
di Gualtiero Becchetti
Era rincasato dopo una riunione di boxe nella propria città. Era esausto e con mille pensieri che gli ronzavano per la testa.
Eppure non aveva combattuto.
Ma lassù, tra le gradinate del palasport, s’era immedesimato nelle fatiche e nelle sofferenze dei compagni di palestra e gli sembrava di avere sostenuto dodici round. Fece la doccia eppoi, avvolto nell’accappatoio, si soffermò dinanzi allo specchio coperto di vapore, appoggiando le mani sul lavello. Per un attimo si sentì quasi ridicolo in quella posizione, quasi stesse imitando l’ormai decrepita scena di un film allorché il protagonista compie un esame di coscienza scrutando se stesso negli occhi. Invece era tutto vero. Lui, pugile alle prime armi, si stava autoanalizzando, perché la serata appena conclusa gli aveva presentato il conto.
Era stato testimone delle sofferte vittorie di alcuni amici e delle sconfitte di altri. Li aveva visti lottare, sbandare, esaltarsi, prevalere o cedere. Li aveva visti alzare il braccio al cielo o inermi sul tappeto a tentare di rinascere. Li aveva visti pallidi e incerti scavalcare le corde del ring e ridiscenderne segnati in volto con uno stanco sorriso o a testa bassa e una gran voglia di piangere.
Erano diversi da come li conosceva. Erano diversi da quando incrociava i guantoni con loro in allenamento o viveva in palestra l’atmosfera quasi sempre allegra e spensierata dello spogliatoio.
Alcuni li aveva sempre considerati da pari a pari, altri addirittura inferiori, altri ancora quasi irraggiungibili per la loro forza e bravura. Ma ciò di cui era stato testimone soltanto poco prima aveva scompaginato ogni cosa, ogni convinzione.
Con un groppo in gola e la voce imprigionata nel petto dalla tensione ne aveva condiviso l’avventura e per la prima volta, nelle propria verde e breve storia di pugile, si stava guardando dentro come non aveva mai fatto neppure al termine delle sue prime esperienze tra le corde, quando l’adrenalina gli aveva distorto le percezioni.
E si domandò, detergendo con una mano il velo di nebbia sullo specchio, se il pugilato era fatto per lui. I suoi amici, pure quelli che aveva sempre ritenuto inarrivabili, erano stati costretti a soffrire; soffrire come mai si sarebbe immaginato e gli avevano trasmesso talvolta una sensazione di debolezza, di fragilità che ora lo turbava profondamente.
Una lunghissima strada irta di ostacoli, di trappole, di agguati. Questo gli sembrava in quel momento la boxe. Un percorso dove ogni passo in avanti costava tantissimo e invece cadere era questione di un battito di ciglia. Una marcia iniziata da molti, la cui fine era però privilegio di pochi. Laggiù, in fondo-in fondo, dove nemmeno la vista poteva arrivare. E ancora si domandò cosa mai poteva sperare, se pure il più bravo dei compagni di palestra era appena caduto come un fuscello spezzato dalla tempesta.
Gli venne quasi da piangere.
Poi, il freddo che cominciava a penetrargli dentro lo scosse. Non sapeva quanto tempo era rimasto lì, davanti allo specchio come in un confessionale.
“Se l’hanno fatto loro, ci proverò pure io. I miei amici sono stati grandi comunque perché hanno avuto coraggio, hanno stretto i denti, si sono messi in gioco”. Così disse a se stesso.
Era consapevole che sarebbe stato quasi impossibile raggiungere la meta e che prima o poi avrebbe allargato la schiera di coloro che non ce l’avevano fatta. Ma il solo pensiero di averci provato gli sembrava già motivo d’orgoglio.
Se ne andò a dormire e il sonno l’abbraccio rapidamente.
Ora era un po’ meno bambino e un po’ di più uomo. Ed era bastata una sera…



