
A fine ottobre boxeringweb organizzerà in Romagna la prima Boxing Hall of Fame Italia. Conosciamo meglio i nostri campioni
di Vittorio Parisi
Un tramviere di Milano che blocca la sua vettura davanti a un bar e scende assieme a tutti i passeggeri per assistere a un match mondiale di Duilio Loi. Forse è solo una leggenda. L’importante non è che fosse vero, ma che fosse verosimile. E lo era.

DUILIO LOI (19 aprile 1929 / 20 gennaio 2008). Mondiale superleggeri 1960-1961. Mondiale superleggeri Wba 1962. Record: 115-3-8 (26 ko). Nella foto, a destra, allo Stadio San Siro di Milano l'1 settembre 1960 batte (MD 15, 72-69, 72-72, 74-73) Carlos Ortiz e diventa campione del mondo dei superleggeri.
Vere erano invece le oltre sessantamila persone convenute allo stadio di San Siro per assistere alla rivincita fra Duilio Loi e un fuoriclasse come Carlos Ortiz, portoricano ben più giovane al quale Loi avrebbe tolto il titolo mondiale dei superleggeri, una categoria che fino ad allora appariva e scompariva come un fiume carsico dal panorama della boxe a fianco delle 8 categorie tradizionali.
Da quei giorni sarebbe rimasta invece una presenza costante per la fortuna del nostro pugilato. Loi, figlio di un marinaio sardo, era nato a Trieste ma era diventato l’idolo pugilistico di Milano dove viveva. Era stato solo buon dilettante, aveva infatti bisogno delle lunghe distanze del professionismo per far brillare la sua boxe tecnica, veloce, avviluppante, difficile e sgradita dai suoi avversari, tutti prima o poi battuti dato che le sole 3 sconfitte Loi le vendicò tutte.
L’America l’avrebbe voluto trattenere, ma Loi aveva capito quale sarebbe stato il prezzo da pagare. Scelse l’Italia e la famiglia. Gliela avrebbero fatta pagare nel primo match con Ortiz, battuto ma non per quei giudici, e ora a Milano era serata di rivincita. Ero troppo piccolo per vederlo combattere, ma all’epoca Loi era un simbolo non solo sportivo di una Italia che usciva dalla ricostruzione del dopoguerra, povera ma orgogliosa che camminava verso il boom economico.
Era un piccolo grande italiano che ce l’aveva fatta. Aveva battuto tutti i suoi rivali casalinghi ed esteri, ma non era un personaggio alla Tiberio Mitri e sono convinto che l’esplosione di un Nino Benvenuti assai più personaggio di lui abbia finito per farlo dimenticare troppo in fretta ai più distratti.
A Loi, l’uomo che era praticamente impossibile battere, non interessava molto e, finita la boxe sarebbe tranquillamente scivolato verso una vita tranquilla non fosse stato per una vicenda drammatica che non è giusto qui ricordare. Ma ai tempi delle sfide mondiali milanesi con Ortiz e Perkins, Loi era diventato un idolo. Avrebbe potuto continuare quando smise a 33 anni. Mi piace il modo scelto per uscire di scena, così come raccontò Giorgio Tosatti. Dopo la bella con Perkins che a Milano gli restituì il titolo mondiale, Loi chiese a Tosatti “Mi hanno regalato il verdetto, vero?”. Tosatti rispose affermativamente. Loi gli disse: “Scrivi che mi ritiro”. E mantenne la parola. Chapeau!

