Abbiamo intervistato l’arbitro emiliano che è in partenza per Cardiff dove sabato sera dirigerà lo straordinario Evento del Mondiale dei pesi massimi, in palio le cinture WBA, IBF, IBO e WBO. Sarà l’undicesimo match mondiale del “referee” bolognese-ferrarese, allievo di Angelo Poletti e di Pier Luigi Poppi
di Maurizio Roveri
L’orgoglio della boxe italiana, oggi, è un arbitro. Un grande arbitro. Si chiama Giuseppe Quartarone. Bolognese di nascita, ferrarese d’adozione. Porta avanti con fierezza la tradizione dell’importante “scuola” arbitrale dell’Emilia Romagna, dalla quale sono usciti personaggi come Angelo Poletti mitico “referee” imolese che diresse storici combattimenti (ad esempio Alexis Arguello contro Alfredo Escalera, Rodrigo Valdes contro Hugo Pastor Corro, Emile Griffith contro Eckhard Dagge) e Pier Luigi Poppi di Ferrara, 103 match da arbitro o da giudice per titoli europei e 54 fra Intercontinentali e Mondiali (è stato giudice nella sfida fra Valuev e Holyfield).

Giuseppe Quartarone ha 56 anni, vasta esperienza, la personalità e lo spessore tecnico-mentale di chi in carriera ha gestito già una decina di incontri con il titolo mondiale WBA in palio. Ha arbitrato Cecilia Braekhus, Susi Kentikian, Jurgen Braehmer, Alexander Povetkin, Scott Quigg nell’intensa sfida con Salinas, tanto per rendere l’idea della sua credibilità. Però… quello di sabato, a Cardiff, sarà un momento speciale. Un appuntamento prestigioso, eccitante, conseguentemente gonfio di responsabilità. Sarà la notte straordinaria della supersfida fra Anthony Joshua e Joseph Parker, davanti a 80 mila spettatori dentro il Principality Stadium di questa città del Galles. Un grande passo verso la riunificazione del titolo mondiale della massima categoria di peso: il britannico Joshua (con un record di 20 combattimenti, tutti vinti per KO) che metterà in palio le sue cinture di numero 1 al mondo per la WBA, la IBF, la IBO, e il neozelandese (ma residente a Las Vegas) Joseph Parker (24 match, tutti vinti, 18 per KO) detentore del titolo per la WBO. Per l’unificazione totale - che sarà l’Evento degli Eventi - bisognerà aspettare il match con lo statunitense Deontay Wilder (anch’egli imbattuto, 40 combattimenti vinti, 39 per KO) che è il Campione per la WBC.
Gli occhi del mondo su Cardiff, in questo sabato di fine marzo che sta arrivando.
Gli occhi del mondo della boxe sul Millennium Stadium, noto come Principality Stadium per motivi di sponsorizzazione. E’ la Casa dei Dragons di rugby, la Nazionale del Galles, ma anche della Nazionale di calcio del Galles. E’ il magnifico impianto dove il 3 giugno 2017 si disputò la finale UEFA di Champions League con il successo del Real Madrid sulla Juventus per 4-1. E’ lo stadio dove si sono svolti memorabili concerti musicali: qui si sono esibiti Artisti come Tina Turner, Madonna, Bon Jovi, Eric Clapton, Robbie Williams, gli U2, i Rolling Stones, Paul McCartney, gli Oasis, Neil Diamond e Bruce Springsteen.
Gli occhi del mondo della boxe sabato saranno su Anthony Joshua e su Josep Parker, colossi del ring. E sull’arbitro, Giuseppe Quartarone. Designato per questo straordinario evento. Inserito dalla WBA in una ristretta lista di candidati sottoposta al British Boxing Board of Contol, Giuseppe Quartarone è stato scelto dall’Ente britannico che aveva già avuto l’opportunità di apprezzarne la competenza, lo stile, l’equilibrio, la serenità. Quartarone infatti ha arbitrato una dozzina di volte nel Regno Unito.
