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Addio Sandro Mazzinghi, sei stato un grande campione

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Dopo un lungo e straziante addio, all’alba di questa mattina il Guerriero se ne è andato via per sempre.

Sandro Mazzinghi ha vissuto i suoi 81 anni fra tragedie e trionfi.

Ne aveva appena due quando ha scoperto il senso della sofferenza.

Da bambino ha attraversato la guerra. Ne è uscito pronto, già in guardia per battersi contro il rivale più forte che avrebbe mai affrontato. La fame. Quella che gli faceva sognare il pane, gliene faceva sentire il profumo. Per poi svegliarsi e scoprire che erano solo fantasie.

Aveva conosciuto le bombe, che a Pontedera venivano giù senza sosta.

Scappava in barca, lungo le acque del fiume Era. Protetto dall’Erminia, la mamma che gli faceva da scudo con il suo corpo.

 

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Poi era cresciuto e aveva scelto la boxe. A dirla tutta era stata la boxe a scegliere lui, perché Sandro avrebbe voluto fare il ciclista. Magari proprio come Ginettaccio Bartali che adorava, anche se tifava Coppi. Ma le biciclette costavano, mentre a tirare cazzotti ci guadagnava. All’inizio una bistecca, il pane e un po’ di frutta. Poi, con gli anni, era riuscito a comprarsi casa e sistemare il futuro.

Sandro Mazzinghi aveva fatto del ring un posto dove vivere sicuro. Da bambino aveva imparato a muoversi tra le macerie, a lavorare nei campi sino allo sfinimento. Da grande non poteva certo avere paura di un match di pugilato.

Si trovava a disagio nei tre round del dilettantismo, non gli bastavano neppure per mettere in moto quel motore diesel che nascondeva nel corpo. Meglio il professionismo. Un pugno dopo l’altro, senza fermarsi mai.

 

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Era piccolo l’universo dei Mazzinghi. Da una parte, la famiglia. La mamma Erminia, Sandro e soprattutto Guido. Il fratello più grande, quello che per primo in casa aveva tirato di boxe e poi l’aveva lasciata dopo due intense notti parigine. La prima, non priva peccato. La seconda, chiusa con una sconfitta sul ring. Guido era il confidente, l’allenatore, l’amico, il compagno. Insomma, era tutto. Era anche quello che aveva impedito al fratellino di perdersi nei suoi stessi errori.

Accanto a loro, Adriano Sconcerti. Manager per quasi tutta la carriera, saggio nelle scelte e generoso nel concedere protezione.

Sandro aveva un pugilato asfissiante, incalzante. Ti stava davanti e non si fermava mai. Un treno in corsa. Se non schivavi, ti travolgeva.
Jab sinistro,

gancio destro.
Montante destro.
Gancio sinistro,

ancora gancio sinistro.
Saltella sulle gambe. Le spalle si muovono lentamente, seguono un ritmo che viene da lontano. Ascolta una musica che solo lui può sentire.

 

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Andava avanti così per quindici interminabili riprese. L’avversario vedeva restringersi gli spazi, il ring si trasformava in un minuscolo triangolo e Mazzinghi continuava a picchiare. Per l’altro non c’era scelta. Doveva pregare che tutto finisse in fretta.

Era diventato campione del mondo dei superwelter il 7 settembre del ’63. Aveva battuto Ralph Dupas, che aveva sconfitto anche nella rivincita a Sydney.

Poi, il matrimonio. Vera Maffei, la ragazza più bella di Santa Croce, aveva scelto lui. Avevano comprato casa, la stavano arredando.

Uno schianto su una strada ghiacciata. E Vera se ne era andata per sempre, dieci giorni dopo le nozze. Sandro si sentiva un cencio, un’anima distrutta.

Recuperava lentamente di fisico, ma alla testa serviva più tempo. Ogni giorno che passava, quel ricordo diventava sempre di più un incubo. Per riprendere un minimo contatto con la realtà, Mazzinghi tornava a combattere. Sperava che la fatica e il dolore lo aiutassero a vivere.

Attorno a lui il mondo continuava a girare. E un triestino sveglio, sciolto di lingua e ricco di talento, si presentava per riscuotere quello che pensava fosse suo di diritto. Nino Benvenuti aveva vinto l’oro all’Olimpiade di Roma ’60, miglior pugile dei Giochi. Ora inseguiva il mondiale professionisti. Voleva quello che era di Sandro.

Si ingigantiva una rivalità che era sempre esistita. Quel match lo sognava la gente, lo pretendevano gli organizzatori, la Federazione spingeva, i manager smentivano ma erano d’accordo. La tensione cresceva.

Per chi quell’epoca non l’ha vissuta, dico che era un dualismo pari a quello tra Coppi e Bartali, Rivera e Mazzola. Tanto per capirci. Era storia, col tempo è diventata leggenda. La boxe di quei giorni era sport da copertina.

 

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Sandro era diretto, spontaneo, un po’ aggressivo, figlio di un mondo contadino, era uno che aveva pagato con la sofferenza ogni conquista. “Il nostro è un pane inzuppato nel rischio” mi confessava un giorno davanti al camino della sua casa a Cascine di Buti.
Nino veniva da una classe media, aveva tecnica sopraffina, sapeva usare la parola per mandare a segno i suoi messaggi. E sul ring, anche lui era uno spettacolo unico.

La prima sfida, quella del 18 giugno 1965 a Milano, era stata strana. Sandro avanti fino all’inizio del sesto round, quando Nino l’aveva messo ko con un montante destro perfetto, meraviglioso.

La seconda era stata accompagnata da dubbi, delusioni, critiche. Si combatteva a Roma, era il 17 dicembre del ‘65. Vinceva Benvenuti. Ma erano in molti a vedere Sandro campione. Un match di estrema incertezza che dava ai Mazzinghi la conferma di come la stampa non li avesse mai amati. Nel giudicare un combattimento così incerto nel risultato, avevano avuto una sola chiave di lettura. Nino aveva deluso, aveva combattuto sotto il suo livello. In clamorosa minoranza quelli che avevano dipinto quel mondiale come un capolavoro di Sandro, di un uomo che aveva saputo combattere ad armi pari contro un fenomeno come Nino.

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Lungo e sofferto il cammino per tornare in cima.

Sconcerti aveva scelto la strada europea. Cinque vittorie, in altrettanti match per il titolo, riportavano Mazzinghi a giocarsi la cintura mondiale. E, non a caso, contro quel Ki Soo Kim che aveva sconfitto Nino a Seul. In una sfida dai molti punti oscuri, ma aveva pur sempre tolto la corona al nostro campione.

 

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Il 26 maggio del ’68, davanti a quarantamila spettatori paganti, Sandro batteva il coreano in un combattimento di un’intensità fisica e psicologica pazzesca. Un inferno lungo quindici riprese. Un incontro che un pugile può fare una sola volta nella vita. Mazzinghi lo vinceva, si riprendeva il titolo e segnava con la sua prestazione un punto impossibile da superare. Aveva vinto il match più drammatico mai disputato in Italia da un nostro campione. Un incontro di una tensione asfissiante, capace di regalare una felicità così forte da essere quasi dolorosa.

Mazzinghi se ne è andato via circondato dalla moglie Marisa, dai figli David e Simone che l’hanno chiuso in una bolla d’affetto per tutta la vita.

Una volta Nino ha detto: “Sandro, ti invidio. Hai una famiglia meravigliosa”.
Era la verità.

Adesso che il Guerriero non c’è più, lasciamo che le lacrime scendano dai nostri occhi. Se anche i pugili piangono, chiunque di noi può farlo senza vergognarsi.

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