BRUNO ARCARI (1 gennaio 1942). Mondiale superleggeri Wbc 1970-1974. Record: 70-2-1 (38 ko). Nella foto, a sinistra, batte Pedro Adigue jr al Palazzo dello Sport di Roma (p. 15, 74-66, verdetto dell'arbitro) il 31 gennaio 1970 e diventa campione del mondo Wbc dei superleggeri.
Mi sono sempre chiesto chi sarebbe uscito con il braccio alzato fra i superleggeri Duilio Loi e Bruno Arcari, il laziale che tutti ricordano più come genovese per i lunghi ritiri alla corte di Rocco Agostino.
Ho sempre avuto una grande ammirazione per questo pugile che è riuscito a salire sul gradino più alto nonostante l’estrema fragilità di sopracciglia che si tagliavano solo a guardarle e che gli costarono una Olimpiade. A quelle sopracciglia Arcari deve le due sole sconfitte di una carriera incredibile, in un periodo in cui non esisteva l’interruzione per decisione tecnica e se ti tagliavi, anche se per uno scontro di teste fortuito o malizioso non sanzionato con la squalifica, erano fatti tuoi, arrivavano medico e arbitro e perdevi il match senza tante storie.
Arcari picchiava più del tecnico Loi, ma era soprattutto un combattente che ti portava troppo oltre il limite, uno che si beveva 15 riprese meglio degli altri e per di più era difficile come lo sono i mancini in genere. Impossibile, per chi le ha viste, dimenticare battaglie come quella di Vienna dove schiantò quell’Orsolics superprotetto idolo locale o quella di Roma che gli fruttò il titolo mondiale dopo un match terrificante contro il filippino Adigue.
Arcari incassava le cannonate, ma era anche pugilisticamente bravissimo. Fece fatica contro uno stilista come il brasiliano Joao Henrique ma nella rivincita lo demolì in modo impressionante, passo dopo passo, al punto che il brasiliano mi fece pena. Purtroppo l’America lo vide solo una volta nel sottoclou del terzo Benvenuti-Griffith e laggiù non gli hanno dato il credito che meritava. D’altra parte già all’epoca il titolo mondiale era diviso in due fra WBA e WBC e portare Arcari nella tana dei lupi con quelle sopracciglia di carta velina era un rischio enorme, inoltre con un mancino così non c’era nessuna voglia di battersi. E non è certo colpa sua se, passato nei welter a fine carriera, persino un grande come Jose Napoles preferì evitarlo.
Anche di lui ho un bel ricordo di fine carriera quando pareggiò, ma forse aveva vinto, contro l’astro nascente Rocky Mattioli. Quando all’ultima ripresa un esausto Arcari si difendeva dall’assalto del più giovane e fresco leone tutti i pugili presenti si assieparono al suo angolo come per dargli forza in segno di rispetto per un grande e serio atleta.

SANDRO LOPOPOLO (18 dicembre 1939 / 26 aprile 2014). Mondiale superleggeri Wba, Wbc 1966-1967. Record: 58-10-7 (20 ko). Nella foto, a sinistra, batte Carlos Hernandez a Roma (MD 15, 69-69, 71-68, 70-67) il 29 aprile 1966 e diventa campione del mondo Qba, Wbc dei superleggeri.
Schiacciato fra questi due mostri sacri un terzo italiano fu campione del mondo dei superleggeri, Sandro Lopopolo, un milanese di origini pugliese che è stato medaglia d’argento alle Olimpiadi di Roma. Pugile definito cerebrale, sparagnino e poco spettacolare, Lopopolo era in realtà un eccellente tecnico bollato di codardia da chi non ha mai visto un ring neppure da lontano. Eppure fu lui ad avere il coraggio di salire sul ring contro uno dei più pericolosi picchiatori dell’epoca, il venezuelano Carlos “El Morocho” Hernandez che si accorse troppo tardi che quel ragazzo italiano gli stava sfilando il titolo mondiale. All’epoca tutti volevano un match fra Lopopolo ed Arcari ma l’incontro non si fece mai ed è inutile rivangare sui perché e i percome. Ma Lopopolo è stato un pugile sottovalutato e uno dei pochi, all’epoca, a diventare campione del mondo senza passare per il titolo europeo che allora era una tappa obbligata. In realtà avrebbe potuto diventare campione continentale dopo ma fu incredibilmente derubato in casa nostra dal francese Roger Zami, evento soprattutto all’epoca assai improbabile.
Era a fine carriera Lopopolo quando diede una lezione di boxe al pompatissimo peso welter Roger Menetrey che vinse solo perché i match europei allora si disputavano sulle 15 riprese e il milanese non aveva più benzina. A me piace ricordarlo quando lo conobbi al Palalido di Milano dove arrivava accompagnando un altro grande, Carmelo Bossi, che era stato precocemente reso invalido da un ictus e che lui passava a prendere in macchina ogni volta. Avevo appena scritto un articolo su Bossi che questi aveva letto, Lopopolo mi presentò e Bossi che non poteva quasi parlare affidò il suo ringraziamento alle lacrime. Fu Lopopolo a togliere me e Bossi dall’imbarazzo della commozione con una battuta in stretto milanese. Si è campioni anche così.
PROFESSIONISTI, ITALIANI CAMPIONI DEL MONDO
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