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Cavicchi e quel 26 giugno 1955 quando trascinò 60 mila spettatori allo stadio…

Sessantatre anni fa un evento memorabile per Bologna: il colosso di Pieve di Cento divenne campione d’Europa dei massimi battendo Heinz Neuhaus davanti ad una folla enorme. Il mese scorso il pugile-contadino ha festeggiato i 90 anni nella sua cittadina, fra i suoi campi
 Cavicchi vs neuhaus giu 55
di Maurizio Roveri
Sessantatre anni fa. Era una domenica. In quel caldissimo pomeriggio del 26 giugno 1955 una folla enorme invase lo stadio comunale di Bologna. No, non per i calciatori rossoblù: la squadra di Pivatelli, Cervellati, Cappello, allenata da Gipo Viani, aveva concluso la settimana prima il suo campionato con un buon quarto posto.
In quel tardo pomeriggio di sessantatre anni fa ben 60 mila persone “presero d’assalto” lo stadio nel cuore della città. La Torre di Maratona, dall’alto dei suoi quarantadue metri, fu testimone di un evento sportivo memorabile per Bologna. Al centro del grande campo un ring. La Boxe per protagonista. Nel regno del calcio. Tutti gli occhi puntati su Francesco “Checco” Cavicchi, il colosso di Pieve di Cento, ventisettenne, il pugile-contadino che andava a battersi con un… birraio di Dortmund, Heinz Neuhaus ( nella foto)  per il titolo europeo dei pesi massimi.
Cavicchi in quegli anni, a Bologna, non era semplicemente “personaggio”. Di più, molto di più. Era “il Personaggio”. Di lui si parlava e si discuteva ovunque. Nei bar, nelle osterie, nei ritrovi sportivi del capoluogo emiliano, nelle… case del popolo e nelle parrocchie, oppure fra amici in Piazza Maggiore o sotto il portico del Pavaglione. 
CAVICCHI primo Piano
Un intenso primo piano del colosso di Pieve di Cento che infiammo’ i bolognesi negli Anni Cinquanta e Sessanta
 
 
C’era tutto un popolo, e non soltanto bolognese e dell’Emilia Romagna, attratto e coinvolto da questo poderoso peso massimo. Capace di suscitare forti e contrastanti emozioni. Eh sì’, Cavicchi era venerato, idolatrato, seguito con un affetto smisurato, ma anche criticato, discusso, provocato perchè talvolta nei suoi combattimenti la passione, il “cuore”, la determinazione non erano pari alla sua forza, alla impressionante struttura fisica e atletica che possedeva, nè a quei pugni potentissimi che avrebbero potuto schiantare quasi ogni avversario se “Checco” avesse voluto. 
Non sempre aveva “il fuoco” dentro. Come la gente si aspettava e - esageratamente - pretendeva. Cavicchi, a quell’epoca, saliva sul ring anche cinque volte nello spazio di due mesi e mezzo. Un’attività intensissima, soprattutto per un peso massimo. E’ evidente che non poteva essere sempre al top del rendimento. Grande, forte, potente, sì. Ma non un robot. Ci sono anche i sentimenti, i pensieri, gli sbalzi d’umore, le riflessioni, gli inconvenienti, i timori, i problemi, insomma tutto quello che è umano.
Lui, il pugile contadino che adorava la quiete della sua campagna, e che conosceva la fatica del lavoro nei campi, amando quella fatica e quel mondo dov’era nato, cresciuto e dove è tornato (vivendoci ancora) dopo gli anni ruggenti della boxe, è un uomo che ha sempre avuto idee chiare. Semplici e giuste. 
Cavicchi e Nehaus prima del matchCavicchi (a destra) prima dell’incontro con Heinz Neuhaus
 
