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Blandamura racconta tattica, rischi, emozioni del mondiale contro Murata

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di Domenico Paris

Giovedì Emanuele “Sioux” Blandamura parte per il Giappone, dove il 15 aprile sfiderà il detentore del titolo Wba dei pesi medi Ryota Murata. L’abbiamo incontrato mentre era alle prese con le ultime rifiniture della preparazione per il match più importante della carriera.

Vent’anni fa sei entrato per la prima volta in una palestra e hai detto al tuo maestro di allora, Guido Fiermonte, che eri lì per provare a diventare campione del mondo. Che effetto ti fa essere arrivato a giocarti davvero questa possibilità?

Da quando ho avuto l’ufficialità della notizia, è stato un susseguirsi di emozioni indescrivibili, che solo chi conosce le difficoltà e i sacrifici che è costretto ad affrontare un pugile italiano al giorno d’oggi può comprendere appieno. Ho la consapevolezza di aver portato a termine una sorta di missione, non soltanto sportiva ma anche umana. L'idea di essere protagonista di una sfida così importante, mi fa venire in mente i grandi nomi della nostra boxe, facendomi dire: “Adesso sono con loro”. E poi c’è l’orgoglio di poter rappresentare il mio Paese in un contesto così prestigioso. Sono entusiasta, anche se rimango con i piedi ben piantati per terra.

Al tuo avversario regali cinque centimetri d’altezza. Questo gap ti ha spinto a studiare un’impostazione tattica differente dal solito per sperare di trovare la giusta distanza nel corso dell’incontro?

Sinceramente, e senza alcuna presunzione, non credo esista una soluzione ad hoc per nessuna contesa, come non credo che si debbano provare timori reverenziali per il fatto di essere più bassi del proprio avversario. Sul ring, al di là del nome e del blasone, si è sempre e solo in due. Scopri chi sia davvero l’altro soltanto quando suona il gong del primo round. Certo, è chiaro che osservando i video dei suoi incontri un’idea me la sono fatta, ma la preparazione, al di là della posta in palio e degli stimoli che sa regalare, è stata puntigliosa e anche tranquilla come in altre circostanze. Se lui sceglierà la musica, io sarò in grado di adattarmi al suo ballo, diciamo così.

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Il pugilato di Murata è piuttosto essenziale: cerca di prendere il centro del ring fin dalle prime battute e si affida principalmente al diretto e al gancio destro, confidando nella sua esplosività. Quanto sarà importante agire di rimessa e piazzare colpi di sbarramento con entrambe le mani per trovare la misura?

Il nostro è uno sport che vive di situazioni, dunque, per quanto si possa lavorare di strategia, come dicevo prima, ogni match ha una storia a sé. Lui ha grande potenza, ma non andrò certo a sfidarlo pensando di poter fare solo contenimento. È chiaro che sarà importante arginarlo nelle sue azioni d’attacco, che sono piuttosto continue, ma senza alcun timore reverenziale di attaccare a mia volta, quando ne avrò la possibilità.

Nell’incontro contro Hassan N’Dam che gli ha dato la corona (ma anche nel loro primo match), il nipponico, per quanto compatto, ha evidenziato una fase difensiva non sempre irreprensibile. Tenendo presente che combattete entrambi in guardia ortodossa, credi che, più che in altre circostanze, un buon uso del sinistro in approccio e d’incontro potrebbe risultare fondamentale per le tue sorti?

La storia del pugilato è piena di grandi interpreti che con il sinistro, anche non essendo dei guardia destra, hanno saputo costruire le proprie fortune sul ring. Mi vengono in mente tanti campioni, da Loi a De La Hoya, giusto per dare un minimo di riferimento temporale. Sarebbe bello se la sera dell’incontro riuscissi a trovare una continuità d’azione efficace con il sinistro, ma non penso che l’uso di un braccio più che di un altro debba essere considerato determinante. Tra l’altro, per quanto io mi consideri uno piuttosto istintivo e fantasioso sul quadrato, credo di essere anche in grado di saper leggere i match anche con una certa pazienza. Perciò, saprò quello che dovrò fare soltanto quando ci troveremo l'uno davanti all'altro.

 

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Quanto ha cambiato la tua capacità di leggere e di preparare una sfida la possibilità di poter vedere i video dei tuoi avversari in rete? Si può dire che negli ultimi anni Internet abbia rivoluzionato anche il mondo della boxe?

Rivoluzionato forse no, perché certe cose (per fortuna, aggiungerei) sono rimaste sempre le stesse: l’allenamento, la costanza, il sacrificio. Però è certamente vero che trovare su Youtube il video di chi dovrai affrontare è una gran cosa, perché ti permette una fase di studio più accurata e ha anche una sua incidenza nel pianificare un’impostazione del match rispetto ad un’altra. Credo che Internet, compresi i social media, abbiano contribuito a cambiare non poco il pugilato contemporaneo. Come tutto il resto, d’altronde.

Sei andato a conquistare il titolo dell’Unione Europea in Germania e hai fatto un’ottima figura in Inghilterra contro Saunders nel tuo primo tentativo europeo. Non è quindi l’abitudine a giocarti le grandi occasioni in trasferta a mancarti. Credi però che una location come la Yokohama Arena (che, tra l’altro, sarà probabilmente sold out) ti regalerà sensazioni diverse quando salirai sul ring?