Ingegnere, titolare di un’azienda nella zona artigianale di Castel Maggiore, la Tecno System di Quartarone Giuseppe & C. (installazione e manutenzione di impianti elettrici, sistemi antifurto, sistemi anticendio e di videocontrollo), un profondo amore per il pugilato fin da ragazzo quando saliva sul ring come pugile a Bologna, giovane peso welter dilettante della Boxe Bologna Loherma. Io l’ho visto combattere e posso dire che Quartarone era bravo, dotato di apprezzabile impostazione e buon senso tattico. Alto, magro, 66 chili, un pugile tecnico essenzialmente, che però non disdegnava la battaglia. E’ stato allievo dell’ottimo Maestro Romano Rubini, il quale successivamente passò alla Sempre Avanti coltivando e lanciando il talento di Simone Rotolo.
Conosciamolo meglio, Giuseppe Quartarone, attraverso quest’intervista. Una chiacchierata gradevole, perchè il personaggio è gentile, semplice, umile, discreto, con ampia disponibilità a rispondere alle domande di un giornalista. A raccontare e a raccontarsi.
Come ci si prepara ad un evento di questo tipo?
“Ovviamente c’è una buona preparazione fisica: è fondamentale, bisogna avere reattività e resistenza perchè la distanza è quella di 12 round e trattandosi di un combattimento fra pugili grossi la gestione diventa più faticosa e la stanchezza la senti prima. Contemporaneamente c’è anche un lavoro mentale, nel senso che pensi al match. ll buon Pierluigi Poppi, mio maestro, mi ha insegnato che l’incontro devi immaginarlo prima, pensare e capire a quello che può accadere”.
A quali grandi arbitri del passato più o meno recente hai cercato di carpire qualcosa sul piano dello stile, dei movimenti, dell’atteggiamento?
“In Italia Angelo Poletti, il mio primo grande maestro, e poi Pierluigi Poppi. A livello internazionale, mi è sempre piaciuto molto il modo di arbitrare, di gestire i match, di Stanley Christodoulou, sudafricano, leggendario referee, ha arbitrato 200 campionati mondiali, inserito nella Boxing Hall of Fame nel 2004. Era una delizia per gli occhi ammirare il suo movimento e quell’essere sempre nella giusta posizione. Lavora ancora, come giudice. Proprio il 18 marzo era fra i giudici del Mondiale fra Carlos Canizales e Relya Konishi, in Giappone”.
L’esperienza acquisita nell’avere diretto già 10 Mondiali ti sarà d’aiuto sabato notte a Cardiff…
“Certamente. Anche se sarà un evento particolare e straordinario, con tutta l’atmosfera di un palcoscenico suggestivo e prestigioso, tanta pressione da gestire. Questo è il mio novantaduesimo match da quando sono arbitro internazionale. Per quanto riguarda la storia dei miei Mondiali, ho cominciato con tre femminili: nel giugno 2007 Susi Kentikian contro Shanee Martin per il titolo WBA dei mosca, poi nel novembre 2008 a Brescia ho diretto il match per il titolo interim dei leggeri fra Laura Tavecchio e Helanna Dos Santos. Il 30 ottobre 2010 ho arbitrato il mondiale di Cecilia Braekhus con Mikaela Lauren, in palio c’erano le cinture dei welter versioni WBA, WBC e WBO. Il mio primo mondiale maschile l’ho arbitrato nel dicembre 2011, titolo WBA dei pesi massimi tra Alexander Povetkin e Cedric Boswell. Nel 2012 ho arbitrato Lebedev in Russia nel suo match con Cox per il titolo interim dei cruiser e nello stesso anno ho fatto il mondiale tra Martin Murray e Jorge Navarro interim WBA dei pesi medi. Nel 2013 Scott Quigg - Yoandris Salinas che finì in parità, era il mondiale dei supergallo alla O2 Arena di Londra. Nell’aprile 2014 il mondiale di Juergen Braehmer contro Enzo Maccarinelli alla Stadthalle di Rostock. Nel 2015 in luglio il titolo interim Felgenbutz - Reynoso in Germania e a ottobre la sfida fra Susi Kentikian e e Susana Cruz Perez, anche questo evento in Germania, ad Amburgo. Ecco, questi sono stati i miei Mondiali. Inoltre, tanti Europei. In totale, a livello di incontri internazionali con la cintura in palio, fra Mondiali, Europei e Intercontinentali, ne ho arbitrati 80. E giudicati 100”.
