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Reduce da un mondo che non c'è più...Ritorneranno i "bei tempi"?

di Gualtiero Becchetti

 

Benvenuti Mazzinghi locandina

Sembra di avere cent’anni, quando si parla del passato. E’ così per qualsiasi argomento. Racconti cose che per te sono ancora vive, presenti, dense di suoni e colori, ma ti rendi conto che chi t’ascolta ha la stessa espressione di quando il papà o il nonno narravano, a te bambino, vicende a volte avvincenti, altre noiose e comunque lontane-lontane come la Luna. Succede spesso, nelle conversazioni tra amici o dialogando in internet, allorché si viene trascinati dall’antica passione per il pugilato e si trova terreno fertile nella sempre più sparuta pattuglia di coloro che amano i pugni portati con arte. I nomi dei miti si confondono con quelli dei comprimari di cui solo una memoria testarda può conservare il ricordo; gli aneddoti drammatici e divertenti, epici e grotteschi, ingigantiti dalla magica idealizzazione del tempo, rimbalzano avanti e indietro e paiono una riproposizione pugilistica delle lunghe e fredde serate invernali, con i remoti contadini e contadine rinchiusi nel tepore della stalla per fare “filò” e parlarsi per ore di cose che non si capiva mai quanto fossero reali o scolpite dalla fantasia  e proprio per questo magiche. Talvolta mi chiedo, in una specie d’esame di coscienza, intuendo l’incredulità di chi mi presta attenzione: “Ma era proprio così? E soprattutto, io c’ero veramente? O confondo i miei sogni, ciò che avrei voluto vedere, con ciò che davvero ho visto?”.  Poi, mi rendo conto di non essere Matusalemme e che l’album del passato non risale all’alba dei tempi. Sì, io c’ero e ho visto…I campioni segnati a dito per strada; i palasport dai quali capitava di restare fuori perché esauriti; i bagarini che vendevano i biglietti di contrabbando e facevano affari d’oro; i giornali sportivi e non sportivi con i titoli e le foto in prima pagina; la gente comune che al bar o sul posto di lavoro commentava i match; le attrici e le cantanti alla moda che si facevano fotografare accanto al pugile famoso; le vie che si spopolavano per la trasmissione del grande incontro; i compensi che consentivano al mestierante di comprarsi l’appartamento o il negozietto e alla star di vivere da benestante…

Sì, io c’ero e ho visto. E gli ultimi lampi di questa sorta di “eden” confinato tra sedici corde risalgono a 20-25 anni fa, non alla preistoria. Poi tutto è progressivamente decaduto, nell’indifferenza infame di troppi.  Mi sto abituando lentamente al vuoto. I dispiaceri bruciano specialmente nella vampata iniziale ma poi, se uno resiste, bruciano sempre meno perché s’impara a convivere con essi. Da eterno ottimista, talvolta così testardo da volere vedere il sole anche nelle notti di tempesta, non c’è però giorno in cui non mi ripeta che il peggio è alle spalle.

Pugilisticamente parlando, mi sento come reduce da un mondo che non c’è più e quando qualche caro e autorevole amico mi dice con amarezza che solo nella memoria di ciò che fu o nelle immagini che riusciremo a rubare a qualche televisione straniera potremo continuare a coltivare la comune e dolce malattia “guantata”, sto male. Allora vorrei poter bruciare tutto e ricominciare da capo; vorrei avere un megafono che faccia rimbombare la voce negli angoli più lontani e urlare: “Almeno offrite al pugilato una morte gloriosa, come si conviene ai guerrieri”. Però risponde il silenzio, perché io sono soltanto io e non posso nulla…

Allora, apro la raccolta della mia infinita collezione di foto in bianco-nero, ingiallite dal tempo ma splendenti di gloria, le guardo e mi dico che quei volti ritorneranno. Prima o poi ritorneranno ancora.

Io non so se questa volta ci sarò. Non importa. Ritorneranno….

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