Mi fanno i complimenti, ma non riesco a esultare fino in fondo. Ho preso troppi colpi, ho combattuto male. Ho vinto come desidero vincere, è vero, ma sono andato troppo in là. Ho trovato davanti un osso duro. Lo guardo mentre lo circondano e il medico lo visita. Gli tolgono le scarpe. Resta con solo le calze ai piedi. Mi fa ridere. Gli ho fatto male, lo so, ma è stata solo colpa sua. Non doveva resistere tutto quel tempo. L’ho dovuto colpire. Più di quanto fosse necessario. Finalmente si alza. Mi avvicino, lo abbraccio.
E'stato un grande avversario, e mi ha insegnato cosa è il coraggio. Una persona del suo angolo mi chiede la borsa del ghiaccio che ho in testa. Credo che la voglia come souvenir. Gliela regalo con un sorriso di superiorità. Ma non la vuole come souvenir. La mette in testa a Jacopucci. Solo adesso me ne accorgo. Per tutto il match il suo angolo non gli ha mai messo la borsa del ghiaccio in testa. Pazzi questi italiani, penso. Scendo dal ring, lui resta su, a salutare la folla. Tutti lo applaudono in piedi. Se lo merita. Tira baci e si scusa per aver perso. Ha perso, ma a testa alta. Lo rivedo al ristorante. Quando arriva sto mangiando come al solito. Ho fame. Lui entra ma non si siede. Tutti applaudono. Si avvicina e mi sorride. Lo abbraccio di nuovo. Con sincerità e ammirazione.
Leggo nei suoi occhi tanta tristezza. Non potrà tornare a combattere. Dopo un ko del genere non potrà più farlo. Vado in albergo. Riesco a dormire poco. Male. Mi torna agli occhi il viso di quella ragazza bionda terrorizzata. Vorrei fermarmi. Tornare indietro. Non colpire più. Non posso farlo. Non si torna mai indietro. Mi sveglio la mattina ancora più stanco di quando sono andato a letto. Ho dolori dappertutto. Il mio allenatore mi chiama. Ha lo sguardo distrutto. Alan, mi dice, Jacopucci si è sentito male. Lo hanno portato all’ospedale, a Bologna. Sta male. Molto male. E’ in coma. Lo hanno operato. Aveva una grave emorragia in testa. Non si sa se ce la farà. Sta molto male.
Non so quello che mi passa in testa in quel momento. Forse solo un ricordo, ancora il viso terrorizzato di quella ragazza bionda. Non lo so. Voglio andare a Bologna, voglio andare a visitarlo. I giornalisti mi assalgono. I miei secondi mi proteggono, mi scaraventano in macchina. Riesco solo a dire che mi sento distrutto, che non posso credere che lui stia male. Male per colpa mia. Voglio andare a trovarlo, ma il mio allenatore si rifiuta. Il pugilato è uno sport bellissimo e crudele, mi dice. Ci potevi essere tu al posto suo. Ma tu non ci sei. Tu hai vinto. Hai una carriera di fronte. Non ci pensare. Poteva succedere anche a te. Mi convince. Torno in Inghilterra. Dopo due giorni lui muore. Io volevo vincere. Volevo metterlo ko. Non lo volevo uccidere. L’arbitro poteva fermare il match, il suo angolo poteva gettare la spugna. Io dovevo continuare a colpire. Non potevo fare altro. Non lo volevo uccidere. Volevo solo vincere.
Estratto da "Volevo solo vincere. Atto unico liberamente ispirato alla carriera del pugile Alan Minter" (Photocity Open, 2013) di Andrea Bacci