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Il campione europeo Emanuele Blandamura in viaggio verso Szreremeta

QUATTRO CHIACCHIERE CON EMANUELE BLANDAMURA, CAMPIONE EUROPEO DEI PESI MEDI

Emanuele Blandamura, udinese di nascita e romano a tutti gli effetti, classe '79, dal dicembre dell'anno scorso è campione europeo dei pesi medi, dopo una carriera che era stata trascinante di successi sino a un paio di stop importanti, contro Saunders e Soro, nei primi due tentativi di conquistare il titolo continentale. Finalmente, in un derby tutto italiano contro Signani, nel dicembre scorso Emanuele conquista l'Ebu vacante e lo mette insieme a un paio di titolini Wbc e all'Unione Europea, per poi difenderlo una prima volta contro un altro italiano, Alessandro Goddi. In attesa della seconda difesa del titolo, contro l'imbattuto polacco Kamil Szeremeta, lo abbiamo intervistato in una lunga chiacchierata in ricordo di tante belle emozioni.

Blandamura esulta a Colleferro

-Emanuele, il polacco Szeremeta che dovrai affrontare è una specie di oggetto misterioso, quindi assolutamente da prendere con le molle...

-Qualsiasi avversario ha la sua storia, le proprie caratteristiche, i lati positivi e quelli negativi. Molto spesso è un'incognita. Di Szeremeta ho visionato qualche immagine, poi come al solito vedremo strada facendo, sul ring, quale sarà la strategia giusta per affrontarlo.

-Come ti stati preparando?

-Molto bene. Sto facendo esattamente quello che è nel programma mio e del mio maesto Eugenio Agnuzzi, e seguendo una preparazione impeccabile sotto la guida di Marco Rustichelli. Al momento ci sono già i presupposti per iniziare le fasi di sparring. Certamente mi aiuterà Orlando Fiordigiglio, anche lui in preparazione dell'Europeo (quello dei superwelter in Francia contro Attou, ndr), quindi propenderemo per qualche straniero che abbia le catarreristiche simili a quelle del polacco.

-Facendo un po' la tua storia, brilla inevitabilmente la vittoria del titolo dell'Unione Europea contro Nader, raggiunta in maniera che riesce raramente a un pugile italiano, cioè conquistandola in Germania in casa dell'avversario.

-Un'esperienza bellissima sotto ogni aspetto. Mi ricordo ogni particolare di quel match. Ho combattuto in Germania a Stoccarda davanti a venticinquemila persone dal vivo e chissà quanti milioni collegati alla tv. Nei programmi delle tv passava spesso la pubblicità della serata, combatteva anche Huck in una difesa mondiale contro Arslan. Una cosa che mi ha fatto piacere a livello professionale ma anche a livello emotivo. Ricordo che ci vennero a prendere all'areoporto, a me e Agnuzzi, con un enorme Suv della Porsche, una cosa che non succede davvero tutti i giorni. Al momento del peso c'era un pubblico italiano medio di una serata solo per ciò che riguarda i fotografi presenti! E poi un addetto alla sicurezza, un nero enorme in giacca e cravatta, che mi guidò per tutta la serata nell'impianto, come un angelo custode. Un'organizzazione impeccabile, mi fecero sentire a mio agio in ogni particolare. Cose che noi, in Italia, ci sogniamo solamente. 

-Dopo Nader, ecco un'altra esperienza internazionale a Manchester, stavolta con un risultato ben diverso...

-Con Saunders sono convinto che il match era lì. Mi stavo riprendendo bene e avrei finito in crescendo. Quello che mi mise ko fu una specie di colpo della domenica. Non voglio sminuire Saunders come atleta, del resto se è campione mondiale Wbo un motivo ci sarà, ma al momento ho un carico d'esperienza tale che non commetterei più certi errori e, se avessi l'opportunità di avere di nuovo di fronte l'inglese, potrei dimostrare, come sento, che è ancora perfettamente alla mia portata.

-Poi c'è stato anche il passo falso contro Michel Soro...