Non vorrei essere preso per un “freddo”, ma ogni match permette di vivere un momento interiore particolare e irripetibile. Certo, alcuni, vuoi per i titoli in palio, vuoi per i contesti più spettacolari, possono sembrare più importanti di altri. Però io credo che, a livello di percezione interiore, conti molto il modo in cui chi lo pratica concepisce il pugilato nella propria vita: per me, ad esempio, varcare quelle corde rappresenta un confronto con me stesso, prima che con un’altra persona. Sono io che cerco di superare i miei limiti, di migliorarmi. Questa disciplina mi ha dato innanzitutto consapevolezza dei miei mezzi come uomo e una struttura, un equilibrio. E poi, ed è una cosa fondamentale, mi ha dato dignità.

A proposito di Saunders: sinceramente, il 15 aprile sul quadrato ti aspetti di trovare un pugile più forte di lui?

Non saprei come sbilanciarmi, sono entrambi boxeur molto validi che hanno conquistato un titolo e dimostrato di essere ai vertici della nostra categoria, come pure l’altro mio ex avversario Soro, che, nonostante l’ultima battuta d’arresto per il mondiale dei superwelter, rimane un cliente difficilissimo per chiunque.

Al giorno d’oggi, i medi sono con ogni probabilità la divisione di peso più eccitante dell’intero boxing internazionale. Chi è il più forte di tutti secondo te? E, già che ci siamo e visto che la cosa sta suscitando un gran polverone mediatico, se si dovesse tenere la rivincita tra Golovkin e Alvarez, chi vincerebbe?

Sì, credo proprio che tra le 160 libbre ci sia attualmente un numero di ottimi atleti davvero ragguardevole. Se dovessi dire chi è il numero uno, in questo momento punterei su Golovkin. Spero che la seconda sfida tra lui e “Canelo” vada in porto, così gli appassionati di tutto il mondo avranno la possibilità di poter assistere ad una nuova, grande sfida. Il nostro sport deve vivere di questi grandi avvenimenti dalla forte presa mediatica globale.

Pratichi buddhismo da ormai tanti anni. Il fatto che l’occasione più importante della tua carriera venga proprio dal lontano Oriente, seppur dal Giappone, è spunto di qualche riflessione particolare?

Beh, al di là del discorso - molto personale - della fede, mi piace immaginare che dietro questa coincidenza ci sia un qualche disegno…

 

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A maggio, per i tipi della Absolutely Free, uscirà la tua autobiografia “Che lotta è la vita”, scritta con Dario Torromeo. Puoi, vuoi anticiparci qualcosa?

Sarà un libro che spero possa lasciare il segno non soltanto dal punto di vista della letteratura sportiva, ma anche come testimonianza di vita. Mi sembrano pagine molto interessanti, al di là del fatto che al centro della narrazione ci sia io. Non vorrei dire molto, se non che è stata un’esperienza bellissima lavorarci su con Dario e mettere ordine nei miei ricordi. Erano circa dieci anni che questo progetto era in piedi. Vederlo finalmente realizzato è una bella soddisfazione.

Considerando la non facile situazione strutturale che sta vivendo il pugilato italiano oggi, credi che tra qualche anno ci sarà ancora un giovane Blandamura desideroso di diventare campione del mondo nonostante tutte le difficoltà?

Assolutamente sì, sono molto ottimista in questo senso. Magari le contingenze attuali indurrebbero ad essere scoraggiati, ma troppo spesso si dimentica che il bello della boxe è anche la capacità di saperti regalare degli stimoli straordinari. Inoltre, bisogna sempre pensare che quando ci sono delle difficoltà, ci sono anche delle soluzioni. Questa è la vita, no?

Chi ti seguirà in questa trasferta in Sol Levante?

Tutto il mio staff tecnico, il maestro Eugenio Agnuzzi, il secondo Federico Giorgi, il mio preparatore Marco Rustichelli e, naturalmente, il mio manager Cristian Cherchi. Ci saranno poi alcuni miei familiari e qualche amico che attraverserà il mondo per venire a sostenermi.

 

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Stai ricevendo qualche chiamata di incoraggiamento dai tuoi colleghi?

Sì, oltre ai tanti ragazzi con i quali mi sono allenato e che ringrazio, come sempre Fiordigiglio, De Carolis, Di Luisa e tutti quelli che mi hanno aiutato nei guanti, ho ricevuto anche qualche telefonata, tra le quali quella molto gradita del grande Patrizio Oliva.

Sappiamo che eri molto legato al tuo nonno paterno, Felice. Passerai a trovarlo prima di partire?

Sono già andato, ne avevo bisogno! Ci siamo fatti una bella “chiacchierata”, durante la quale abbiamo parlato di tante cose, oltre che di boxe. Lui è sempre stato il mio più grande tifoso e una persona che mi ha insegnato tanto, e sempre con il sorriso disegnato sulle labbra. Mi diceva sempre: “Lele, la vita è bella!”. Eh sì, la vita è proprio bella! Grazie, nonno, per avermi aiutato a capirlo.

 

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