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Ricordando Mazzinghi, uomo e pugile d'altri tempi

Al di là di una rivalità

 

Occupandomi di boxe ho incontrato praticamente tutti i pugili italiani che hanno conquistato un titolo mondiale vero, o che fosse in qualche modo credibile, a partire da Nino Benvenuti in poi, tranne Sandro Mazzinghi. Non amava la ribalta Mazzinghi, non andava in giro a farsi vedere, non cercava ancora quel briciolo di popolarità o l’ultimo applauso, che pure avrebbe meritato. Sarebbe invece venuto a Castrocaro alla Hall of Fame Italiana organizzata da Boxeringweb ma non se l’è sentita perché non stava bene e ha preferito farsi rappresentare e mandare un video di ringraziamento.  Sono nato alla boxe con Benvenuti ma ero troppo piccolo per credere che si potesse tifare contro un pugile italiano, chiunque fosse, e sono rimasto, in questo, piccolo ancora.  Tifavo per Benvenuti, tifavo per Mazzinghi e ho cominciato a seguirli quando fra loro si erano già battuti, in questo ero stato facilitato, non avevo dovuto scegliere. 

Mazzinghi Sandro con Sconcerti

Dei suoi incontri serbo il ricordo di tre in particolare, il primo quello valido per il titolo europeo contro Bo Hogberg vissuto alla radio  e ai più giovani dico provare per credere per poi ricordarmi che la radio la boxe non la trasmette da chissà quando. Quella radio che era in grado di scatenare la fantasia e che è la responsabile prima della mia passione. La seconda occasione fu invece quando vidi in televisione l’incredibile match contro Ki Soo Kim, un qualcosa di innaturale, con il coreano che al 3° round aveva girato le spalle al campione toscano per poi ripensarci. Se l’arbitro avesse dichiarato Mazzinghi vincitore già a quel punto gli avrebbe sicuramente allungato la carriera perché quello che successe nel totale di quei 15 round non poteva che segnare l’apice di una storia sportiva entusiasmante. La terza occasione quando Mazzinghi riuscì a tornare sul ring a 39 anni in Lombardia dopo un conflitto con la FPI che solo uno ostinato come lui poteva sostenere per giunta avendone ragione. Incontrava e batteva tale Richard Adkins per i riflettori di TeleLombardia in un periodo in cui nascevano le prime televisioni private. E, guarda caso, seconda voce a bordo ring, rarità per l’epoca, c’era Nino Benvenuti. Quando si è ragazzi si sogna e si è portati a credere che certe storie possano non finire mai. Speravo infatti che il Mazzinghi del dopo Little, quello che era passato fra i medi e che aveva provato la strada dell’America, potesse ritornare grande ma naturalmente non poteva essere più così. Il pugilato di Mazzinghi era del tipo più dispendioso, quello tipico di chi non si risparmia e perciò non può durare tantissimo. Nonostante la percentuale di vittorie prima del limite e la potenza del colpo, Mazzinghi era un demolitore, non un picchiatore. Picchiatore da un colpo solo era piuttosto Benvenuti che passava “solo” per un tecnico, ma lui, Mazzinghi, se agguantava la preda non la mollava più.  Era uno di quei pugili per i quali disporre le sedie per il pubblico sarebbe stato anche inutile perché i suoi match la folla li seguiva in piedi e, secondo me, in America quel tipo di pugilato gli avrebbe portato fortuna e ne avrebbe fatto, anche lì, un idolo. Ma quella era l’Italia del miracolo economico, dei grandi organizzatori, di quelli che allora non si chiamavano sponsor ma i soldi li tiravano fuori come il commendator Borghi della Ignis. E le radici di Mazzinghi erano qui, e pugilisticamente a Milano, con Mario Sconcerti e Vittorio Strumolo, gli uomini che ne hanno costruito organizzativamente la carriera. Altri tempi, altri pugili, altri uomini, altri dirigenti.  E , di conseguenza, altri pugili. Come Mazzinghi, un guerriero d’altri, purtroppo, tempi.

 
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