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I verdetti, gli arbitri, i giudici, i tecnici e soprattutto i pugili!

ArbitroAggredito

di Gualtiero Becchetti

Gli arbitri e i giudici da una parte; i pugili e i tecnici dall’altra. Come se si trattasse di due schieramenti non solo estranei ma addirittura “nemici”. La situazione offre purtroppo crescenti segnali di decadimento negli ultimi tempi. Quasi non c’è riunione dilettantistica o professionistica in cui non accadano episodi più o meno spiacevoli sotto gli occhi del pubblico e talvolta dei telespettatori, “omaggiati” talvolta persino con fuori-programma degni dei saloon del Far West.
Come tante volte ho detto, ritengo che coloro che salgono la scaletta che conduce al ring siano la parte più importante e insostituibile della boxe: pugili, maestri e arbitri. Allora, come si può pensare che non facciano parte dello stesso equipaggio? Che non siano sulla medesima barca in mezzo alla stessa burrasca? Eppure è sotto gli occhi di tutti che i rematori vanno troppo spesso ciascuno per proprio conto. Secondo me, una dura “mazzata” alla professionalità di arbitri e giudici fu inflitta, a suo tempo, dalle score machine. Dopo cinque lustri l’Aiba le ha repentinamente gettate tra le cianfrusaglie, insieme a tante altre cose da essa stessa ideate, però i danni erano ormai enormi; non va inoltre dimenticato l’assottigliarsi del numero di coloro che vengono colti dalla “vocazione” d’indossare camicia bianca e papillon.
A parziale alibi, si dice: “In cambio di una manciata di euro e di lunghe trasferte in ogni “buco” della penisola, cosa si vuole di più da arbitri e giudici? Sono già pochi ora e se si pretende troppo si rischia di vederli lentamente scomparire”
Il ragionamento in effetti non farebbe una grinza se sul versante opposto non ci fossero ragazzi che quando risultano vittime di verdetti inesatti, si vedono pregiudicato il futuro e giungono in certi casi persino ad appendere per delusione e rabbia i guantoni al chiodo. In mezzo ad atleti e ufficiali di gara, si pongono i tecnici. Si prodigano lungamente per dare “un capo e una coda” ai giovani e trasformarli in pugili ed é vero che l’amore per i loro li rende non di rado ciechi e sordi di fronte ad un verdetto avverso, ma le furibonde arrabbiature a cui s’abbandonano non sempre sono frutto di “faziosità” per eccesso d’affetto; a volte sono le sviste del collegio giudicante o dell’operato arbitrale a fungere da miccia.
E’ logico che chi rema sulla medesima barca con il mare a forza “6” prenda direzioni diverse? Assolutamente no. E’ possibile che quando il pubblico vede un verdetto diverso dal collegio giudicante abbia sempre torto? Assolutamente no. Se nello stesso match sono sanciti cartellini opposti in termini abissali, qualcosa non ha funzionato. Fermo restando il principio che sia i pugili che i maestri sono tenuti comunque ad un comportamento corretto, qualcosa si dovrà pur fare per ridurre al minimo gli errori nel giudicare uno sport comunque molto difficile, perché non valutabile né con il cronometro, né con il metro, né con qualsiasi strumento incontestabile.
A mio parere, dopo i corsi, gli esami e i successivi aggiornamenti, tanto per cominciare agli arbitri dovrebbe essere resa obbligatoria la frequenza delle palestre quale garanzia di preparazione fisica (E sì! Anche per gli arbitri è necessaria un’adeguata condizione atletica…), ma soprattutto per affinare le capacità di “leggere” ciò accade sul ring. Dirigere le sedute di sparring, apprendere i “segreti del mestiere” direttamente dai tecnici e dai pugili, studiare e riflettere sulle situazioni, farsi ripetere a piacere azioni difficili ed equivocabili sarebbe il valore aggiunto alle competenze già acquisite, in particolare per un giovane alle prime armi. Distinguere una schivata dalla "testa bassa", i colpi legittimi da quelli a mano aperta, la responsabilità reale delle tenute; capire quando un colpo va a segno oppure è bloccato, quando il lavoro al colpo è meno evidente ma più efficace di quello al volto, captare quando la testa è bassa per volontà o perché “affossata” dall’avversario…Sono alcune tra le tante cose che è impossibile imparare sui libri o in qualche settimana di corso e anche arbitrando un paio di volte al mese si rischia di restare sempre “in superficie”. Diciamo la verità...Nei recenti tornei dilettantistici continentali e mondiali si sono visti frequenti arbitraggi di livello imbarazzante!
Quella dell’arbitro e del giudice é una delicata, difficile e grande professionalità che si acquisisce giorno dopo giorno e andrebbe periodicamente verificata. Non c’è altro da fare. L’impegno è gravoso rispetto al ritorno in termini economici e di gratificazione morale? Certamente sì. Ma ai pugili, che sul ring ci salgono per la stessa manciata di monetine e si giocano sogni di gloria e pure i connotati, non va meglio; anzi. La passione è ciò che li accomuna in modo indissolubile e non i soldi che non ci sono più o quasi. Su cento ragazzi che partono, solo una minuscola minoranza arriva alla meta. E’ la legge dello sport. In termini meno perentori, anche per arbitri e giudici dovrebbe valere la stessa regola. I migliori avanti e i peggiori fuori. E non si dimentichi che dall'operato di un arbitro dipende la tutela della salute dei pugili. Le diffuse contestazioni che hanno recentemente riguardato il verdetto dell'Europeo dei leggeri (che il non ho visto...) tra Francesco Patera, il detentore italo-belga, e lo sfidante marcianisano Domenico Valentino (117-110, 117-111, 117-111 per il campione) sono un po' l'emblema della questione. Se tra i dilettanti un verdetto errato è spesso una semplice "rottura di palle" per chi lo subisce e quasi mai ha effetti devastanti se non ad altissimi livelli, tra i professionisti può segnare addirittura la vita del pugile e della sua famiglia. Una cintura importante implica l'arrivo o lo svanire di guadagni anche assai consistenti e ha quindi effetti concreti, reali e non solo "morali". Assegnarla quindi con competenza e onestà é (o dovrebbe essere) un dovere imprescindibile. Sempre!

Eppure, mediante i cartellini e le osservazioni dei commissari di riunione e dei supervisor è abbastanza semplice verificare chi sbaglia e chi no, chi è in forma e chi non lo è, chi ha umanamente errato e chi invece abitualmente erra. Insomma, come tra i pugili anche tra chi dirige e valuta i combattimenti c’è chi ha un futuro e chi invece è “chiuso”, chi ha talento e chi non l’ha.
Per farla breve, arbitri-giudici e pugili-maestri possono e devono riprendere a remare nella stessa direzione nella certezza che il domani sia determinato dalla meritocrazia, che ciascuno può sbagliare però mai per incompetenza né tantomeno per malafede. A turno tutti si arrabbieranno, perché è inevitabile, ma sempre con rispetto e senza secondi fini. La meta comune è una sola: il bene del pugilato.
Altrimenti assisteremo ad un’estenuante e inutile match di pugili-tecnici contro arbitri-giudici da cui uscirà sempre sconfitta la boxe…

https://gualtierobecchetti.wordpress.com/

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