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All'angolo neutro con Glauco Cappella: il sogno del ko

Ko

Un tuono che squarcia il cielo. Inutile dire che questa metafora va ben oltre la possibilità che ha un pugile di affermarsi nell’immaginario collettivo, però c’è da dire, per essere onesti s‘intende, che quando un match prende una svolta inaspettata che comporta la fine dell’incontro per knock out, la sensazione che si genera nell’animo degli osservatori è proprio questa: una folgorazione istantanea di adrenalina che riempie lo stomaco eppoi il tuono di esultanza che segue!

Immaginate i match più famosi della storia. Partendo dalla tredicesima ripresa di Marciano-Walcott, passando per il gancio sinistro di Frazier ad Alì nel primo match della loro trilogia; la vittoria all’ottava ripresa di Alì-Foreman; Monzon-Benvenuti, Marquez-Pacquiao 4… Insomma, ce ne sono davvero infiniti di esempi per far capire bene di cosa sto parlando e quale stato d’animo vorrei suscitare.

Io, nel mio piccolo, ho avuto una sensazione di questo tipo. Ovviamente niente di ufficiale perché, a dire la verità, non ho mai avuto l’emozione di vincere un match prima del limite, quindi non posso raccontarvi che cosa si prova a sentire il guantone da otto once che affonda il colpo e ti fa vincere il match, ma posso raccontarvi lo stesso che cosa si prova a portare un colpo, sapendo già l’effetto che farà.

Era un buon periodo. Mi stavo allenando sodo e avrei dovuto fare il sesto o il settimo match da Pro; non ricordo con esattezza. Un pugile, Pro anche lui, della mia stessa categoria o forse una di meno, aveva bisogno di fare sparring e ovviamente anch’io. Ci mettemmo d’accordo per allenarci nella mia palestra. La cosa curiosa fu che, nei giorni che precedevano la sessione di guanti, io avevo immaginato diverse situazioni, diversi modi in cui sarebbe potuto andare quell’allenamento. Tanto per cominciare, avevo preparato già due o tre giorni prima la maglietta che avrei messo in quel preciso allenamento. Una t-shirt bianca, semplice, con il nome della palestra stampato sopra. Niente di particolare. L’unica cosa diversa che quella maglietta aveva rispetto a quelle che mettevo di solito  era che il logo del Boxing Club era dietro alle spalle. Io avevo immaginato la sessione di guanti nella mia testolina invasata: avrei messo i bendaggi a bordo ring, avrei fatto riscaldamento, un paio di corde, qualche vuoto per sentire i movimenti e poi il maestro mi avrebbe messo la vaselina, il caschetto e paradenti (in allenamento era nero e non bianco come per i match), la conchiglia e infine i guanti. Sarei poi salito sul quadrato mentre con la mano mi premevo il naso e lo ruotavo velocemente per riscaldare la cartilagine ed evitare sanguinamenti indesiderati e…via, si sarebbe iniziato. Qualche scambio di colpi, qualche schivata, qualche prova di quello che in gergo si dice “tagliare il ring”, cioè tagliare la strada all’avversario con l’intenzione di mandarlo in una direzione desiderata, quindi un buon colpo ben assestato che avrebbe fatto finire a terra l’avversario.

Non riuscivo però ad immaginare quale sarebbe stato il colpo. A quel punto mi sarei girato di spalle e “involontariamente” avrei mostrato al maestro del pugile avversario, senza gesti plateali, il nome “Boxing Club Castelfidardo” scritto in stampatello e ben leggibile sulla mia maglietta!

L’agonismo è agonismo, ragazzi, e come ho già detto, non ci si può far niente! Tra le fantasie, anche ridicole se vogliamo, il giorno dello sparring arrivò e io ero appena arrivato in palestra. L’altro pugile era arrivato un po’ prima e già stava facendo riscaldamento. Io salutai rapidamente e mi cambiai, portai le mie cose, guanti, paradenti e fasciature con me e mi misi a fasciare le mani a bordo ring, come facevo sempre. Un breve riscaldamento. Un paio di corde. Qualche vuoto per provare i movimenti e «Siete pronti?», ci chiesero i nostri maestri. Facemmo cenno di “sì” entrambi e iniziammo a prepararci. Vaselina sugli zigomi, sulle sopracciglia, sul mento e ovviamente sul naso. Metto la conchiglia grande per lo sparring, il caschetto con il parazigomi bello spesso per evitare tagli con i gomiti, considerando che per la mia scarsa statura mi trovavo spesso, nelle schivate a corta distanza, ad essere pericolosamente vicino ai gomiti degli avversari e, due piccole cicatrici sugli zigomi ne sono la conferma! Il maestro mi mette i guantoni, apro le corde e salgo sul quadrato. Il mio avversario fa lo stesso.

Una rapida frizione del naso col guantone e… “Peeeeeeeeeee!”, la campana elettronica dà inizio allo sparring!

Qualche colpo. Un paio di jab. Qualche schivata. Il mio avversario era più veloce. Provo a chiuderlo alle corde. Ora mi esce sulla sinistra. Cerco di avvicinarmi. Ammortizzo un paio di colpi. Due jab in entrata e lo colpisco con il secondo. Indietreggia. Taglio alla sua destra. Lui è alle corde. Chiude la testa tra le mani. Uno-due e montante al fegato. Nemmeno mi accorgo. Il colpo passa sotto alle costole. Si accascia.

Respiro. Abbasso le braccia e…mi volto di SPALLE.

Il montante sinistro. Eccolo il colpo che non ero riuscito ad immaginare. Per tutto il resto, era andato tutto come volevo io.

Non sono un campione. Non ho mai terrorizzato nessuno con i miei colpi. Ma quello fu un periodo che, non so perché, “capivo” bene questo colpo, il montante sinistro, lo interpretavo bene. Poi ovviamente lui si alzò, respirò un pochino a grandi boccate e finimmo le riprese di allenamento senza trattenerci. Ma non fu l’unica volta che quel colpo faceva breccia nei miei avversari.

Solo le mie mani e i sacchi colpiti sanno quanto avrei desiderato una marcia in più in quei colpi. Quanto ho invidiato Tyson, Foreman, “Manos de Pedra” Duran, per citarne alcuni, ma la lista di invidiati è lunga!

Ma queste mani, che io ho martoriato in lunghe sessioni di sacchi, non ne hanno voluto sapere di darmi le vittorie facili che io speravo, senza sapere che la “vittoria facile” non esiste mica. La vittoria (e soprattutto il knock out), non è la mano che te lo dà, ma una precisa ed efficacie lettura della situazione. Un giusto spostamento, una giusta distanza in una schivata, un giusto tempismo e, in ultimo, una giusta precisione.

A parte qualche piccola soddisfazione che lascia il tempo che trova, come quella che ho raccontato oggi, con Andrea, il mio maestro, ripetevamo sempre le parole di un “certo Ottavio” Tazzi che mi pare masticasse un po’ la boxe (faccio un sorriso benevolo): “Ognuno, ha le mani che si merita”.

Sorridevamo insieme e poi «Dai con ‘sta corda!»; e alle mani…beh, e chi ci pensava più!

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