, organizzazione Matchroom e diretta Dazn, ecco l'appuntamento che gli manca, il titolo continentale dei supermedi vacante , contro l'inglese Lerrone Richards (14-0, 3ko). Lo abbiamo intervistato domenica scorsa con una piacevolissima chiacchierata, alla vigilia della sua partenza per l'Inghilterra, dove sarà accompagnato dal mestro Italo Mattioli, da Luigi Ascani e dal suo manager Davide Buccioni.
-Giovanni, finalmente ci siamo. Questo titolo Europeo era davvero diventato una specie di odissea...
-E' stato un stop di oltre un anno e mezzo, prima e durante il lockdown. Avendo una palestra ho avuto però la fortuna di tenermi costantemente in allenamento, studiando piani tattici e preparazioni mirate per avversari che poi cambiavano inesorabilmente. La cosa mi ha comunque dato l'opportunità di non fermarmi mai e, anche senza salire sul ring, di mantenere una condizione psico-fisica importante. Ho vissuto la pandemia in allenamento e in maniera estremamente rigenerante.
-A guardare il curriculum del tuo avversario si direbbe di trovarsi di fronte ad un pugile a te speculare, tecnico e non troppo potente...
-I record dei pugili inglesi vanno letti in maniera diversa da tutti gli altri, soprattutto di quelli più giovani. Loro quasi mai fanno match facili, combattono sempre tra pugili abbastanza quotati, per questo diffido dal fatto che Richards non abbia potenza nelle mani, poi con i guanti da dieci once non si può mai sapere e il colpo duro può arrivare in qualsiasi momento.

Giovanni in partenza con il suo team
-Cosa pensi dell'inglese?
-Ha ottime gambe, è molto evasivo e dotato di grande atletismo, è veloce e preciso. Servirà un match di grande intensità da parte mia.
-Diamo un'occhiata al movimento pugilistico italiano. Come lo valuti?
-Ci sono ragazzi che stanno venendo su con mezzi importanti e possono avere delle ottime carriere. Penso a Magnesi ma anche a Damiano Falcinelli. Rispetto a me stanno avanti, nel senso che io alla loro età ero in una fase in cui dovevo ancora crescere, mentre loro già dimostrano mezzi importanti. Per la boxe italiana sono ottimista, possiamo passare presto a un buon livello. Si paga magari lo scotto di essere lontani da certi ambienti importanti, come può essere per esempio l'ambiente inglese, ma sono stati fatti parecchi passi in avanti. Ci sono tanti ragazzi che possono avere ottimi risultati, anche senza guardare al curriculum immacolato, perché spesso una sconfitta contro un avversario importante ti dà maggiori motivazioni e un carico di esperienza che dieci vittorie contro dieci collaudatori non ti danno.
-Guardandoti indietro, soprattutto rispetto alla gavetta che hai dovuto fare prima di arrivare ai tuoi successi più importanti, c'è qualcosa che cambieresti?
-Non sarei il pugile che sono adesso se non avessi fatto certe esperienze. No, decisamente non cambiarei niente di quello che ho fatto. Ti dico che ritengo importante anche aver trovato chiuse certe porte, quando è stato il caso. Ripeto che un record non immacolato, come del resto è il mio, ha un significato che può essere anche limitato e non indicativo. Tutto dipende dai particolari momenti che può vivere un pugile. Tutte le mie esperienze, le vittorie e le sconfitte, mi hanno fatto diventare quello che sono ora, mi hanno fatto diventare me stesso. Non cambierei davvero niente. L'importante è che non venga mai meno l'emozione degli eventi, il salire sul ring e avere di fronte l'ennesima sfida da affrontare.
-Poi tu sei un pugile molto scrupoloso per ogni aspetto...
-Spendo molto per la preparazione fisica, vado ovunque possa avere un aiuto per migliorarmi, e per tutto ciò che significa essere un pugile e un atleta professionale. Sono cose che hanno costi ma che per fortuna riesco a colmare con le borse per i miei match. L'aspetto del guadagno è importante, perché altrimenti nessuno potrebbe permettersi una preparazione e una vita da pugile di alto livello.
-Proprio poche ore fa c'è stato il match mondiale per la categoria dei supermedi. Se ti faccio il nome “Canelo”, che cosa ti viene in mente?
-Alvarez è un campione vero. Affrontarlo sarebbe il coronamento di una carriera per tutti, soprattutto per uno come me. Mi batterei con lui solo per avere quell'emozione. Non mi interesserebbe nemmeno la borsa o chissà che cosa, andrei in America per affrontarlo anche a nuoto. Sarebbe davvero la realizzazione di un sogno.
-Ora però hai questo match da affrontare.
-Il contesto del match con Richards è per me fondamentale: grande organizzazione, gli occhi di mezzo mondo puntati su di noi. Sarà davvero una grande emozione anche questa. Me la voglio giocare fino alla fine.
-Insomma in Italia ci sono “vecchietti” che ancora tengono botta...
-Nel 2019, dopo il mio ultimo match con Gevor, ero in un'età vicina a quella della maturità, me lo dicevano tutti. Adesso sono passati due anni e sono nell'età matura come atleta. E' stato un attimo passare a questo livello, ma mi sento bene e posso ancora dare tantissimo.
Andrea Bacci



