Giorni fa, abbiamo incontrato Emiliano Marsili, ex campione del mondo IBO, nonché ex campione europeo dei pesi leggeri. Una delle personalità maggiori nel pugilato italiano degli ultimi anni, che ha saputo imporre il proprio nome sui più rilevanti palcoscenici continentali ed internazionali. Nel suo palmarès rientrano non solo il titolo del mondo IBO ed il titolo EBU, ma anche i titoli Silver WBC ed Intercontinentale WBA di categoria. Attualmente, a 43 anni, può sfoggiare un record del tutto immacolato, fatto di 39 incontri, di cui 38 vinti ed 1 pareggiato (nel lontano 2006): mai una sconfitta. Si allena, si perfeziona, e ad ogni appuntamento (l’ultimo l’11 luglio scorso) è in grado di sfoggiare prestazioni che, a dispetto dell’età anagrafica, lo confermano attualmente come uno dei combattenti più validi sullo scenario continentale odierno. Ma andiamo a chiacchierare con lui, per farci raccontare come se la passa e cosa ha in programma nei prossimi tempi.

Partiamo dal presente: sei salito sul ring a luglio scorso, contro Brayan Mairena, in un incontro che ti ha visto trionfare per decisione unanime e recentemente mi è capitato di osservare un video, da te postato su facebook, che ti vedeva intento negli allenamenti. Dove ti stai allenando?
E. Marsili: - “Io mi alleno sia a Civitavecchia che a Ladispoli presso il Centro Sportivo “Il Gabbiano” con il mio preparatore atletico Gino Lauro, e inoltre quando sono in prossimità delle gare vado anche ad allenarmi a Roma dal Maestro Italo Mattioli”.
Tutti conosciamo il tuo bel curriculum pugilistico, ma attualmente che obiettivi hai? Quali sono le tue sfide a breve-medio termine?
E. Marsili: - “E’ inutile girarci intorno, la verità è che sono giunto a fine carriera. Attualmente l’unica cosa che desidero è quella di prendermi un’ultima soddisfazione, cioè quella di gareggiare per un titolo mondiale e poi potrò dire stop alla mia attività agonistica. Io, come saprai, ho già vinto un titolo mondiale IBO ed altri titoli importanti, ma il mio obiettivo è quello di vincere un mondiale di maggiore prestigio, ad esempio per sigle come la WBC o la WBA, e poi potrei anche fermarmi. Andrebbe bene anche un mondiale “ad interim”, con il quale sarei campione mondiale a tutti gli effetti. Insomma, vorrei chiudere questi 16 anni di carriera sul ring, con un titolo mondiale di rilievo. E’ l’unico mio sogno, attualmente. Per adesso tra le mani non ho ancora niente di concreto a riguardo, ma ho fiducia totale nella famiglia Cherchi, che attualmente ritengo tra le migliori che ci sia in tutto il mondo dal punto di vista manageriale, e spero davvero che riescano a concretizzare il mio sogno. Ci credo e ci spero”.
Dopo il ritiro dall’attività agonistica ti vedi ancora tra le mura della palestra in qualche altro ruolo?
E. Marsili: “Io già ho tutti i brevetti, anche quello da Tecnico, e mi sto muovendo già da ora perché dopo il mio ritiro vorrò aprire una palestra tutta mia. Non voglio uscire dal pugilato. Voglio stare con i ragazzi, tra le mura della palestra, ai bordi di un ring: lo sport e la palestra ti permettono di rimanere sempre attivo e sempre giovane, sia fisicamente che mentalmente”.
Il rapporto tra pugile e maestro è, come risaputo nell’ambiente pugilistico, molto importante e crea spesso forti legami non solo professionali, ma anche umani tra l’atleta e il suo trainer. Chi ti segue attualmente nelle preparazioni? Quale è il tipo di rapporto che hai con lui?
