
Teo se ne è andato via per sempre cinque anni fa.
Dopo lunga e straziante malattia, si è arreso.
Ricordo l’angoscia che mi prendeva quando uscivo dall’ospedale. Era ricoperto di fili, accanto a macchinari che lo tenevano attaccato alla vita. Aveva la pelle macchiata, ematomi lungo tutto il corpo. Era magro, gli erano rimaste le ossa e poco più, soffriva di qualche momento di abbandono totale. Ma quando apriva gli occhi, mi sorrideva. E non mi risparmiava una battuta. Come aveva sempre fatto.
Teo Betti è stato un giornalista nel senso più pieno del termine. Si è occupato di tennis, gli piaceva. Ma la grande passione era il pugilato. Aveva indossato i guantoni, era salito su un ring e aveva disputato qualche match da dilettante. La boxe la conosceva da dentro.
Non era uno scrittore raffinato. Non lo era perché non ne aveva bisogno. Entrava a piedi pari sulla notizia, la faceva sua, la raccontava ai lettori.
Era amico di tutti, anche se quasi tutti nel tempo si sono dimenticati di lui. Quando sei in cima, il telefono squilla ogni minuto. Poi invecchi, vai in pensione, ti ammali e tutti si scordano di te. Non sempre è così, ma se tocca a qualcuno a cui vuoi bene l’offesa diventa imperdonabile.
Teo era uno che sapeva come si porta un diretto (ma anche un dritto), come tirare un gancio, come avventurarsi sulla strada pericolosa del montante. Sapeva leggere negli occhi di un pugile dove avrebbe incontrato la paura e dove avrebbe trovato il coraggio. E scriveva sempre quello che vedeva, quello che sapeva, anche a costo di farsi un nemico in più, anche a rischio di beccarsi una querela. Qualcuno gliel’ha anche fatta. Ma ha sempre perso, perché contro la verità si può solo perdere.
Assieme a lui ho vissuto momenti di grande buonumore. Ci siamo divertiti, ma anche persi in ogni posto del mondo. Avevamo un senso dell’orientamento pari a zero.
Teo era romano sino in fondo al cuore. Non solo perché tifava Roma, ma anche e soprattutto perché aveva una qualità che aiuta a vivere. L’ironia sempre pronta, una maniglia a cui aggrapparsi quando il mondo sembra rotolarti addosso.
Non aveva difetti? Volete scherzare! Ne aveva in quantità industriale. Sento ancora nelle orecchie le sue cento domande. Un martello che ti entrava nella testa, non si fermava sino a quando non gli davi una risposta. A volte avrei voluto mandarlo a quel paese. Ma lui mi guardava con quell’espressione da finto ingenuo, mi chiedeva perché mi infuriassi tanto. E allora gli perdonavo tutto.
Teodoro Teo Betti aveva 83 anni, una moglie: Luisa, due figli: Lauretta ed Edo.
E vabbè…
Diceva sempre così quando la chiacchierata si prolungava troppo.
Era il suo modo per farmi capire che era arrivato il momento di chiudere.
E allora ciao amico mio, ti sia di compagnia il sorriso dei tanti che ti vorranno bene per sempre.

(testo da Un finale per Teo, PUGILI di Dario Torromeo)



