
di Gualtiero Becchetti
Alcuni anni fa, come molti di coloro che stanno leggendo queste parole, mi ero appassionato al rugby. Attraverso una grande e indovinata campagna promozionale, esso era entrato nelle case di tutti e aveva raggiunto in brevissimo tempo un successo straordinario. Da sport di "nicchia" giocato qua e là a "macchia di leopardo" sul territorio nazionale da pochi atleti e davanti ad un pubblico mediamente molto sparuto, era stato proiettato in un batter d'occhio nei grandi stadi ricolmi all'inverosimile e sui teleschermi "importanti", ottenendo un successo clamoroso.
Io di rugby non capivo e non capisco nulla, ma mi aveva affascinato subito per due ragioni: i tanti valori umani e sportivi in comune con il pugilato e la rappresentazione, vestito con la maglia azzurra dell'Italia nell'ambito del mitico "Sei Nazioni", dell'orgoglio, del coraggio, della dignità di un piccolo Davide opposto alla debordante superiorità di cinque Golia, con indosso i colori di Inghilterra, Francia, Irlanda, Galles e Scozia.
Attendevo con ansia le partite e gioivo e soffrivo per i nostri atleti impegnati in una perenne "linea del Piave" di fronte a chi proveniva da dove il rugby è profondamento radicato nella cultura, nel costume, nella mentalità in ogni piccolo angolo di quei Paesi. Mio figlio, assai più esperto di me, fungeva da suggeritore nello spiegarmi quanto accadeva sul campo e io trovavo persino il modo di insolentire l'arbitro e prendermela con i nostri avversari.Tantissime sconfitte, qualche rara soddisfazione, però la speranza di vedere prima o poi l'Italia rivaleggiare da pari a pari con le altre squadre.
Poi, un pochino alla volta, anno dopo anno, il fenomeno rugby é andato appannandosi...
Se n'è parlato sempre di meno, i nomi dei giocatori italiani sono in gran parte cambiati e le dirette televisive, così come l'Olimpico di Roma o il Meazza di Milano, hanno perso spettatori, entusiasmo e calore.
Perché?
Io penso che la risposta sia facilissima: alla "lunga" ci si stanca di perdere sempre, di rinviare ogni volta all prossima la speranza di vittoria...
Davide fa notizia e appassiona se qualche volta batte Golia. Ma se le "busca" soronamente e al massimo resta a galla per un solo tempo eppoi si scioglie, Davide finisce di essere l'indomito giovane che sfida l'impossibile per rivelarsi un fragile ragazzino che le prende, le prende e le riprende ancora...
Non esalta più, non alimenta entusiasmi. Diventa malinconico, noioso, ripetitivo.
E' l'elementare legge dello sport che inevitabilmente emerge. "L'importante é partecipare" vale per un po', ma poi la gente pretende la vittoria di chi sostiene e se non arriva, trova altro a cui riservare attenzione e passione.
Per il pugilato vale lo stesso discorso.
La boxe italiana é in crisi profonda da tanto tempo perché non ha più i protagonisti vincenti e popolari di una volta. E i successi di piccolo cabotaggio non dicono nulla, perché non hanno effettivamente nulla da dire. L'Italia faceva l'alba davanti ad una radio perché c'era la convinzione che "Davide" Nino Benvenuti al Madison Square Garden potesse farcela; si riempiva San Siro perché c'era la speranza che i "Davide" Duilio Loi e Sandro Mazzinghi potessero farcela; ci si accalcava nei palasport perché i "Davide" reali o almeno presunti tali abbondavano e qualcuno su cui puntare si trovava spesso.
Non é più così e gli sportivi, così come pure la gente comune, ha cercato e trovato alternative al pugilato.
Se mai un giorno la natura e le mamme doneranno alla boxe qualche potenziale giovane campione; se la competenza del tecnico saprà plasmarlo o almeno non procurerà danni; se chi governa riuscirà a tracciare per la Noble Art un cammino coraggioso e dagli ampi orizzonti; se non solo l'appassionato ma anche il cittadino comune ricorderà il nome di qualche pugile; se ogni atleta riempirà il cuore, ma anche il portafoglio, con soddisfazioni concrete...Ecco, allora la boxe potrebbe riscattarsi e tornare ai tempi dei vlorosi Davide opposti a qualsiasi Golia.
Altrimenti, lo sappiamo tutti, si continuerà così, senza stimoli, senza sogni, senza alcuna fiducia nelle vittorie quasi impossibili. Si tirerà avanti, insomma. E basta.
Il "sale" di tutto é la vittoria. La medicina sportiva che cura ogni male. Di perdere siamo capaci tutti e proprio per questo vorremmo identificarci nel campione che vince anche per noi. Fungere da punging-ball ci può anche stare, ma per un po', soltanto per un po'...
E quindi?
Quindi non c'é che una sola strada da battere ed é la più difficile, perché tale é sempre la strada migliore: scoprire, costruire, alimentare e lanciare campioni veri. Non quelli del quartiere e del condominio.
Non c'é altra soluzione.
No champion, no party....



