Un problema che nessuno vuole davvero risolvere

In principio fu il ciclismo. Dalla caffeina di Coppi (capirai...) alle anfetamine che costarono la vita al povero Simpson sulla salita del Mont Ventoux caro a Petrarca. Nel calcio si è scoperto anni dopo che davano ai giocatori il Micoren, farmaco per il cuore, come si trattasse di caramelle, intere squadre di giocatori deceduti anzitempo. Poi vennero gli anabolizzanti dell'atletica leggera, un discobolo svedese ne aveva presi tanti che ogni volta che torbava in pedana gli si spezzava un braccio o quasi ma fece più clamore il caso di Ben Johnson alle Olimpiadi di Seul del 1988 squalificato dopo aver vinto i 100 metri. La boxe è arrivata, almeno ufficialmente, dopo anche se si parlava soprattutto di droga assunta non in particolare per migliorare le prestazioni sportive ma per vizio personale. Una intera generazione di pesi massimi, quelli degli anni 80-90, sacrificati alla droga, da Pinklon Thomas a Michael Dokes a Tyrrell Biggs fino ad arrivare a Oliver McCall e all'incredibile scena nel match con Lennox Lewis.
Ora è diverso, oppure si sa solo ora che è diverso. Ci si dopa nella boxe per migliorare la propria resistenza a scapito degli avversari, in altre parole si imbroglia. E lo si fa in uno sport dove si rischia la vita ogni volta che si sale sul ring. Consapevolmente, ma non con la consapevolezza che l'altro può farti del male perché ha giocato sporco. Ora i controlli indipendenti o delle federazioni sono più stringenti e cadono nella rete come pesciolini anche quelli che hanno aderito a programmi di controlli come quelli della Vada implementati dalla dottoressa Goodman, quella che lavorava per la Commissione del Nevada. Poi fanno tutti gli stupiti, hanno aderito al programma e risultano positivi, come è possibile? Come se l'adesione al programma li scagionasse di diritto.
Sostanze di ogni genere coperte da altre sostanze, o per aumentare la forza o la resistenza o per perdere peso più facilmente. Non ce n'è uno che dica scusate ho sbagliato, non lo faccio più. Tutti hanno mangiato carne contaminata o frequentato qualcuno che prendeva certe medicine, tutti non sanno come sia successo. Come i bambini che sfondano col pallone il vetro della finestra del vicino: "Sei stato tu!" "Chi, io?" Tanto lo sanno che tutto finirà a tarallucci e vino con la complicità delle amiche sigle. Vero Luis Nery? Vero Canelo Alvarez? Vero Tyson Fury?. Adesso è il turno prima di Conor Benn (la faccenda è tutt'altro che risolta) e Amir Khan poi, da ieri, di Dillian Whyte per la seconda volta.
Preso atto del fatto che in troppi non vogliono prendere coscienza del problema Nigel Collins, giornalista e scrittore, due volte direttoredi The Ring Magazine, eletto nella Hall of Fame di Canastota, ha provocatoriamene proposto che non si controlli più nessuno e ognuno si regoli come gli pare. Provocatoriamente perché Collins sa benissimo che qui si sta giocando con la pelle degli altri. Forse non tutto nell' antidoping funziona perfettamente, vedi caso Schwazer che però è un altro discorso.
Nessuno cerca una soluzione, che eppure ci sarebbe. Ti sei dopato? Vai a casa e cambi mesterie. Per sempre, e senza sconti.



