
Che cosa vuol dire essere pugile e com’è la vita per chi pratica questo sport?
Oggi vorrei parlare di questo con voi. Io, nel mio piccolo, ho dovuto fronteggiare decine e decine di difficoltà che, solo dopo molto tempo dal mio ingresso nella palestra, ho capito come facessero parte anch’esse della boxe…Ma prima non ne avevo idea!
Chiunque abbia praticato questa disciplina, sa che è fuori dalla palestra che inizia la vera tempra, la vera forgiatura psicologica e morale, la vera scultura di quella lastra di marmo che racchiude il pugile, la quale deve venir fuori. Come ci si può immaginare, però, ogni colpo di scalpello porta via del materiale superfluo, ma non per questo è attaccato meno saldamente a noi. Ogni colpo di scalpello quindi è doloroso, umiliante, fastidioso.
Appena esci dalla porta della scuola di pugilato, smetti di trovarti in mezzo a persone che come te vivono quella passione e comprendono gli sforzi che fai giorno per giorno.
Ti trovi in mezzo a sconosciuti. Ti trovi in mezzo persone che di fronte ad un occhio nero se ne escono con frasi del tipo «Stavolta le hai prese, eh?!». Oppure: «Io non prendo mai colpi, io meno e basta». O ancora: «Ma perché hai un occhio nero?».
Gente che sa benissimo che fai la boxe…«Ma proprio in faccia ve le date?»…Questa è molto gettonata dalle mamme degli amici o da persone convinte che il caschetto sia una specie di campana di vetro. La mia replica a questa frase ve la risparmio, ma so che voi avete abbastanza fantasia per immaginare a quale parte anatomica maschile mi sono più volte riferito per rispondere ad un simile tripudio d’intelligenza mancata.
Ma in palestra cambia tutto.
Il tuo maestro e i tuoi compagni neanche li vedono più i lividi e le tumefazioni che hai in volto dopo una sessione di sparring pesante o dopo un match duro. Soprattutto dopo un combattimento, quando fai ritorno in palestra, vieni accolto e accettato da tutti solo per quello che sei per loro. Guardandoti, vedono quello che hai passato e come hai reagito. Magari hai ancora un occhio mezzo chiuso, il labbro gonfio o un taglio sul sopracciglio incollato con gli strips, ma loro non si impressionano. Loro sanno perché sei ridotto in quel modo, loro sanno perché te li sei fatti.
E allora, di fronte a tutte queste altalene di emozioni contrastanti, come può un pugile rompere il guscio e venire fuori?
Con il tempo.
Tu sei il tuo peggiore avversario e il tuo più grande alleato. Sei tu che ti convinci di non potercela fare, di non poter muovere le gambe o di non saper tagliare il ring. Ma sei tu anche quando alle tre del mattino non riesci a dormire perché sei insicuro e trovi la motivazione per alzarti dal letto, vestirti e andare a correre in spiaggia tutto coperto da felpe e k-way, pantaloni dentro ai calzini e un paio di cuffiette. Sei tu che ti immagini il finale della tua storia e che ti accendi come un fuoco solo immaginando il tuo avversario mentre fai il vuoto.
Tu sei il migliore compagno di allenamento che puoi avere…ma anche il più detestabile degli antagonisti.
Il tempo ti insegnerà a livellare le due personalità che scalpitano per emergere.
Il tempo ti farà avere una corazza di acciaio temperato come le migliori katane del Giappone, come la più impenetrabile delle coorti romane.
Il mio maestro diceva sempre, citando a sua volta il suo maestro “che per fare un pugile ci vogliono sette anni”.
Mi è rimasta sempre impressa questa frase e con i miei sei anni di attività, posso dire che aveva ragione. Per ogni offensiva occorre un materiale diverso per ripararsi.
Datti il tempo per capire da quale attacco ti devi difendere.
Datti il tempo per capire di che materiale sei fatto.