Non è vero che il pugilato non gli piacesse (altrimenti non l’avrebbe praticato per tanti anni, soprattutto non avrebbe combattuto una novantina di match da Professionista…). Con il pugilato Cavicchi ha trasmesso energiche sensazioni, ha coinvolto la gente, ha trascinato l’orgoglio di quei sessantamila che furono spettatori d’una serata storica - per Bologna - in quel 26 giugno di sessantatre anni fa. La sera in cui Francesco Cavicchi, fiero e forte, concentratissimo e determinato, superò al termine d’una aspra sfida la tenace resistenza di Heinz Neuhaus. Arrivando sul tetto d’Europa. Un trionfo clamoroso. 
Il mitico Nat Fleischer, il giornalista di boxe più famoso, assoluto punto di riferimento nel mondo pugilistico del secolo scorso, il fondatore del magazine “The Ring”, a seguito di quella performance classificò il pugile bolognese al nono posto del ranking mondiale. La classifica della massima categoria, redatta da Fleisher nel luglio del ’55, con Rocky Marciano campione del mondo, vedeva come primo sfidante Archie Moore. Come secondo sfidante Bob Baker. Poi, Tommy Jackson, Nino Valdes, Don Cockel, Ezzard Charles, Earl Walls, John Hohman, e appunto Francesco Cavicchi al nono posto, a precedere Rex Laine. 
 Cavicchi con i guantiCavicchi con i suoi guantoni
 
