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I mali della boxe. 3) Il colpo alla nuca

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Il caso di Prichard Colon

 

 

Sono molte le scorrettezze che vengono punite, o dovrebbero  esserlo, in un match di pugilato. Tenute, colpi bassi, testate se volontarie, colpi portati in modo non ortodosso e altre ancora ma una è molto comune, odiosa e soprattutto particolarmente pericolosa. Stiamo parlando del colpo alla nuca, chiamato in inglese “rabbit punch” ossia colpo del coniglio perché è con un colpo alla nuca che vengono uccisi i conigli che arrivano sulle nostre tavole. Il problema è che il colpo alla nuca non è letale per il solo coniglio ma può esserlo anche per l’uomo. Quante volte avete visto in un incontro di pugilato uno dei due contendenti, magari perché bloccato in un clinch da cui non riesce ad uscire, portare uno o più colpi alla nuca? E quante volte avete visto il rivale sottoposto a questa scorrettezza ripagarsi immediatamente di egual moneta?

I colpi alla nuca possono avere effetti devastanti sia nel breve che nel lungo periodo e se scopriamo l’acqua calda affermando che il pugilato è uno sport pericoloso (come tanti altri) possiamo tranquillamente affermare che i pericoli si possono ridurre evitando le scorrettezze che andrebbero immediatamente e severamente sanzionate. Non è stato così per esempio, ma è solo  uno degli ultimi casi, nel match fra i pesi piuma inglesi Josh Warrington e Lee Selby vinto  dal primo in una arena resa caldissima dal tifo dei tifosi del Leeds, grandi sostenitori di Warrington. Quest’ultimo ha ripetutamente colpito il rvale alla nuca e lo ha fatto deliberatamente, non perché l’avversario si spostasse rendendo inevitabile l’arrivo del pugno su quella parte della testa. L’arbitro Michael Alexander, nonostante le proteste di Selby, ha richiamato solo verso fine match il pugile di casa.

La maggior parte dei traumi alla testa fatali o quasi, sono tali perché producono un ematoma subdurale sul quale si interviene chirurgicamente per alleviare la pressione sul cervello dopodiché non resta che pregare il proprio dio. Molti pugili sono morti così, molti altri sono rimasti infermi definitivamente e non più autosufficienti ed è forse la sorte peggiore, pensiamo a Gerald Mc Clellan o più recentemente a Magomed Abdusalamov. Ma il caso più recente che riguarda il discorso sul “rabbit punch” è quello del portoricano Prichard Colon, ridotto quasi allo stato vegetale da due anni e mezzo dopo un match ironicamente perso per squalifica contro Terrel Williams a Fairfax. Il caso ci sta particolarmente a cuore perché avevamo visto da bordo ring combattere questo ragazzo pochi mesi prima al Barclays Center di New York ed era un bel “pugilino” con tanta voglia di fare. A Fairfax Terrel Williams sottopose Colon a un lungo bombardamento fatto di colpi alla nuca senza che l’arbitro avesse nulla da ridire. Come spesso avviene Prichard Colon svenne subito dopo la fine del combattimento, fu operato ed ora giace in un letto. Williams è tornato invece a combattere due anni dopo e il padre di Colon ha compiuto il viaggio dalla Florida al Michigan, dove era previsto il rientro di Williams, per accusarlo pubblicamente della condotta antisportiva che ha ridotto così suo figlio.

Eppure sarebbe facile “convincere” i pugili a rinunciare ad usare quest’arma illegale e spetta agli arbitri farlo. Basterebbe che il terzo uomo richiamasse ufficialmente il colpevole alla prima infrazione e lo squalificasse alla seconda. E se non lo fa lui il medico di bordo ring dovrebbe poter intervenire. Ma come tutte le cose semplici sembra che tutto sia maledettamente difficile da mettere in pratica.

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