-Anche con Soro ero all'altezza della situazione, ma sapevo bene che lui era molto più potente di me e non riuscii a ovviare a questo particolare. Mi colpì quando iniziai ad accusare la stanchezza e mi sorprese. Dovevo starci certamente più attento, ma pagai anche un avvicinamento al match difficile, non stavo bene per via di alcuni problemi alla schiena. Ma certamente non mi sento inferiore nemmeno a lui. Con Michel siamo rimasti non dico in amicizia, ma certamente in confidenza. Ci sentiamo spesso e ci scambiamo le nostre emozioni. Mi ha confidato che sta preparando un match per dicembre.

-Quindi, finalmente, a dicembre dello scorso anno a Colleferro la tua lunga e dolorosa traversata nel deserto finisce e ti ritagli il tuo piccolo spazio nella storia del pugilato italiano.

-Mi sento fortunato di far parte della categoria dei pesi medi, una delle due o tre più prestigiose della boxe, ma sono anche consapevole delle difficoltà di appartenere a un peso del genere, e all'importortanza che ciò riveste. Posso essere elogiato o al centro di polemiche feroci, e so che fa parte del gioco. Il pugilato non è matematica, va vissuto sul ring, giorno per giorno, avversario dopo avversario. Il giorno che sono diventato campione europeo ho fatto prima una sfida contro me stesso, poi contro l'avversario. Quel giorno ho affrontato il miglior Emanuele. Poi c'era Signani, che sognavo da tanto tempo di ritrovarmi davanti, dopo una sconfitta che mi inflisse da dilettante. Poi l'emozione più bella, che rese quel giorno il più bello della mia vita, fu che a vedermi c'erano insieme entrambi i miei genitori, ed era tantissimo tempo che noi tre non eravamo insieme, nello stesso momento, sotto lo stesso tetto. Emozioni fortissime che non dimenticherò mai...

Blandamura in ginocchio

-Arriviamo alla difesa contro Goddi nell'incredibile scenario del Casino di Saint Vincent...

-Non sono particolarmente legato ai posti, cerco di non farmi impressionare. Capisco però dove sono e cosa devo fare. Mi piace pensare di essere io l'attore pincipale di quel film che va in scena, agisco di conseguenza e spesso mi emoziono. Ma sono emozioni positive.

-Ci sarà una lunga lista di persone che dovrei ringraziare.

-Inevitabilmente, e in questi casi si rischia sempre di dimenticare qualcuno. Ovviamente la famiglia Cherchi che mi amministra, i fisioterapisti Roberto Zappitelli e Stefano Cammarano, il nutrizionista Carmine Orlandi, il maestro Agnuzzi, il preparatore Rustichelli, i miei mental coach Luigi Arsi e Stefano Ciani. La mia famiglia, i miei zii e mia nonna Isabella. E soprattutto mio nonno Felice, che non c'è più. Per me è sempre stato un punto di riferimento, fin da ragazzino. Sapeva come incitarmi, come farmi stare bene anche solo con un sorriso. Mi coccolava con la sua voce. Ogni notte, prima di addormentarmi, parlo con lui, e la cosa mi dà sollievo e mi dà tanta forza.

-Poi accanto a ogni pugile ci deve essere una donna che capisca quanto può essere difficile stare insieme a un atleta che fa questa disciplina...

-Con la mia compagna Camilla abbiamo un rapporto improntato sul confronto, anche talvolta sullo scontro ma quando è costruttivo e serve per darci sempre più forza. Troviamo ogni giorno un equilibrio sostanziale nelle reciproche esigenze della vita di coppia. L'importante con lei è sempre non perdere la voglia di aggiustare le cose che possono non andare. Capisco che spesso il mio peggior nemico è me stesso, e ogni volta devo essere il più forte.

-Mi spieghi in poche parole da dove viene la tua passione per il popolo Sioux?

-Da tante letture che ho fatto da ragazzo. Degli indiani d'America apprezzo lo spirito di combattenti, di non mollare mai anche quando si perde. Di restare sempre loro stessi. Fino alla fine. E soprattutto una nobiltà d'animo messo insieme a uno spirito da autentici guerrieri.

Andrea Bacci

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