GLI ESORDI NEL PUGILATO DEL GIOVANE NINO BENVENUTI
Il giovane Nino
Nino Benvenuti si appassiona di pugilato a dodici anni, e la sua è una folgorazione. Capisce che quello sarà il suo futuro e si dedica a questo sport anima e corpo. Il suo primo allenatore si chiama Zorzenon, che di mestiere fa il palombaro e che è arrivato a Isola nel '50, insieme a tutta una squadra di sommozzatori incaricata dalle autorità slave di recuperare quanto più fosse possibile dal relitto del Rex, il famoso transatlantico orgoglio del fascismo che fu bombardato e fatto affondare nel '44 dall'aviazione britannica nelle acque tra Isola e Capodistria. Il relitto di questa immensa imbarcazione, mezzo affondato in acqua, resterà nei ricordi del piccolo Benvenuti, così come i racconti di tutti i piccoli tesori che Zorzenon e la sua squadra riuscivano a recuperare. Autorizzato dal comune, Zorzenon, già pugile dilettante in gioventù, attrezza una piccola palestra proprio a Isola e non crede ai suoi occhi quando questo ragazzino biondo e di bell'aspetto, con una conformazione fisica che fa presupporre uno sviluppo del corpo longilineo e flessuoso, dimostra di essere un talento precocissimo. Sveglio e attento, il piccolo Nino apprende velocemente tutto ciò che c'è da sapere sui primi rudimenti del pugilato, capisce la tecnica, la metabolizza dentro di sé e la fa propria. In men che non si dica Nino Benvenuti convince Zorzenon a portarlo nella più prestigiosa palestra di Trieste, uno dei luoghi sacri del pugilato italiano da cui era cresciuto sportivamente un fenomeno come Tiberio Mitri, che proprio in quegli anni vive la sua incredibile parabola atletica. Stabilitosi a Trieste e seguito da un vecchio maestro che si chiama Culot, Nino a quindici anni pesa già sessantatré chilogrammi, si è fatto qualche esperienza combattendo con ragazzini in giro per l'odierna Slovenia, tra Maribor e Pola, e nel 1954 è pronto per affrontare la strada dei campionati regionali e nazionali dei Novizi. Nino vince i regionali, gli Interregionali a Milano, quindi i nazionali a Roma, categoria superleggeri, mostrando a soli sedici anni un talento incredibile, dei colpi da veterano e una sicurezza sul ring davvero rarissima per un ragazzino così giovane. Più che logica arriva per lui la convocazione per un collegiale di un mese a Porto Recanati sotto il controllo della Federazione. Accompagnato dal padre, Nino passa un mese sotto le cure e i consigli di Steve Klaus, un insegnante che la Fpi aveva pescato in America, dove quest'ultimo era nato da genitori emigrati dall'Ungheria. Al tempo Klaus è uno dei maestri di boxe più quotati a livello internazionale, ha esperienza e conoscenze importanti in giro per il mondo che poi metterà a frutto quando deciderà, di lì a breve, di intraprendere l'attività di manager di pugili professionisti. Klaus è l'allenatore della nazionale italiana dilettanti ormai dal 1938, e di uomini e boxe ormai la sa lunga. Questo ragazzino istriano dallo sguardo sveglio e dal viso pulito gli piace subito, a prima vista. Del resto Klaus è sempre uno che ha usato un motto particolare: “Quando prendo pugili con faccia d'avvocatino mi sento a posto. Vuole dire che hanno cervello, picchiano e cercano di non prenderle. Quelli che portano il segno del mestiere mi piacciono poco”1. Quando rientra a casa, a Trieste, Nino è ormai consapevole che diventerà un pugile davvero, che la boxe sarà quello che farà per tutto il resto della sua vita. Aiuta i fratelli più grandi che hanno aperto una pescheria tutta loro, ma nel frattempo passa alla categoria dei welter, batte tutti gli avversari più forti e aspetta la chiamata. La chiamata, puntualissima, arriva nel 1955 quando la Federazione lo chiama a disputare le preolimpiche in previsione dei Giochi di Melbourne dell'anno successivo. Benvenuti vince, vince e vince, ma Klaus e gli altri tecnici federali vorrebbero non rischiare un ragazzo di nemmeno diciotto anni e mandarlo allo sbaraglio in un'esperienza come l'Olimpiade. Lo vorrebbero far credere infortunato prima del match decisivo contro tal Malcarne, un ragazzo di ventidue anni già con parecchia esperienza internazionale, invece il ragazzino si infuria e a forza di minacciare denunce a destra e a manca il match lo fa davvero:
Salii sul ring sorprendendo quelli che non mi aspettavano: erano stati infatti avvertiti che non mi sarei presentato. Disputai un match esemplare, fu un grande successo e fu anche il mio primo combattimento trasmesso dalla televisione italiana. Mi ero guadagnato la possibilità di andare a Melbourne, ma non era tutto. La storia, anzi, era solo all'inizio.2
1 Cfr. Mario Fossati in Il Corriere della Sera, 27 maggio 1992.
2Nino Benvenuti, “Il mondo in pugno”, Sperling & Kupfer, 2001, pag. 33.

TRATTO DAL LIBRO "I DUE NEMICI. NINO BENVENUTI E SANDRO MAZZINGHI, LA SFIDA INFINITA" DI ANDREA BACCI (ULTRA SPORT, 2018)