Fisico da cruiser, al limite delle 200 libbre…
“Sì, peso 90 chili e sono alto 1,84. Da ragazzo, quando ero sedicenne e misi piede in una palestra di boxe, pesavo 66 chili. Le suggestioni di questo sport mi hanno immediatamente catturato. Sono stato un decoroso pugile dilettante, peso welter. Ho avuto come maestro Romano Rubini. Ventisette incontri e poche sconfitte. Ma ho smesso presto, all’età di 22 anni, non avevo più il tempo da dedicare all’attività agonistica, dovevo occuparmi dell’azienda di famiglia”.

Qual è stato il combattimento più difficile che hai arbitrato?
“Più che difficili, diciamo impegnativi. Dove c’è stato da lavorare parecchio. Ricordo un Sylvester-Asikainen, in palio l’Europeo dei medi. Non fu un match semplice da gestire. E un Intercontinentale fra un danese e un argentino. In quell’occasione mi trovai in una situazione un po’ particolare. Quasi sul suono del gong questi due pugili erano in clinch e il danese scagliò un colpo all’argentino, il quale finì al tappeto. La mia fortuna fu di trovarmi nella posizione giusta per vedere e valutare bene. Ebbi immediatamente la sensazione che il colpo non fosse andato a segno. E allora perchè l’argentino era steso là per terra? L’esperienza mi aiutò. Mi chinai sul pugile steso a terra, pancia in giù, e gli diedi un colpetto sulla schiena. Lui si voltò e mi guardò. Mi resi conto che stava simulando. Allora, si rialzò e andò al suo angolo, facendo un gesto verso il suo secondo come a dire: Ci ho provato, ma non mi è andata bene… All’inizio del round successivo feci un doppio richiamo: uno al pugile danese perchè aveva cercato di colpire dopo il suono del gong e un richiamo all’argentino per simulazione”.
Una carriera cominciata trentadue anni fa. Era il 1986…
“Sì, nell’86. Come aspirante arbitro. C’è una gavetta incredibile da fare per diventare arbitri di pugilato. Da aspirante si diventa arbitro effettivo. Poi arbitro nazionale, dapprima di terzo livello, poi di secondo livello e di primo livello. E finalmente quando sei arbitro nazionale di primo livello, se continui a migliorare, se hai qualità, vieni promosso ad arbitro internazionale. Io lo sono diventato nel 2001 e ho diretto il mio primo match EBU il 26 ottobre 2002. Era il titolo europeo dei pesi leggeri, Jason Cook sconfisse per KOT Nasser Lakrib al quinto round. Coincidenza: anche allora ero in Galles. Come stavolta, per il mio novantaduesimo incontro internazionale. Quello più suggestivo. Dal 2006 sono arbitro della World Boxing Association, debuttai con un titolo Intercontinentale”.
Da una parte all’altra dell’Europa. Arbitrando in Germania, nel Regno Unito, Ucraina, Danimarca, Russia, Francia, Spagna, Montecarlo, Svizzera, Finlandia. Ma anche più in là, spingendosi come giudice per la WBA fino a Panama, Giappone, Namibia…
“La Namibia, nel 2010. In questo Stato dell’Africa Meridionale ho fatto da giudice in un Mondiale WBA dei leggeri. Miguel Acosta mise KO Paulus Moses al 6° round sul ring del Kalahari Sands Hotel di Windhoek. E’ la capitale dello Stato, Windhoek. Città di poco oltre 300.000 abitanti, situata a quasi 1700 metri di altitudine”.
Quali caratteristiche, quali risorse deve possedere un arbitro di un certo livello?
