
Un dito si può immergere nel vasetto della Nutella o metterlo sotto un martello. Una bella differenza! E’ un po’ il dubbio che coglie colui che prova a ragionare sul pugilato italiano…
Talvolta, quando qualche giornale nazionale ha poco da scrivere, compare qualche riga sulla boxe nostrana e purtroppo, essendo ormai praticamente andati quasi tutti “in esaurimento” coloro che un tempo erano i giornalisti (grandi giornalisti!) specializzati (Betti, Signori, Mosca, Gherarducci, Astorri, Pignata, Roveri, Melli, Boschi, Minini, Grassi, Pignata, Bruno e tanti altri, tra i quali pure a volte Gianni Brera), bisogna accontentarsi di ciò che passa il convento, cioè di volonterosi i quali (si capisce lontano un chilometro) di boxe non sanno spesso praticamente niente. Capita quindi di sorbirsi i soliti lamenti riguardo alla nostra “Noble Art”, sempre meno arte e meno nobile. Per indicare tutti i reali o supposti guasti di cui essa è rimasta vittima, passando in un batter d’occho dai tutt’altro che remoti anni di Oliva, Kalambay, Parisi, Piccirillo, Minchillo, Massimiliano e Alessandro Duran, Loris e Maurizio Stecca, Nati, Rosi, Galvano, Nardiello, Cardamone, Belcastro, Castiglione, Dell’Aquila, Zoff, Luca e Silvio Branco, Raininger, Beya, La Rocca, Davis e diversi altri, alle malinconie di oggi, non basterebbe un libro grosso come l’elenco telefonico di Tokio.
Eppure quei tempi, appena lì dietro all’angolo, venivano già considerati solo una pallida ombra dei “favolosi” anni “60” di Benvenuti, Mazzinghi, Burruni, Duran, Bossi, Lopopolo, Visintin, Manca, Rinaldi, Galli, Rollo, Atzori, Bertini, Golfarini, Adinolfi, ecc.
Sino a ieri e l’altro ieri, in Italia c’erano “super” in grado d’arrampicarsi sulla cima del mondo contornati da tanti in grado almeno di provarci e magari fallire, ma sempre a testa altissima. Insomma, quello tricolore era un pugilato di altissimo livello internazionale, competitivo e chi non se ne rese conto allora, se ne rende conto adesso e con sbigottimento.
Tanto per entrare nel concreto, scorrendo le Top Ten dei vari enti mondiali (Wba, Wbc, Ibf, Wbo), si deve tribolare parecchio prima di imbattersi negli italiani che vi fanno capolino: Emiliano Marsili (10° Wbc, 7° Wba nei leggeri) e Devis Boschiero (6° Ibf nei s.piuma). Da restare senza parole! Ma se qualcuno, in preda a masochismo conclamato, vuole aumentare la sofferenza, dia un’occhiata alle graduatorie dell’Ebu, cioè di quella piccola-grande Europa pugilistica in cui, in un passato non jurassico, l’Italia ricopriva il ruolo di protagonista e guardava talvolta dall’alto, e spesso almeno da pari a pari, Gran Bretagna e Francia, lasciando gli altri distaccati sul pavé.
Nessuno dei nostri detiene adesso una cintura continentale (già un record in negativo) e sono inseriti tra i primi dieci solo i mediomassimi Kolaj e Demchenko (rispettivamente 4° e 7°); Signani, Della Rosa e Goddi (4°, 8° e 9° nei medi); Fiordigiglio (7° nei superwelter); Scarpa (8° nei superleggeri); Marsili e Di Silvio (4° e 9° nei leggeri); Boschiero (6° nei s.piuma); Tommasone (10° nei piuma); Rigoldi (4° nei supergallo) e Obbadi (3° nei mosca). Sinceramente, sono molti tra questi pur valorosi pugili quelli che possono davvero giungere alla conquista della cintura continentale?
Domanda: è normale? Forse per altri pugilati, sì; ma per quello italiano, no! Una volta ancora viene da esclamare: l’Italia non è San Marino!
Pochissimo pubblico? Scarsissima attenzione dei media? Sponsor rari come mosche bianche? La gente comune che non conosce nemmeno il nome delle nostre “punte2”?...Ma davvero c’è da meravigliarsi?
O piuttosto c’è da meravigliarsi che ancora tantissimi ragazzi e ragazze rispondano al richiamo del ring; che ogni giorno centinaia di persone ammalate di “passionaccia” aprano le palestre; che un po’ di pubblico paghi il biglietto, quando non annusa anticipatamente “fregature” in termini di qualità dei programmi; che i “poveri” pugili affrontino duri match su 10-12 round per borse risibili?
Inutile provare a nascondere la crisi con titoli che contano poco e che infatti che con ampia frequenza nemmeno vengono difesi dopo essere stati conquistati. Il valore reale di un pugile trova riscontro, da noi, in tre corone storiche e progressive: campionato d’Italia, d’Europa e del Mondo. Il resto è solo “contorno”.
Anche per i dilettanti ci sarebbe molto da dire, con le uniche medaglie importanti identificabili in quelle attribuite agli Europei, ai Mondiali e alle Olimpiadi, le quali da anni non finiscono al collo degli italiani. Pure in questo settore, il resto è solo “contorno”. Se l’Aiba, immersa nel consueto sonno (per non dire di peggio), non pubblicasse sul proprio sito ufficiale graduatorie che risalgono alle Guerre Puniche, risulterebbe interessante verificare quanti sarebbero gli italiani presenti tra i primi dieci in ciascuna categoria.
Vabbé, un’altra volta…
In sostanza, solo qualità, meritocrazia, orizzonti vasti, competenza e professionalità di tutte le componenti, spettacolo dentro e fuori dal ring possono ridare fiato al pugilato nostrano.
O ci si dovrà accontentare solo dei ricordi o dei match oltre i confini.
Gran brutta prospettiva.



