
Vorrei condividere un pensiero che mi ha sempre accompagnato lungo tutto il percorso sportivo; qualcosa che, secondo me, è molto difficile da comprendere e assai più difficile da spiegare.Premetto pertanto che ciò che scrivo non vuole essere né un assioma né vuole avere l’ardire di dare una “definizione” a ciò che ci spinge a fare le cose. E’ semplicemente il mio trasporto emotivo, la proiezione di un “me stesso” ideale in qualcosa che mi ha appassionato. Lo sport mi fa “vibrare” dentro e questa vibrazione è tutto quello che ho cercato, in quasi 18 anni di allenamento.
Ho iniziato a 12 anni, con il Ju-Do. Lo scrivo staccato perché è una parola composta che in sintesi vuol dire “via dello squilibrio”. Pensandoci bene, il significato di questa disciplina è tutto qui. E’ stato il mio primo sport e in poco tempo mi sono appassionato. Facevo l’allenamento degli esordienti e subito dopo, nello stesso giorno,l’allenamento dei cadetti, dove c’erano anche le cinture nere e gli allenatori giovani che ancora gareggiavano. “Quelli forti”, così noi esordienti li chiamavamo. Qui era completamente diverso l’impatto che lo sport aveva su di me. Qui c’era qualcosa di strano, di attraente. Di “vibrante” appunto. La percezione che avevo di me stesso si ampliava e ogni tecnica che riuscivo a mettere in pratica mi dava un’euforia che era pari soltanto ad una tecnica subita da un atleta più esperto di me. Ero contento di avere la possibilità di diventare più bravo, di migliorare; mi faceva avere fantasia e brillantezza mentale in tutte le cose che facevo, anche fuori dalla palestra. Ero contento che il fatto di atterrare qualcuno più grosso di me non dipendesse solo da quello che ero in apparenza (il più piccolo…), ma dall’abilità che avevo di “squilibrare” la situazione a mio favore. Questa è la breccia che il “Ju-Do” ha aperto dentro di me.
Ovviamente questo non succedeva se subivo una tecnica da un mio pari. In tal caso m’incazzavo, perché “la competitività era potente in me” (se non conoscete Star Wars non coglierete la citazione; mi dispiace…). Dopo tre anni, il mio rapporto con il Judo finisce e ne inizia uno che durerà fino a quasi 19 anni: la Ginnastica Artistica. No, non è qualcosa che si balla, né ci sono clavette e nastrini (quella è la Ritmica). E’ la disciplina che ha sancito l’era del “Signore degli Anelli” prima, e di “Bilo” poi. Sto parlando di Yuri Chechi e di Igor Cassina, ma solo per citare i più conosciuti e farmi capire.
Ovviamente la ginnastica italiana non è tutta lì. La ginnastica si divide in due categorie: la promozionale, in cui si possono allenare tutti indifferentemente dall’età, l’equivalente degli amatori nella boxe, e l’agonistica, dove ci si allena davvero e si compete fino alle Olimpiadi. Io, a 15 anni, ero nel gruppo promozionale ovviamente, e non vi sto nemmeno a dire com’erano i miei coetanei dell’agonistica. Sì, perché nella palestra dove mi allenavo io, il Centro Tecnico di Fermo, ci si allenava tutti insieme, anche se con istruttori e corsi ben distinti. Era come allenarsi insieme ai nazionali al Centro Tecnico di Assisi. C’era quello stimolo nell’aria che respiravi. Quella “vibrazione” nello stomaco. Mi allenavo sodo e qualche miglioramento iniziava ad arrivare. Da tre giorni a settimana passai a quattro, poi cinque e ci davo dentro più che potevo. Dopo un paio d’anni, per farla breve, mi stavo allenando con uno dei tecnici che preparavano gli agonisti, perché gli piaceva lo spirito che ci mettevo. Quindi, sebbene non fossi un agonista né un nazionale, mi allenavo con la stessa serietà, con la stessa foga e con lo stesso allenatore che avevano “quelli forti”. D’estate, per poco meno di un mese, venivano ad allenarsi al Centro Tecnico i ginnasti della nazionale. Parlo sempre dei mostri sacri. Io ovviamente non mi potevo allenare con loro, ma andavo lo stesso in palestra a guardarli dagli spalti.
Vi ricordate Atene 2004, l’Olimpiade in cui Cassina vinse l’oro, Chechi prese il bronzo e Morandi sfiorò il podio? Beh, un giorno ero al supermercato a farmi i fatti i miei, quando vidi in fila alle casse un gruppetto di persone in tuta con in mano cocomeri, buste di latte e sacchetti del macellaio... Non so perché, ma mi soffermai più del dovuto a guardarli e ne riconobbi uno in particolare, Matteo Angioletti. “Cazzo, ma quello è Angioletti!”, pensai o addirittura lo dissi ad alta voce, non ricordo; e quelli insieme a lui chi volete che fossero? Io non andai a salutarli, perché non volevo fare il fenomeno della situazione, ma Angioletti mi riconobbe e mi salutò. Lo stesso fecero gli altri…
Non fu una scintilla quella che sentivo nelle vene… fu una fiammata!
Dopo 15 giorni partirono per Atene e il resto è storia nota.
A 19 anni capii che quel sogno forse un po’ ingenuo, di emularli su di un podio a cinque cerchi con una corona di alloro sul capo e una medaglia al collo, la mano sul petto, una bandiera tricolore che si alzava di fronte a me e la chiusura del tutto con “L’Italia chiamò”, sarebbe rimasto tale. Un sogno.
Sapete, ormai è appurato scientificamente che la materia, tranne che nello zero assoluto, non sta mai completamente ferma. La materia vibra. Io ero molto al di sopra di -273°C, eppure ero immobile dentro. Non avevo più vibrazione. Mi iscrissi all’università, fu solo un breve approccio con i libri… Tranquilli! Guarii nel giro di un anno. In quel periodo andavo a correre in pista, così, senza un senso. Vidi un video su Youtube di un certo Usain Bolt. La canzone di sottofondo diceva “..Perché quando arrivo io, mi porto dietro il fuoco e ti riporto alla vita”.
Avete mai sentito una caldaia che si accende? Ecco, quello fu il rumore che sentii io all’altezza del petto circa. In sintesi, non studiavo mai, ma prendevo due autobus per arrivare alla pista di atletica più vicina e seguire la scheda che mi aveva dato un allenatore. Una volta nevicava talmente tanto che non potevo ritornare a casa e rimasi all’università quel fine settimana. Avrei potuto dare una bella sgrossata al programma per l’esame, ma i miei piedi erano a fare impronte sulla neve della pista, che venivano coperte ad ogni ripetuta di 60m. per quanta ne veniva giù.
…Ma il bello doveva ancora venire...



