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Il "buon selvaggio" e la boxe secondo Valeria Imbrogno, pugile e psicologa

Mowgli

“Per la legge della giungla si deve uccidere solo per mangiare o per non essere mangiati”  (Mowgli - Il libro della giungla)

 

Promiscui, incontrollabili, in alcuni casi pericolosi, aggettivi che descrivono gli istinti più basilari della natura umana.

Nel pugilato l’istinto è ciò che guida la tecnica al fine della “sopravvivenza” in risposta ad un’aggressione. E’ proprio questa comunicazione, con gli aspetti primoridiali, la parte più funzionale del pugilato. Una simulazione di dialogo con l’uomo selvaggio che ancora esiste dentro ognuno di noi. Non a caso, quando ci si allontana da se stessi con i propri sogni, gli obiettivi e le capacità, si comincia a stare male, ci si ammala, si accumulano emozioni come tristezza, malinconia, rabbia o dolore. Si può persino arrivare ad accusare disagi profondi quali depressione o malattie fisiche localizzate. Tutto questo accade perché non si dialoga e non si riconosce la propria vera natura.

L’uomo selvaggio è in equilibrio perché conosce l’equilibrio della natura e della propria natura interiore. Ecco perché è un uomo in salute, equilibrato, saggio e allo stesso tempo coraggioso! Ci vuole audacia ad oltrepassare i propri limiti, ad andare oltre le proprie credenze culturali e a vivere secondo i propri talenti naturali.

Da una prospettiva più psicoanalitica, l’uomo selvaggio incarna gli aspetti spesso oppressi dallo stato sociale che devono comunque essere elaborati, se si vuole arrivare ad una realizzazione. L’archetipo dell’uomo selvaggio dimora in noi e desidera essere risvegliato e liberato.

L’Uomo selvaggio (l’idea che si ha nel proprio immaginario) è colui che è stato espulso dalla società, colui che non è conforme alle norme sociali, che per questo sceglie di allontanarsi dalla comunità. L’errore piu’ comune è cadere nel cliché di quell’uomo selvaggio che è ribelle, pericoloso, necessariamente anticonformista e quindi da eliminare o contenere.

Non è questo il vero intento del dialogo con se stessi ma, anzi, è vedere in maniera più limpida ciò che c’è di buono e positivo nella conservazione della parte più primordiale.

Il "buon selvaggio" (Jean-Jacques Rousseau) è la denominazione di un mito basato sulla convinzione che l’uomo in origine fosse un animale buono e pacifico e solo successivamente sia diventato malvagio, perché corrotto dalla società e dal progresso.

Anche nel cinema esistono dei riferimenti al "buon selvaggio" come protagonista o, più spesso, affiancato al protagonista. Il primo esempio è Venerdì di Robinson Crusoe di Daniel Defoe. Altri esempi includono “Foglie d’erba” di Walt Whitman, Chingachgook da “L’ultimo dei Mohicani” di James Fenimore Cooper o ancora  Dagoo, da “Moby Dick”.

Al contrario, esistono dei riferimenti anche alla parte più brutale: il regista Stanley Kubrick, che nutriva fortissimi dubbi sulla bontà dell’essere umano e sulla capacità di governarsi, considerava ogni uomo come un essere aggressivo e violento per natura e non un buon selvaggio:

«L’uomo non è un nobile selvaggio, è piuttosto un ignobile selvaggio. È irrazionale, brutale, debole, sciocco, incapace di essere obiettivo verso qualunque cosa che coinvolga i propri interessi. Questo, riassumendo. Sono interessato alla brutale e violenta natura dell’uomo perché è una sua vera rappresentazione. E ogni tentativo di creare istituzioni sociali su una visione falsa della natura dell’uomo è probabilmente condannato al fallimento”.

A parere mio, l’uomo selvaggio è simbolo degli aspetti più naturali e primordiali dell’essere umano, quelli che trascendono la domesticazione delle norme sociali. Per questo, può essere considerato sia come modello positivo che negativo, a seconda dei valori promossi da un agente sociale o addirittura da una pratica sportiva come il pugilato. In un mondo dove l’alienazione o il conformismo è in aumento, l’uomo selvaggio può richiamare quei valori innati che appartengono in realtà alla libertà dell’essere umano.

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