di Gualtiero Becchetti

(La follla al peso)
Astana, capitale dell’immenso e lontano Kazakistan. Qualche giorno fa, l’intima meraviglia di stupirmi ancora per la boxe, dopo tanti e tanti anni. E chi se ne frega per i patimenti di un viaggio scombinato, dell’ansia di trovarmi solo, di notte in un aeroporto con quattro gatti, impossibilitato a comunicare con chiunque e senza sapere dove andare? Poi in qualche modo tutto si risolve e qualche ora dopo ecco il momento del peso. Mi chiedo se sto sognando, scaricandomi dalle spalle stanchezza e fuso orario. Vedo centinaia di persone, accalcate al centro di un grande impianto in cemento a forma della tradizionale tenda circolare mongola, infiammarsi per la comparsa non di campioni ma di ragazzi alle prime armi, invocarne il nome e richiedere foto e autografi, mentre decine e decine di poliziotti cercano di contenere l’entusiasmo.

(Kanat Islam e Brandon Cook)
E quando sulla bilancia salgono Brandon Cook e Kanad Islam, pare la fine del mondo…Un boato di guerra s’alza da quella gente che sino a non molti anni fa percorreva in un lungo e in largo la steppa deserta, vivendo di forza, coraggio e di consuetudine con la sofferenza. Intanto sui mega schermi l’immagine di Kanad, idolo di casa, presentata come quella di un guerriero tra i guerrieri, figlio di una storia lunga e misteriosa. Quando i due rivali si puntano gli occhi negli occhi, sono a due spanne da loro e viene pure a me il batticuore. Mi domando per la millesima volta quale cuore d’acciaio debbano avere i pugili “veri”. Il biondo canadese non batte ciglia ma oscilla nervosamente sulle gambe. Le pupille di Islam, immobile invece come una statua, sembrano spade di fuoco che fuoriescono dai suoi occhi a mandorla e si conficcano nel cervello del rivale, incrudelite da un lievissimo sorriso che lo fanno somigliare ad una tigre pronta all’attacco. Fa paura, paura davvero…
E la sera seguente, alle 17 (un’ora prima dell’inizio della manifestazione), persino le vie limitrofe all’immenso e nuovissimo velodromo al coperto in cui si svolgerà la manifestazione sono tutte piene…All’interno, tra controlli di sicurezza affidati ad un numero indecifrabile di militari, con lo sguardo puntato alle gradinate stipate di rumorosissimi appassionati penso che neppure ai tempi del ritorno in Italia di Nino Benvenuti dopo la trionfale notte del Madison Square Garden avevo mai visto nulla di simile. Ogni incontro di contorno, anche quelli più improponibili per l’infimo livello di rivali raccattati chissà dove, gode del più totale gradimento del pubblico e qualsiasi avversario cada dinanzi ad un kazako è ragione di esaltazione e di unanime festa tribale.

(La rabbia di Islam, il coraggio di Cook)
Poi il clou tra Kanad Islam e Brandon Cook. Una battaglia da film. Una sfida senza “se” e senza “ma”. Entrambi più volte sull’orlo del baratro da cui riemergono con un fuoco “dentro” che urla loro di continuare. Quando il kazako prende il largo, Brandon cade più volte ma si rialza, come se si giocasse la vita stessa e quando colpisce fa ancora tremendamente male. Sconcerta la determinazione feroce di Islam. Commuove il coraggio disumano di Cook. E arriva la fine. Sancita giustamente dall’arbitro ma non Brandon, il quale altrimenti sarebbe ancora là, su quel ring dall’altra parte del mondo, a mettere a repentaglio tutto se stesso. Quindi il popolo kazako che precipita come una cascata verso la platea e gli spogliatoi, con i militari che devono fare miracoli per frenarne l’amore e l’orgoglio per il “proprio” cavaliere della steppa. Me ne vado che il pugile è ancora laggiù, assediato nel suo trionfo nei sotterranei del velodromo. Ora è davvero tutto finito. Ma pur avendo visto tante delle maggiori arene del mondo, chissà perché, questa mi è sembrata “speciale”, diversa dalle altre.

(La trionfale discesa dal ring di Kanat Islam)
Grazie boxe. Ancora una volta tu, vecchia signora dalle tante rughe, mi hai regalato una notte indimenticabile.
Ora tornerò nella mia bella Italia e tutto ritornerà come prima, tra rimpianti, ricordi e vaghe speranze a cui la “nostra” vecchia signora s’aggrappa per non scomparire, per non dirci addio…



