
di Guatiero Becchetti
Ci sono circostanze in cui lo sport immalinconosce e ciò risulta “stonato”, perché esso è il simbolo universale del vigore, della giovinezza, dei sogni, della gioia, della voglia di vivere. Qualsiasi competizione agonistica esalta, delude, spaventa, però il cuore non palpita quasi mai invano e il ricordo dei protagonisti s‘incolla nella memoria della gente in maniera positiva perché quando le passioni si sono annacquate nel tempo, la vittoria e la sconfitta le si considera le facce della medesima medaglia.
Ma talvolta le discipline agonistiche alimentano disagio e negatività in chi vi assiste. Soprattutto quando un atleta tramonta e le circostanze e il tempo non adornano il suo tramonto con i colori caldi e intensi del sole all’orizzonte, ma l’avvolgono in una malinconica, cupa e crescente nebbia che prelude al buio, ad un silenzio che fa quasi paura.
Non c’è atleta, non c’è campione, non c’è neppure il più modesto interprete dello sport che non abbia pensato al fatidico giorno che conclude un’esistenza per avviarne un’altra “normale”. E molti si preparano per tempo e con dolore a quell’evento; affinché il saluto avvenga al momento opportuno e un passo prima del dovuto, in modo che non somigli ad un addio obbligato; ad una fatale condanna del destino; ad una resa senza rivincita.
Altri invece non vogliono arrendersi mai e per mille ragioni personali o sociali accettano di trascinarsi sui piccoli palcoscenici delle periferie a recitare da patetiche comparse, sotto gli sguardi imbarazzanti e imbarazzati di chi un giorno li ammirò come protagonisti.
Nel pugilato, per la natura stessa dello “sport-non solo-sport”, tutto diventa ancora più duro dal momento che il ring non offre scogli a cui aggrapparsi dopo il naufragio né scorciatoie per rendere meno faticoso il cammino. Il ring non guarda in faccia a nessuno e colui che vi sale quando non dovrebbe più farlo paga più di ogni altro atleta al mondo, in termini morali e fisici.
Tra l’ieri, quando non si veniva colpiti e l’oggi in cui si viene colpiti, passa un battito di ciglia; un centimetro tra la gioia e il dolore, un breve lampo tra la vittoria e la durezza del tappeto.
Troppi ne abbiamo visti, troppi ne vediamo e, temo, troppi ne vedremo. Giovani diventati vecchi per battersi ancora, campioni incapaci di rientrare tra i comuni mortali, pugili senza infamia e senza lode con le spalle ormai troppo cariche di sacrifici e sofferenze, votati ad una specie di ostinata autodistruzione.
E’ in queste circostanze che quasi sempre la boxe presenta un conto esagerato. E’ in queste circostanze che chi ama quel giovane, precocemente anziano per l’agonismo, deve farsi ascoltare vincendo l’imbarazzo che molto spesso la verità porta con sé.
La moglie, l’amico, il maestro, la compagna, i famigliari, i medici e chiunque abbia voce per essere ascoltato deve farsi coraggio e dirgli che bisogna voltare pagina, perché chi sul ring si trascina oltre i limiti fa male a tutti. Soprattutto a sé.
Un vecchio allenatore, tanti anni fa, mi disse: “Un pugile porta sempre con sé due sacchi. Uno pieno delle sue fatiche, degli allenamenti, dei sacrifici; l’altro pieno solo di se stesso. Quando il primo é vuoto bisogna dire “basta”, perché altrimenti deve spendere se stesso e non va bene”.
Ecco.
Carissimi pugili, date tutto, ma solo del primo del sacco. Il secondo vi dovrà servire per i tanti anni che ancora vi attendono…
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