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Castellucci racconta rimpianti, problemi, gioie e progetti di gloria

Castellucci PP Stefano corde

di Domenico Paris

Un’avventura cominciata oltre 21 anni fa e che, animata da una grande passione e dalla voglia di continuare a sacrificarsi per lo sport amato, venerdì 1 febbraio porterà l’avezzanese Stefano Castellucci (32-7-0, 11 ko) a battersi con Francesco Lezzi (10-13-2, 3 ko) per il titolo italiano vacante dei superwelter nella cornice del PalaPaternesi di Foligno (PG).

A distanza di quasi 11 anni, puoi tornare ad essere campione nazionale della tua categoria. Che effetto ti fa questa sfida?

Mi sembra poco meno di un sogno, sono sincero. Ci sono dei giorni che non riesco davvero a pensare ad altro! Quando sconfissi Tobia Loriga davanti alla mia gente e conquistai la cintura fu un’emozione che ancora fatico a descrivere, ma, dopo una lunga carriera e tante battaglie, arrivare a giocarsi una chance come questa alla mia età (37 anni, ndr) non è da meno. Adesso non resta che coronarlo, questo sogno.

Come ti sei preparato per il match?

La preparazione è durata circa due mesi, durante i quali mi sono diviso tra Avezzano e Cassino. Nella mia città natale, come al solito sono stato seguito da Armando De Clemente, mentre nel frusinate a seguirmi è stato il maestro Giuseppe Tucciarone. Per quanto concerne la parte relativa alla preparazione atletica e al potenziamento mi sono invece avvalso della preziosa collaborazione di Ivan Fedele e Germano Di Cesare. Per i guanti, infine, oltre a tanti ragazzi delle mie parti, ho avuto la possibilità di contare su un prezioso sparring partner, Federico Cerelli.

All’inizio del 2017, la tua stella sembrava offuscata. Poi hai cominciato una lenta risalita che ti ha riportato in alto, fino alla recente e convincente vittoria in Germania dello scorso novembre sul padrone di casa Davide Doria. Che cosa è cambiato?

Al di là delle motivazioni personali e della voglia di riscatto, devo dire un grazie enorme ai già ricordati Ivan Fedele e Germano Di Cesare. Da quando ho cominciato a lavorare con loro, il mio fisico è praticamente rifiorito. Seguendo i loro consigli e attenendomi ai loro metodi di allenamento, non solo sono tornato in una condizione di forma che non vivevo più da tempo, ma non ho più avuto nessun problema a fare il peso. Se li avessi incontrati sei o sette anni fa!

Nel corso del tuo ormai lungo percorso da professionista, hai incrociato i guantoni con i migliori interpreti della categoria italiani e non solo e hai colto allori importanti (oltre al titolo italiano del 2008, anche la cintura intercontinentale WBA l’anno successivo). Quale sarebbe la giusta ciliegina sulla torta?

In quasi 13 anni di professionismo, credo di essermi tolto grandi soddisfazioni, sì. Ho affrontato i migliori pari peso nostrani e sono arrivato a giocarmi anche la chance continentale al cospetto di un fuoriclasse come Leonard Bundu, senza, ovviamente, dimenticare i vari Tobia Loriga, Orlando Fiordigiglio, Nikola Stevanovic o Ceferino Rodriguez. La boxe mi ha dato tanto e constatare che alla mia età sono ancora in pista e pronto a misurarmi per qualcosa di importante, mi rende orgoglioso di tutto quello che ho fatto. Certo, tornare sul trono nazionale sarebbe davvero il massimo. Quindi direi che la ciliegina sulla torta sarebbe tornare ad indossare questa cintura, non voglio guardare oltre.

Quanto la costante necessità di dover continuare a svolgere un altro lavoro ha influito in questi anni sulle tue possibilità di competere a certi livelli?

Credo molto, purtroppo. I problemi della boxe italiana li conosciamo tutti, ma è sempre bene ricordare quanto sia duro da noi portare avanti progetti e sogni per chi pratica questa disciplina. Quando ormai tanti anni fa ebbi l’unica possibilità di potermi dedicare alla sola boxe e di volare negli Stati Uniti, le cose sarebbero potute davvero cambiare: in quei quattro mesi, infatti,  stavo facendo passi da gigante sia dal punto di vista tecnico che da quello tattico e avevo poi il privilegio di potermi cimentare sul ring con atleti straordinari come Mayorga e Cotto. Affrontare anche solo in allenamento campioni di questo tipo, ti fa crescere, ti dà qualcosa in più. Un qualcosa che se avessi potuto sviluppare in un arco di tempo maggiore, forse mi avrebbe portato più lontano. Ma, alla fine dei conti, non ho troppo da lamentarmi. Questo è il mio quarantesimo match. È stata e continua ad essere un’avventura fantastica e piena di soddisfazioni, sono grato al mondo delle dodici corde.

Quando in un futuro che ti auguriamo lontano dovrai fermarti, rimarrai nell’ambiente o ne uscirai definitivamente?

Certo che ci ho già pensato. Il pugilato è e resterà sempre nel mio DNA, ragion per cui, quando sarà arrivato il momento di smettere, mi piacerebbe aprire una palestra e fare l’insegnante. Non fosse altro che per provare a trasmettere alle nuove generazioni il sacro fuoco che, pur in mezzo alle tante difficoltà, anima noi pugili “navigati”.

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