 
I soldi che guadagnava battendosi sul ring, le “borse” insomma, servivano a Cavicchi per comprare mucche, maiali, magari un trattore nuovo e altre attrezzature per lavorare in campagna. E migliorare, un po’ alla volta, la sua fattoria e poter far crescere in tranquillità la sua famiglia. Quegli investimenti che Cavicchi si è potuto permettere con le “borse” degli incontri di boxe dimostrano la saggezza che ha sempre accompagnato il colosso di Pieve di Cento.
In una intervista abbastanza recente al collega Monari di “Repubblica”, Checco Cavicchi - spiegando perchè dopo quasi due decenni di enorme popolarità volle completamente uscire di scena e non ha mai più visto un match di pugilato dal vivo - disse: “Semplice, sono tornato a fare il contadino”. 
Raccontò che è bello fare qualcosa che piace davvero. “E a me stare in mezzo ai campi, fra la canapa e il frumentone, è sempre piaciuto più che stare in palestra”.
Checco Cavicchi ha lavorato nei campi fino a non tanto tempo fa. 
Ora, l’Omone che ha scritto pagine prestigiose di un’epoca d’oro dello sport bolognese, ha 90 anni. Li ha compiuti recentissimamente. Un mese e mezzo fa. Un altro grande traguardo per Checco. Festeggiato solennemente dal Comune di Pieve di Cento, del quale è il cittadino più celebre.
Cavicchi, con quella forza e quelle mani enormi e poderose, ne ha buttati giù tanti di avversari. Eh sì, ne ha fatti “saltare” 45 ! Su 71 match vinti in carriera. Solo 14 le sconfitte e 4 pareggi. Per un totale di 89 match da pugile professionista. Avrebbe potuto fare ancor di più, essere più esaltante e spettacolare. Ha, invece, preferito rispettare la sua filosofia: non si danno dieci pugni all’avversario se per vincere ne bastano otto…  Giusto. Condivido. Inoltre, Checco è sempre stato attento a non rischiare più del dovuto. Le botte fanno male. A livello di pesi massimi anche di più. E lui di botte ha cercato di prenderne poche. E’ stato saggio anche in questo.
Dopo quel trionfo con Neuhaus, accettò di combattere proprio in Germania. Ci furono situazioni che lo infastidirono. E lo incupirono. E poi, non era abituato a combattere all’estero. Era la sua terza volta in Germania: una sconfitta per squalifica la prima volta e poi una vittoria. Si sentiva a disagio all’estero e lo fu ancor di più nella rivincita con un avversario valoroso come Neuhaus. Non riuscì a concentrarsi e perse per squalifica. Però, non era un match valido per il titolo.
E dunque, era ancora Cavicchi il campione europeo in carica. Quella sera a Dortmund fece una figuraccia. Riscattandosi ampiamente - e quella volta rabbiosamente - nella “vera” rivincita. Quando Francesco mise in palio la cintura europea. Era il 21 luglio 1956, un sabato: e il colosso di Pieve di Cento demolì l’ostico tedesco, lo mise knock out all’undicesimo round. Quel successo così perentorio, così impetuoso, con il tedesco ai suoi piedi, proiettò Cavicchi ancor di più sulla scena internazionale. All’orizzonte si profilava il pericolo Ingemar Johansson, svedesone emergente, bravo, dotato di buon pugno e apprezzabile tecnica. 
L’incontro con Johansson si svolse a Bologna il 30 settembre 1956. Combattimento intenso, Cavicchi era in vantaggio e pareva avere il controllo quando - all’improvviso - si sentì tremendamente stanco, vuoto. Il contraccolpo psicologico fu forte, gli tolse morale e convinzione. E quando venne colpito da un cazzotto che il Cavicchi normale avrebbe retto, si afflosciò lasciandosi andare giù. E lì rimase. Psicologicamente, più che fisicamente, non trovò la spinta per rialzarsi e proseguire. Perse in quella maniera la cintura di campione d’Europa. E qualche tempo dopo, lo svedese ingemar Johansson andò in America a conquistare il titolo mondiale contro Floyd Patterson…
Prima, quand’era campione d’Europa fra le due vittorie su Neuhaus (27 giugno 1955 e 21 luglio 1956), Franco Cavicchi si raccontò in un lungo articolo su una importante rivista dell’epoca, “il Campione” settimanale di tutti gli sport e di varietà. Parlava di se stesso, dopo il KO inflitto a Neuhaus e prima del duro confronto con Johansson. 
Di quell’interessante articolo scritto dal colosso di Pieve di Cento, mi sembra interessante riportare alcuni passi.
“Sono deciso a conoscere Cavicchi: sì, Francesco Cavicchi, il campione europeo di pugilato categoria pesi massimi. Lo hanno descritto nei modi più diversi: abulico, potente, avaro, rinunciatario, generoso, speculatore, come si può stabilire la verità? No, non mi ha preso un colpo di sole zappando negli “scassi” del mio campicello: ragiono perfettamente anche se per un contadino - e pugiltore per giunta - è difficile esporre con diligenza i propri pensieri”.
“Sì, sono io Francesco Cavicchi, nato a Pieve di Cento il 13 maggio 1928 e non scherzo quando affermo che sono alla ricerca della mia personalità. Spesso camminando sotto i filari d’uva mi sono sorpreso a riflettere sul fatto che i miei proponimenti non trovano il più delle volte applicazione nella realtà. Mi riferisco alla mia vita di pugilatore professionista. Non sono, per esempio, riuscito a spiegare perchè a Dortmund subìì passivamente da Neuhaus una indecorosa sconfitta”.
“Si dice che manco di temperamento, che evito la lotta, che non so soffrire. Dovrei ridurmi come taluni miei colleghi che sul ring si sono sempre generosamente battuti e che per ricompensa, oltre ad una stentata pagnotta, ricevono l’appellativo ironico e cattivo di “suonati”? Suonati. Una parola che esprime riflessi tardi, parola ingarbugliata, occhio spento. Perchè si ride di questi uomini tarati da un duro mestiere? Si ride forse alla vista di un bracciante che nella trebbiatrice ha lasciato una gamba, un braccio? Noi uomini del ring abbiamo delle responsabilità ma ci si deve consentire di cautelarci da menomazioni che ci tarano nel cervello come uomini e nel fisico come atleti”.
Cavicchi a Pieve per i 90 anni
Francesco Cavicchi ricevuto dal Comune di Pieve di Cento, che lo ha festeggiato per i suoi 90 anni
“L’incontro con Fredrichs fu per me come una specie di elettro-choc morale. Quella sera, a poche settimane dal combattimento valevole per il campionato europeo, venni colpito da un verdetto cattivo: forse esatto se pesato con la bilancia del del farmacista, ma che valutato nei fatti e nelle circostanze costituiva una vera ingiustizia: ne convenne il mio stesso avversario. Quella triste sera scappai dallo stadio sconsolato e, quando a casa potei restare solo, nel buio della notte me ne andai nei campi a piangere”.
“Attesi con impazienza l’incontro con Heinz Neuhaus per dimostrarmi un altro. Neuhaus: un avversario temibile, freddo, forte e cattivo sul ring. Un atleta che in questo incontro giocava il suo avvenire. Era giunto il mio momento, solo che lo avessi voluto. Com’è andata la sera del 21 luglio lo sanno tutti. Ho avuto fortuna ed ho vinto. Solo che io, battendo Neuhaus, ho sconfitto anche Francesco Cavicchi: il Cavicchi vecchia maniera”.

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