
di Gualtiero Becchetti
Ricordo che per tutta la vita Carlo Duran non ha mai smesso di dire: "La più grande gioia della mia carriera? Quando sono diventato campione italiano!" (Contro Bruno Santini il 24 Luglio 1966 a Torino).
Poi...Duilio Loi, Bruno Arcari, Nino Benvenuti. Tutti campioni d''Italia. Si può dire che sono probabilmente i tre migliori pugili della storia del pugilato tricolore, ma non hanno mai snobbato la cintura nazionale?
Loi infatti affrontò Malè, Uboldi, Marconi (due volte), Formenti, Visintin e Garbelli. Arcari se la vide con Consolati (due volte), Donati, Bianchi e Vargellini. Benvenuti sconfisse Truppi (due volte) e Bettini.
E tra questi match alcuni sarebbero considerati oggi di altissimo livello internazionale, quasi mondiale.
E' strano, strambo, incomprensibile, per certi versi demenziale che un titolo inseguito, conquistato, difeso da autentici fuoriclasse di un passato più o meno remoto (si potrebbero in effetti aggiungere Parisi, Piccirillo, Alessandro e Massimiliano Duran, Vidoz, Sarritzu, Maludrottu, Bundu, Sanavia, Boschiero e tantissimi altri), sia oggigiorno snobbato, sottovalutato magari per privilegiare cinture internazionali di modestissimo livello e destinate per lo più appese alle pareti di casa di chi le ha conquistate, senza nessun altro risultato concreto.
Il titolo d'Italia era e dovrebbe tuttora essere invece il primo fondamentale gradino di un pugile per avviarsi verso le alte vette, l'Esame di Maturità per iscriversi poi all'Università ed aspirare quindi ad una difficile e impegnativa laurea.
Inutile sottolineare come le sfide "vere" tra pugili di casa nostra solleverebbero di certo maggiore interesse della gente e delle televisioni che non incontri valevoli per improbabili cinture internazionali (talvolta persino mascherate sulle locandine, sfruttando il caos delle sigle, da "mondiali" ed "europei" quando non sono né gli uni né gli altri e neppure vi si avvicinano!), tra pugili spesso di modesto livello e ospiti giunti da noi per fungere da vittime predestinate.
Poi, presto o tardi (più presto che tardi!), il ring finisce per rimettere le cose a posto, correggere le doppie zoppicanti e inserire la punteggiatura mancante. Risultato: negli impegni seri e prestigiosi troppo spesso si vede (ahinoi!) come i nostri ragazzi non solo perdano (...cosa assolutamente normale e onorevole quando ci si batte lassù in alto), ma finiscano proprio in briciole, perché inadeguati a cimentarsi in combattimenti duri, raggiunti senza adeguata esperienza e gli indispensabili requisiti tecnici e caratteriali.
Le scorciatoie in discesa dei titoli "comodi" si finisce per pagarle tutte in una volta e brutalmente. Logico e inevitabile.
La riproposizione, il rilancio, oserei dire la riscoperta dei combattimenti valevoli per le cinture italiane é impellente. Almeno secondo il mio personale e modesto parere.
Come fare? A questo dovrebbero pensare il governo del pugilato tricolore e tutti gli addetti ai lavori del settore professionistico. Da parte mia, credo che classifiche nazionali serie, aggiornate e costantemente curate e meditate da chi deve stilarle sarebbero un buon punto di partenza.
Ma ancora di più rendere obbligatorio che un atleta il quale aspiri ad una cintura internazionale abbia in precedenza disputato il tricolore; prevedere borse minime garantite e dignitose per i protagonisti; stabilire termini precisi e inderogabili (se non per cause gravi e accertate) per le difese; lasciare vacante una cintura nel caso una categoria non conti, al momento, su pugili di adeguato livello (il campionato italiano deve ritornare ad essere un dignitoso "biglietto da visita" di tutto il pugilato italiano!); sensibilizzare i vertici dell'Ebu e le altre federazioni del Continente affinché seguano criteri simili o almeno ne siano dovutamente a conoscenza.
E' ovvio che quanto sopra non s'improvvisa da l'oggi al domani, ma da l'oggi al dopodomani sì, perché dopo la pandemia e tutto quanto ne consegue e conseguirà non c'é tempo più da perdere. Temo (ma spero di sbagliare alla grande!) che parecchi dei nostri pugili non li rivedremo più in attività, soprattutto a livello professionistico, così come diverse associazioni dilettantistiche e tante altre componenti del mondo della boxe, oberati da infinite drammatiche necessità quotidiane, personali e famigliari.
Sarà indispensabile tanta competenza, supportata da moltissima competenza e condita con enorme competenza per riprendere il cammino. Si dovranno prevedere aiuti a chi si rimetterà sulle spalle un sacco pesantissimo e la sburocratizzazione di tutto quanto é inutile, irritante, dannoso, dispendioso. Il pugilato con un professionismo in coma é come il Calcio senza la serie A-B-C. Impensabile. Il dilettantismo, per restare nella metafora, é come il germoglio senza il quale la foresta muore, ma la foresta alla fine deve mostrare tantissimi alberi e più verdi, alti e frondosi sono più essa é bella e gradita. E questa foresta é il professionismo.
Ripeto: primo passo decisivo i campionati italiani, sorretti e impreziositi da tutto ciò di cui essi necessitano, compresi i soldi e meno saranno i soldi più saranno indispensabili cervello, fantasia, conoscenza della materia e chiarezza dell'obiettivo da raggiungere. La passione, la simpatia, la cordialità, la pacca sulle spalle, i "favorini e i favorucci", le annotazioni su notes che nessuno leggerà mai, i quattrini sprecati per alimentare attività di cui non frega niente a nessuno se non a chi ne gode, i bla-bla-bla contano ormai zero. Il mondo é brutalmente, crudelmente cambiato. Pure il pugilato.
Lo sappiamo tutti. Anche coloro che dicono di non saperlo.