“Per un match come questo di Cardiff, ci vuole per prima cosa tanta esperienza. E’ un match importantissimo che, tuttavia, portato fuori da questo contesto straordinario, non sarebbe un evento così grande come in realtà è diventato. E’ un evento, un grande spettacolo, a livello di organizzazione e di comunicazione. E’ stata creata una situazione di enorme richiamo. Grande pubblico, ci sono le televisioni, giornalisti da tutto il mondo, l’attrazione è forte. Ecco perchè in eventi di questo tipo è indispensabile per un arbitro avere tanta esperienza, per cercare di mantenere la tranquillità, per gestire la pressione che c’è tutto attorno all’evento. L’esperienza ti aiuta a raggiungere e conservare la massima concentrazione, sempre, perchè nella boxe basta un attimo e può accadere qualcosa d’improvviso, d’importante, di decisivo. E un arbitro non può farsi sorprendere”.
Una folla di 80 mila persone può influire sulla concentrazione di un arbitro?
“Un pochino sì. Quando sabato a Ferrara, in occasione del tradizionale “Memorial”, ho visto Massimiliano Duran, mi ha esclamato”: Oh, non è che quando entri nello stadio là a Cardiff dove ci saranno ottantamila persone, ti caghi sotto? E mi ha portato il suo esempio di quando andò nel dicembre 1991 a Parigi per affrontare Anaclet Wamba, e affacciandosi dentro il grande Palais Omnisport di Paris-Bercy gonfio di francesi eccitati e rumorosi sentì le gambe tremare”.
Giuseppe, arbitro di boxe perchè? Una vocazione?
“Dopo i quattro anni di attività da pugile dilettante, nel 1980-81-82 e 83, con 27 match combattuti e soltanto 4 persi, lasciai l’attività agonistica. C’era l’Università, c’era il lavoro. E avevano la precedenza. Ma la boxe nel frattempo si era talmente infilata dentro di me, era entrata forte nel mio cuore, al punto da non poter lasciare quel mondo. Dedicarmi all’insegnamento sarebbe stato troppo impegnativo. Ci ho provato. Dal 1983 all’86 continuavo a frequentare la palestra, però mi accorsi che andare tutte le sere mi avrebbe portato via il tempo che non avevo più. Di conseguenza, per rimanere nell’ambiente, ho pensato di fare l’arbitro”.

Quando combattevi, ti è mai capitato di arrabbiarti con l’arbitro?
“Di prendermela con l’arbitro no, per una questione di rispetto e di disciplina. Mi è capitato una volta un episodio un po’ strano, quando un avversario mi diede una testata decisamente volontaria che fu vista da tutti… tranne che dall’arbitro”.
Che forse era deconcentrato in quel momento
“Non so, diciamo di sì. Persi per ferita. Avrei dovuto vincere per squalifica. Ebbene, quando più avanti divenni arbitro, uno degli arbitri che era presente quella volta, mi venne a chiedere scusa”.
Arbitro mondiale e titolare di un’azienda nel bolognese. Fra un viaggio e l’altro per la boxe, riesci a gestire e organizzare l’attività della tua Ditta?
“Sì, anche se non è semplice. Normalmente io mi alzo alle 5 e mezzo del mattino, alle 7 sono in ufficio. Fino a sera. Quando vado via per la boxe, organizzo il lavoro. Assieme agli otto dipendenti dell’azienda. Però, è dura”.
Equilibrio, buon senso, professionalità, profonda conoscenza della boxe e dei regolamenti, e un certo physique du role: sono tutte doti che evidentemente hanno fatto colpo sugli inglesi
“Evidentemente è così. Mi hanno già visto arbitrare, dunque mi conoscono. La responsabilità è tanta, ma è chiaro che sono estremamente felice e orgoglioso di questa designazione che è giunta assolutamente inaspettata”.
Per quanto tempo arbitrerai ancora?
“Il limite è a 65 anni, per arbitrare. Come giudice si può arrivare a 70”.



