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Quando il criminale diventa "pugile"...

MazzinghiKim

di Gualtiero Becchetti

Spense il televisore e ripiegò il giornale sul tavolino dinanzi a lui. Per quel giorno ne aveva avuto abbastanza di notizie. Soprattutto di un criminale definito pugile senza alcuna giustificazione sportiva, morale e neppure burocratica. Si passò le dita sul volto e senti nitidamente la curvatura innaturale del naso, la pelle inspessita attorno agli occhi per le antiche cicatrici e guardandosi il dorso delle mani ritrovò gli abnormi rigonfiamenti di dolorose fratture. Sì. Lui era stato pugile. Pugile per davvero.

Aveva provocato, deriso e persino insultato gli avversari alla vigilia dei match e questi avevano fatto altrettanto con lui. Li aveva guardati sul ring con pupille dilatate e piene di rabbia e ne aveva subito i medesimi lampi. Aveva colpito con tutta la forza che aveva ed era stato a sua volta colpito. Aveva atterrato il rivale sperando che fosse per sempre.

Quando era caduto s’era rialzato, se ne era stato capace.

Era stato talvolta scorretto, aveva sussurrato cose terribili mentre, faccia sulla faccia, mescolava il sudore e sangue al sudore e sangue di chi gli stava dinanzi. Il cervello e il cuore traboccavano di un furore che gli sembrava odio e intuiva che lo stesso accadeva all’ansimante nemico di quegli istanti quasi eterni. Poi tutto finiva e più forte era stata la sofferenza, più tremendi i patimenti e le paure, più spontaneo e sincero era l’abbraccio che quasi si sovrapponeva al suono del gong. Il colore vermiglio della battaglia trasmutava quasi istantaneamente in colori morbidi, tenui, intrisi di un’enorme stanchezza e di immenso, incancellabile rispetto.

In pochi minuti si erano reciprocamente conosciuti come talvolta nemmeno in una vita intera accade. Poi era tutto finito e con qualche capello grigio sulle tempie era tornato ad essere un uomo normale. Non aveva mai fatto male a nessuno nel tempo che era seguito, senza per questo essere un santo. Non aveva mai dimenticato neppure un volto dei tanti rivali affrontati. A modo suo li sentiva vicinissimi. Pietre miliari del suo percorso di vita. Aveva capito che mai era stato odio quello che l’aveva sorretto e sospinto, ma solo indomabile volontà di vincere.

E ora, davanti allo schermo spento e al giornale ripiegato, si mordeva le labbra per l’affronto subito vacillando tra rabbia e dolore. Non sopportava di sentire offendere se stesso e tutti quelli che come lui avevano calpestato l’arena cordata, a causa di chi veniva confuso per loro eppure mai era passato sotto le fatidiche corde. Non lo sopportava. 

Era sicuro che anche se la boxe non gli aveva fatto spuntare le candide ali da angelo, sicuramente l’aveva aiutato a diventare almeno un uomo perbene.

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