E. Marsili: “Da poco ho cambiato allenatore. Tutti i titoli che ho vinto sino ad ora li ho vinti collaborando con l’accoppiata Gino Lauro-Mario Massai. Gino Lauro fa il preparatore atletico, mentre Massai era il mio allenatore. Ma il mio rapporto con Mario Massai andava oltre il semplice rapporto professionale. Massai per me è un amico, è una vita che ci conosciamo, da quando eravamo bambini. Il nostro allenatore era Peppe Peris, siamo cresciuti in palestra insieme. Il cambiamento, però, è stato dovuto al fatto che ultimamente si erano un po’ appiattiti gli allenamenti e proprio la lunga conoscenza tra di noi rendeva monotona un po’ tutta l’atmosfera in palestra. Ogni tanto credo sia necessario dare una scossa ai tuoi metodi di allenamento, alle tue stabilità, devi avere soggezione del tuo allenatore. Dopo 20 anni di conoscenza e di amicizia, dopo anni ed anni passati in palestra insieme sia io che lui conoscevamo tutte le preparazioni e gli allenamenti possibili a menadito. Quando è così, i momenti passati in palestra possono diventare troppo ripetitivi e in alcuni casi passivi da parte del pugile, insomma può accadere che dopo molti anni venga a mancarti quella scintilla in più che serve per farti salire sul ring sufficientemente determinato. Il cambiamento di allenatore è stato mosso da queste ragioni”.
Ora facciamo un salto indietro: il 25 gennaio del 2014 affrontavi Pasquale Di Silvio, tua vecchia conoscenza, al Palasport di Tolfa, per il titolo europeo dei leggeri da te detenuto, in un match memorabile per la boxe nostrana del recente passato. Quali sono i tuoi ricordi di quell’incontro?
E. Marsili: “Io e Pasquale siamo grandi amici. Oggi, ad esempio, abbiamo giocato a calcio insieme, a Roma, nella partita Artisti vs Squadra della Polizia. Pasquale per me è un amico, è un grande boxeur ed è un grande professionista a cui andava data una possibilità per il titolo europeo. Ci conosciamo talmente bene ed abbiamo condiviso così tanti momenti in palestra che quell’incontro per noi aveva più il sapore di una seduta di guanti che quello di un match ufficiale. Non c’era quella tensione che si ha quando monti sul ring con un avversario. E, ripeto, lo ritengo davvero un gran pugile, di grande tecnica, e si meritava una possibilità come quella”.
Ti sei laureato campione del mondo IBO il 20 gennaio del 2012, contro Derry Mathews , a Liverpool. Di quel match fuori casa, vinto per TKO, invece, cosa ricordi?
E. Marsili: “Ricordo che il giorno prima del peso per quell’incontro la Federazione Pugilistica Italiana mi chiamò e mi disse che se fossi montato sul ring sarei stato squalificato. Io gli risposi che ormai ero lì, pronto per il match e che quindi lo avrei disputato, e soprattutto che, eventualmente, dopo averlo disputato avrei pagato le conseguenze. Già il giorno del peso, quindi, ricordo che ci fu questa parentesi e questa discussione con la Federazione. Il giorno dopo entrai nell’Olympia, stracolmo di inglesi che ci fischiavano e ci sputavano contro. Io mi ero portato quaranta portuali da Civitavecchia, furono loro ad accompagnarmi. Nessuno avrebbe puntato neanche un euro su di me. Mi davano tutti per sconfitto al 100%. Mi sentivo addosso una grande responsabilità. Dall’altro canto però mi sentivo tranquillo perché avevo fatto una preparazione durissima, allenandomi alla perfezione ed impegnandomi a dismisura per quattro mesi. Quando salì sul ring, nonostante il clima che mi era sfavorevole, per me non esisteva nulla: eravamo io e Derry Mathews. Quando sentì la campanella iniziale andai al centro del ring con la determinazione mentale di chi sa di poter vincere l’incontro e, lentamente, iniziai a vincere, ripresa per ripresa. Ogni volta che sali sul ring devi essere determinato, devi avere voglia di vincere, altrimenti è meglio che non monti per niente sul quadrato. Dopo quel match, al rientro in Italia, ricordo che venni squalificato. Ciò che dissi io fu che, semplicemente, non capivo perché la Federazione invece di elogiarmi per il titolo mondiale vinto all’estero, su un campo ostile come quello, portando in alto i valori del pugilato italiano a Liverpool, preferisse infliggermi due mesi di squalifica. Però, al di là di questo, posso dire anche che proprio grazie a quel titolo mondiale partì definitivamente la mia carriera, perché dopo un anno, non avendo ancora difeso il titolo che detenevo, fui costretto, come da regolamento, a rendere mio malgrado il titolo vacante. Ma non tutti i mali vengono per nuocere, perché abbandonato il titolo mondiale, divenni automaticamente lo sfidante ufficiale per il titolo europeo. Andai a combattere contro Luca Giacon, ed anche contro Giacon (che all’epoca era imbattuto dopo 21 match) vinsi una sfida contro tutti. Nessuno mi dava per favorito, nessuno credeva, prima del match, nella mia vittoria. Il titolo mondiale IBO, insomma, è stata la conquista che mi ha sbloccato la carriera. Senza di esso, forse, non avrei mai combattuto per il titolo europeo, sarei rimasto eternamente impantanato sul titolo italiano, perché nessuno avrebbe puntato su di me. Nelle occasioni in cui portai a casa la vittoria anche da sfavorito, contro Mathews prima, e contro Giacon in seguito, non vinsi tanto io in qualità di pugile, vinse il pugilato in generale”.
