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Il pane amaro dei pugili italiani all'estero

 

La serie continua...Altro articolo risalente ad oltre quattro anni fa...Perché lo ripropongo? Perché vorrei sentirmi dire che sono cambiate tante cose...

 

di Gualtiero Becchetti

 

PugileAccappatoio

(2 Aprile, 2013 )-E’ un dato di fatto ormai: le trasferte dei pugili professionisti italiani oltre i confini sono caratterizzate spessissimo da dure sconfitte, salvo qualche lodevole eccezione, e ciò dovrebbe comportare le inevitabili riflessioni di chi nel pugilato occupa posizioni strategiche a tutti i livelli.

Negli ultimi anni ci siamo quasi abituati a fare la “conta” dei nostri ragazzi che tristemente scendono dai ring stranieri “bastonati”, proprio allo stesso modo dei giramondo ingaggiati ieri e oggi per fungere da vittime sacrificali in Italia. E’ risaputo che la ruota “gira” per tutti, ma non si pensava accadesse anche per i nostri pugili in tali termini e con tale frequenza. Eppure, almeno sino agli anni 80/90, quando un italiano andava all’estero poteva ovviamente perdere, ma quasi sempre dopo match competitivi e non ricoprendo il ruolo del fuscello in mezzo ad un tornado.

Cos’è accaduto e cosa sta accadendo allora, per mutare in maniera tanto preoccupante la situazione?

Le cause sono molteplici e più se ne elencano, più ne emergono; ma certo nulla migliorerà tenendo la testa sotto la sabbia o volgendosi dall’altra parte per non vedere. Bisogna bere l’amaro calice sino all’ultima goccia per tentare di rompere la spirale della rassegnazione e comunque vada, un domani almeno non si potrà dire che del precipizio non ci se n’era accorti…

a) Ormai da decenni i migliori dilettanti sono tenuti lontani dal professionismo mediante offerte economiche tese a premiare i pochi nazionali, quasi nulla la “base”, monopolizzando così per anni e anni le maglie azzurre senza consentire di fatto il ricambio, sia dilettantistico che a torso nudo, com’è sotto gli occhi di tutti.

b) Tecnicamente, le mai abbastanza vituperate score machine (finalmente abolite!) hanno creato gravi danni sia alla spettacolarità del dilettantismo che alle attese del professionismo, in Italia più che altrove, per cui il passaggio dalla canottiera al torso nudo è spesso diventata, alle nostre latitudini, l’attraversata dell’oceano in solitaria…

c) L’inflazione di titoli; il crollo delle remunerazioni dei pugili; la frequentissima coincidenza più o meno occulta tra la figura del manager e dell’organizzatore; la progressiva scomparsa della boxe dalle reti televisive e dai giornali; il difficoltoso avvio dei neoprofessionisti, affidato quasi esclusivamente al “buon cuore” delle società dilettantistiche, hanno avuto effetti devastanti sulla Noble Art di casa nostra.

d) Le modeste opportunità tecniche ed economiche offerte ai pugili, accentuate dalla crisi (ma pure dall’inesperienza di molti maestri costretti ad “inventarsi” una boxe professionistica che non conoscono); l’impossibilità di usufruire di sparring smaliziati e di qualità; la forzata condivisione della “professione” sportiva con il lavoro “vero” per poter vivere; la scarsa attività e la conseguente demotivazione, hanno trasformato il professionismo in un difficile dilettantismo di “ritorno” che mostra crudamente i propri limiti in occasione di sfide con avversari stranieri di buon livello.

e) L’eterna conflittualità tra le società professionistiche (simili ai polli manzoniani che invece di rendersi conto che stanno per finire in pentola continuano a beccarsi tra loro); il trentennale disinteresse della federazione riguardo alla boxe a torso nudo; la mancanza d’iniziative e di sprazzi di fantasia che rilancino le sfide tra italiani e riscoprano il richiamo del “campanile” finiscono per punire sempre gli stessi: i pugili.

f) La sensazione di “miseria” e di “arrangiamento” prodotta dalla collocazione di varie riunioni professionistiche in sedi disadorne e di “fortuna” aumenta tra la gente la convinzione che la boxe italiana sia davvero finita e ciò, se mai ce ne fosse ulteriore bisogno, allontana ancora di più gli ormai sparuti sponsor.

Come detto, ci sarebbero tanti altri motivi che contribuiscono allo stato d’asfissia del professionismo italiano che, se non curato con estrema urgenza, porterà alla sua lenta e dolorosa fine, trascinandosi dietro pure il dilettantismo, alimentato oggi da una rilevante quantità (da cui potrebbe e dovrebbe sgorgare la qualità) di giovani che sognano, come ieri, la maglia azzurra e/o la boxe professionistica. Però, niente sogni, niente boxe…E ciò vale per qualsiasi disciplina sportiva.

Ora, di gran fretta, subito e senza perdere tempo, si dovrebbe pensare a come rilanciare la boxe professionistica nostrana nella certezza che a traino ci sarebbe pure quella dilettantistica. Un dato di fatto è imprescindibile: i pugili devono combattere più spesso e guadagnare qualcosa di più, altrimenti sono solo chiacchiere. La “famosa” piramide va rovesciata…Un tempo non è che tutti gli atleti praticassero la boxe a tempo pieno, ma anche i “mestieranti” (per altro quasi sempre solidi, esperti e smaliziati) arrivavano a fine carriera e l’appartamentino o il negozietto erano riusciti a comprarselo con i proventi del ring.

Ecco.

Un po’ alla volta bisognerebbe tornare almeno a questa modesta prospettiva. Crisi globale a parte (prima o poi passerà…speriamo!) i soldi li si potrà rivedere mediante la progressiva “limatura” dei problemi sopra riportati, con il contributo di tutti: federazione, organizzatori, sponsor, mass-media, tecnici, arbitri-giudici, medici, mentre i pugili, in verità, già ora fanno miracoli semplicemente ad esistere e ce n’è qualcuno persino bravino…
Se il pugilato italiano saprà offrire un buon prodotto (ma il fuoriclasse ce lo potrà regalare solo la natura…), non mancherà chi domani ne farà di nuovo richiesta, al pari di quanto è accaduto in tante parti del mondo dov’era apparentemente defunto . Forze nuove, professionali, non timorose delle novità e neppure di rischiare l’errore, con criteri moderni ed esperte di marketing, le quali supportino un ambiente pugilistico di ampie vedute e a conoscenza di se stesso, della propria storia e tradizioni e magari pure dei congiuntivi e dell’ortografia, sarebbero in grado di tentare la ricerca dell’ “isola che non c’è”.
In caso contrario: 10…9…8…7…E prima o poi il conto alla rovescia finirà.

https://gualtierobecchetti.wordpress.com/

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