
Molte volte mi è stato chiesto, che differenza ci sia tra “dilettanti” e “professionisti”, oppure, sempre per rimanere in tema di differenze, spesso ho sentito la frase “il vero pugilato è il professionismo”. Mi dispiace, ma per il mio modo di vedere, quest’affermazione non ha senso. Partiamo dalla prima domanda: la differenza che c’è tra “dilettantismo”, che io preferisco chiamare “Boxe Olimpica”, e professionismo. Ovviamente la prima cosa che balza all’occhio e che si nota subito, è la differente tenuta di gara della boxe olimpica (canotta e guantoni antishock) e la durata del match (tre round). Una cosa meno scontata però e che spesso viene messa in secondo piano, è la condotta di gara. Nei tre round, vedrete sempre i due pugili produrre un volume di lavoro ad altissima frequenza, cercando quasi da subito, di portarsi all’angolo la prima ripresa. Questo perché vincendo la prima ripresa, si pone l’attenzione della giuria su di sé, mettendo un accento sulle proprie azioni invece che su quelle dell’avversario. E’ chiaro che la seconda ripresa deve seguire la falsa riga della prima altrimenti ci si troverebbe con le parti invertite e tutto diventerebbe in salita.
Altra caratteristica fondamentale della boxe olimpica è la costante presenza e gestione del match da parte dell’arbitro. Mi spiego meglio. In sole tre riprese, l’arbitro ha davvero molta voce in capitolo e spezza le azioni dei pugili numerose volte per correggere le infrazioni, volontarie e non, che i due atleti nella concitazione del combattimento commettono. Questo può sembrare un dettaglio trascurabile, ma non lo è affatto e vi spiego il perché. Sicuramente, tutti o quasi di quanti stanno leggendo hanno fatto una corsa nella loro vita. Una corsa di medio-alta intensità intendo, di otto/dieci/quindici chilometri, quindi saprete che la stanchezza e la fatica dipendono sia dalla frequenza del passo tenuto durante la corsa, sia dal tipo di andatura, costante o varia. Immaginate ora che l’attività fisica che i due pugili producono sul ring sia come una corsa di dieci chilometri con ritmo assolutamente incostante, allunghi di ottanta/cento metri alternati a cambi di direzione, dietrofront, stop improvvisi, corsa blanda e sprint di trenta/quaranta/cinquanta metri. E’ molto più difficile arrivare al termine dei dieci chilometri così, vero?
Ecco, questa è a grandi linee la condizione fisica e lo stress che i praticanti della boxe olimpica devono fronteggiare.
Parliamo ora del professionismo, o almeno del professionismo che ho conosciuto io. Torso nudo. Guanti che ti permettono di serrare bene il pugno e di “girare i polsi”. Ogni colpo può essere da knock down e nessuno ha mani troppo leggere per non metterti per terra. Hai sempre il maestro all’angolo ovviamente e tutta la “ciurma” che ti ha accompagnato tra allenamenti vari, sparring e sostegno di ogni tipo a questo quadrato dove sei ora. Fin qui c’è poca differenza.
Poi suona la campana, vai a centro ring e cerchi di mettere a fuoco la situazione che per te è familiare, voglio dire, hai combattuto già moltissime volte eppure…c’è qualcosa di diverso stavolta che ancora non capisci…
Porti un paio di jab. Ti arriva un jab, un vero jab. Lo pari. Ecco cosa c’è di diverso! Sull’avambraccio hai sentito le nocche dell’avversario. Non lo avevi mai sentito così chiaramente. Riordini le idee e te ne arriva un altro, stavolta in fronte. Non è come prima, cazzo!...E il tuo avversario è un po’ più esperto di te e lo sa! Nel professionismo la vittoria per ko ti dà molta più visibilità mediatica e soprattutto, più punteggio nel ranking di categoria. Lui sa anche questo. Vuole il suo quarto d’ora di notorietà e non lo vuole gratis...Lo vuole “su” di te! Lo vuole sulla tua pelle!
Arriva un altro jab; lo smorzi un po’. Non puoi certo andare avanti così. Punti il piede destro. Premi con la punta e giri il tallone, ruoti l’anca e fai scattare a molla il destro che passa attraverso le sue mani… ma tu sei ancora acerbo e lo colpisci in fronte. “Ma che diamine…!?”… Hai sentito la sua fronte sulle nocche! Si disunisce leggermente e sgrana un attimo gli occhi. Anche tu fai a lui lo stesso effetto che lui fa a te. Ora ci vedi più chiaro…e adesso ci si butta nella mischia!
L’arbitro interviene solo poche volte e non interrompe quasi mai. Da vicino, adesso, si lavora. Non puoi fare lo stesso ritmo che facevi da “dilettante” perché il tuo avversario ti aspetta al varco e tu non sei esperto per fare frequenza senza consumarti e hai anche capito che i colpi che arrivano sono velenosi. Il gomito sinistro che lui tiene accostato al corpo quando siete vicini, ora è leggermente allontanato. Montante destro! Anche se probabilmente non c’è abbastanza spazio per passare, ma sbagli, il polso si piega adesso…non ti ricordi? La mano passa sotto al gomito e lo colpisci al corpo. Al costato, con una forza d’impatto che non è sufficiente a creare danni, ma il tuo database si sta allargando. Siete vicini. Quando prima sentivi “Stop”, ora senti solo il respiro del tuo avversario che scandisce il ritmo dei suoi colpi e tu…tu adesso capisci perché il maestro insisteva tanto a farti stringere quei gomiti! Alla fine stai imparando da lui, dal tuo avversario!...
Finisce la prima ripresa. Ce ne sono altre cinque.
Non puoi permetterti di sprecare movimenti, ma non puoi nemmeno portare colpi poco consistenti per risparmiare le forze perché tu sei il gradino in più per i suoi "quindici minuti" di fama…Che fare?
Devi fare il professionista, come in tutti i lavori. Imparare ad avere il massimo rendimento, con il minimo sforzo.
A me piaceva confrontarmi con questo tipo di pugilato.
E’ il “vero” pugilato?
Non lo è?
Non lo so e non m’importa.
Sicuramente non chiamerei “dilettante” con l’accezione di “principiante” un atleta che per giorni e giorni mantiene il peso gara senza tagliare i liquidi o che si allena mattina, pomeriggio e sera per migliorarsi e affinarsi sempre di più, per affrontare non un singolo match, ma un torneo intero.
Il mio pensiero si riferisce solamente ad una considerazione atletico-sportiva. Io sono ”all’angolo neutro” e quindi non faccio riferimenti alla gestione delle due realtà. Mi auguro soltanto che chiunque sia preposto a regolamentare tali situazioni, faccia in modo che chi pratica la boxe olimpica abbia la possibilità di fare un percorso che lo porti alle Olimpiadi e chi fa la boxe professionistica, abbia la possibilità di essere un professionista che di mestiere fa il pugile. Poi ognuno delineerà il proprio percorso in base alle capacità e alle abilità personali di cui è dotato.
Ad ognuno la sua storia. Vi sembra poco, come inizio?