Andiamo un po’ più sul pratico: quante ore giornaliere dedichi alla cura del tuo fisico ed alla cura degli aspetti tecnici in palestra?
E. Marsili: “In piena preparazione mi alleno 2 ore la mattina e 2 ore il pomeriggio, tutti i giorni. La mattina faccio potenziamento, ad esempio scatti, velocità, quindi un lavoro che faccio con il preparatore atletico. Il pomeriggio, invece, mi alleno totalmente di tecnica, quindi figure, sacco, guanti. Il primo allenamento lo inizio alle 7 di mattina, mentre il pomeriggio inizio ad allenarmi alle 14.30 circa. Io la sera, poi, lavoro al porto e la compagnia portuale mi da una grande mano quando mi trovo a ridosso delle preparazioni, cercano sempre di venirmi incontro se ho problemi o incompatibilità di orari”.
Sei seguito, oltre che da un allenatore, anche da un nutrizionista per ciò che riguarda l’aspetto dell’alimentazione oppure questo è un aspetto che gestisci da solo?
E. Marsili: “L’alimentazione la curo generalmente da solo, ma non escludo di farmi seguire da un nutrizionista perché io per fare il peso leggero e stare “nel peso”, ad ogni preparazione mi ritrovo a dover perdere circa 8 chili e posso dirti che è dura, davvero molto dura”.
Se dovessi indicarmi i migliori pesi leggeri in circolazionea livello internazionale, in ordine, quali nomi mi faresti?
E. Marsili: “Ti dico subito, senza esitazione, Vasiliy Lomachenko, Gervonta Davis e il campione ad interim per la WBC Devin Haney. Haney, in particolare, ha 20 anni, è un classe 1998, è impressionante. Se mi chiedi i tre migliori pesi leggeri sullo scenario internazionale ti faccio senza dubbio questi tre nomi. Il vantaggio che hanno loro, però, è che alle loro spalle hanno un grandissimo giro di affari, oltre che le televisioni, i giornali ed i grandi sponsor, tutte cose che in Italia mancano totalmente. Un pugile italiano non potrà mai andare ad affrontare Vasiliy Lomachenko, ad esempio, e non solo per un aspetto tecnico. Non potrà mai andare ad affrontarlo perché il pugile italiano non porta soldi, non porta vendite televisive, non porta attenzione mediatica, non porta nulla. Perché un campione come Lomachenko dovrebbe affrontare un pugile italiano, magari anche se forte e preparato? Non ha nessun motivo, ci sono una marea di altri pugili fortissimi negli U.S.A. che per lui è più conveniente sfidare, perché sono più attraenti dal punto di vista mediatico, e ciò è comprensibile. Il pugilato italiano, purtroppo, manca di appetibilità e così anche i pugili italiani, non sono appetibili sullo scenario internazionale. E la televisione e i giornali, potrebbero essere importanti strumenti da sfruttare per aumentare l’appeal dei pugili, per creare più interesse intorno alla boxe in generale, intorno ai campioni nostrani. Io penso questo quando guardo grandi campioni come Lomachenko, Davis e Haney. Non mi fermo, cioè, ad apprezzarne l’aspetto tecnico, rifletto su cosa manchi al pugilato italiano per contare a quei livelli, per essere rilevante anche a livello internazionale”.
Emiliano, ti ringrazio infinitamente della chiacchierata, e ti rivogliamo presto sul ring. Un abbraccio da me e da “BoxeRingWeb”. Buon allenamento.
E. Marsili: “Grazie tante a voi per lo spazio concessomi. Un abbraccio a tutta la redazione di BoxeRingWeb. A presto.”.
Simone Sambucci



