
L’arbitro italiano risponde a chi critica la sua gestione del match mondiale di Cardiff fra Joshua e Parker. “Può darsi che un paio di volte io abbia anticipato il break, ma ciò è stato ininfluente sull’andamento e sull’esito del combattimento. Nei clinch Parker teneva e Joshua si lasciava tenere. Credo d’avere evitato che l’incontro, già poco spettacolare, diventasse scorbutico”
di Maurizio Roveri
Giuseppe Quartarone racconta la sua notte speciale, a Cardiff. La notte del match mondiale fra Anthony Joshua e Joseph Parker, che il referee emiliano (nato a Bologna, residente a Ferrara) ha avuto il grande onore e la forte responsabilità di dirigere sabato scorso dentro l’enorme catino del Principality Stadium della città capitale del Galles. Davanti a 80 mila persone, che hanno riempito l’enorme impianto che è la Casa del rugby gallese. Era il “match dell’anno”, in palio quattro cinture mondiali dei pesi massimi (WBA, IBF, WBO, IBO), teletrasmesso in tutto il mondo.
Quartarone ci racconta le sensazioni, l’atmosfera, l’emozione, come ha tenuto sotto controllo la pressione, e come ha condotto il combattimento (che - come noto - è stato vinto da Anthony Joshua al termine dei 12 round, con un sostanzioso vantaggio che giudici hanno valutato fra gli 8 e i 10 punti). Accenna anche ai complimenti ricevuti. E con la solita cordialità e discrezione, con stile, risponde alle critiche mossegli da giornalisti e tifosi di boxe, e anche da parte di qualche pugile, i quali hanno contestato l’arbitro italiano per avere più volte interrotto il combattimento quando i due pugili erano in clinch, corpo a corpo, penalizzando - secondo loro - il modo di combattere di Parker. Essendo chiaro che il terreno di battaglia preferito dal neozelandese - in questo caso - poteva essere soltanto la corta distanza (dato l’inferiore “allungo” del pugile neozelandese, 15 centimetri in meno).
“Il colpo d’occhio là, dentro lo stadio, era impressionante. Per l’atmosfera, il coinvolgimento emotivo della gente, la passione, la partecipazione. Tutti a cantare. Uno spettacolo. Il Regno Unito nel saper proporre Eventi di boxe straordinari è il primo Paese al mondo. E’ unico. Qui respiri veramente il fascino della boxe e quanta forte passione ci sia per la Noble Art. Loro, i britannici, dicono d’essere i più bravi al mondo nelle Organizzazioni, e di avere i pugili migliori e gli arbitri più bravi. E penso che sia tutto vero. Io in Gran Bretagna c’ero già stato diverse volte, ad arbitrare, anche davanti a ventimila spettatori o a fare da giudice. Ma questo Evento di Cardiff è stato veramente straordinario. Si usa dire che i britannici sono freddi per carattere, a mio parere non è così”.
“Sappiamo quanto fosse sentita questa sfida mondiale. L’ho notato, il giorno prima, facendo una passeggiata per Cardiff e rendendomi conto di quanto sia popolare il personaggio Joshua nel Regno Unito. Tutti, tutti, lo conoscono, è un idolo, è un orgoglio sportivo, è una star per tutti. Ovviamente, avendo io la responsabilità di arbitrare questo match mondiale così importante, una certa tensione l’ho sentita. Però nei giorni precedenti, fino alla vigilia. Poi, il giorno del combattimento sono riuscito a rilassarmi, mi sono sentito sereno, con i nervi sotto controllo”.
Il match si è sviluppato come te l’eri immaginato?
“No, no. Credevo che Joshua avrebbe vinto prima del limite. Poi, una volta superato il sesto round, ho pensato: probabilmente si arriva fino alla fine dell’incontro. Si va ai punti. Così è stato. Anthony Joshua mi ha impressionato. E’ un grandissimo pugile. Intelligente e bravo tecnicamente, nonché dotato d’una straordinaria struttura fisica”.
Ma sorprendente, nella sua resistenza e per solidità mentale, Joseph Parker. Con quel suo fisico “normale” al cospetto di Joshua, eppure in grado di arrivare fino in fondo, unico pugile a non essere stato battuto per knock out fino ad ora dal Campione inglese…
“Parker va apprezzato. Tuttavia Anthony Joshua è arrivato alla fine del combattimento che aveva ancora tante energie, era assai più fresco dell’avversario. Parker ha terminato stanco”.

Joshua non ha forzato più di tanto. Evidentemente non ha voluto correre rischi inutili…
“E ha fatto bene. Dimostra d’essere un pugile intelligente”.
Al sesto round, Giuseppe, c’è stato un momento delicatissimo. Sei stato costretto, con energia e con coraggio, a buttarti in mezzo ai due giganti per interrompere un’azione convulsa e non corretta. Non hai avuto esitazioni…
“Certo, certo. Sono intervenuto a separarli, l’ho fatto in maniera decisa, perchè non volevano smettere. Neanche quando ero già in mezzo a loro. E’ stato uno sforzo fisico non indifferente, ma necessario. Una delle rare volte in cui mi sono trovato, io che sono alto 1,85 per 90 chili, a guardare dal basso verso l’alto. Mi sono fatto sentire”.
Era il tuo undicesimo Mondiale. Ma questo era davvero particolare, così importante, così gonfio di tensioni, con un grande giro d’affari. Hai diretto con personalità, ricevendo complimenti. Però… non sono mancate le critiche. Critiche anche da addetti ai lavori. E critiche on line. Ne ho trovate guardando i siti della BBC Sport, The Guardian, Sky Sport, Boxing News 24. Particolarmente aspro, incisivo nella sua critica è stato Scott Gilfoid, il quale - scrivendo su Boxing News 24 - sostiene che l’arbitro non ha permesso a Parker di combattere da vicino, all’interno. Mentre il promoter Eddie Hearn ritiene che anche con qualche intervento di meno di Quartarone l’esito del match non sarebbe stato differente, Gilfoid è convintissimo che l’arbitro abbia invece avuto un forte impatto sull’esito del combattimento. Che ne pensi? Come rispondi? La tua spiegazione?
“A fine combattimento ho captato un po’, parlando con una persona, che c’era qualche critica al mio arbitraggio. Rispondo: può darsi ci siano state un paio di occasioni dove potevo non intervenire e dunque non interrompere l’azione dei due pugili, però sostanzialmente non sono d’accordo con chi critica la mia gestione del combattimento. Anche se accetto le critiche. Quando i pugili finivano in clinch, Parker teneva. Non è che io gli abbia impedito di lavorare alla corta distanza. Non ho permesso le trattenute. Il che è differente. Normalmente quando due pugili finiscono in clinch, dove uno trattiene e l’altro si fa trattenere, è chiaro che un arbitro deve intervenire. Parker nei clinch non mi sembra volesse dimostrare di lavorare, di fare qualcosa di efficace. Lui teneva. Poi, può darsi ci sia stata anche l’abilità di Joshua nel far vedere che era l’altro a trattenere. Io per evitare queste trattenute in clinch, sono intervenuto. Può darsi che abbia anticipato qualche break. Però penso che ciò sia stato ininfluente sull’andamento e sull’esito del combattimento. Non cambiava nulla. Anzi, già il match è stato poco spettacolare. Se io fossi intervenuto di meno a separare i pugili, il combattimento sarebbe diventato anche più scorbutico”.



