
“Sono nato a Firenze, zona Careggi. Poi mi sono spostato all’Isolotto, ora vivo a Rifredi. Sono un itinerante. Non mi fermo mai.
Quando la mamma mi portava ai giardini con i ragazzi della mia età, andavo ancora all’asilo, mi mettevo da solo in disparte e mi muovevo come se dovessi fare il vuoto o la ginnastica.
Papà mi ha portato in palestra quando avevo quattro o cinque anni. A vedere, non ad allenarmi. E mi è subito piaciuto tutto. L’odore, l’atmosfera, i rumori.
Il locale era lo stesso di oggi, quello dove insegna il babbo. Prima che nel ’98 la bruciassero, aveva il parquet. Ricordo quelle luci in alto, gialle, diverse da qualsiasi altra luce avessi visto in giro. E poi c’era lo stanzino dei pesi. Non volevano che entrassi, così mi fermavo appena fuori ad ascoltare. Loro facevano cadere sul pavimento i pesi, pensando così di mettermi timore. E invece a me quel rumore piaceva. A volte, raramente, mi permettevano di salire sul ring. Mi guardavo intorno, era bellissimo. È stato amore a prima vista.

Pensa che quando ero ragazzino, mi mettevo in un angolo da solo e facevo la telecronaca come se fossi Rocky Mattioli o Nino Benvenuti. E sul ring, nella mia testa, a battersi per il titolo c’ero io.
Per me la boxe è professionismo. È sempre stata quella la mia aspirazione.

Per me non avere fatto un'Olimpiade è stata un’occasione mancata. Sono arrivato alla fase finale del dilettantismo vuoto. I ritiri continui, il fatto di avere davanti uno come Clemente Russo, personaggio e pugile di caratura importante, il dovere pensare all’inserimento nei gruppi militari come obiettivo da raggiungere, il dovermi sentire più uno da scrivania che uomo da ring mi hanno convinto a cambiare.
È stato difficile lasciare la sicurezza dell'Esercito e le certezze del dilettantismo. Avevo addirittura pensato di smettere. È stato il periodo più buio da quando ho cominciato a fare il pugile. In assoluto il più brutto della mia vita, non solo dell’attività sportiva. Mio padre mi diceva che ero impazzito, che sbagliavo. Sono stato lasciato da solo anche da quelli che dicevano di essere miei amici. I vecchi pensavano che avevo perso la testa. Non sapevo dove ritrovare certezze.

Non dico che i soldi non siano importanti, sarei un ipocrita. Dico che ho sempre cercato entusiasmo in quello che facevo e ho voluto essere coerente andando a rischiare in proprio. Dicevo che il dilettantismo era una fase di passaggio, di crescita, comunque un momento di transizione. E il professionismo era la boxe vera. Con questi concetti nella testa non potevo non fare la scelta che ho fatto.
Non ho vinto titoli assoluti, parlo di europei o mondiali, eppure ho avuto una buona popolarità. Alla gente evidentemente piace la mia semplicità. E chi ama questo sport ha apprezzato la scelta di rischiare nel professionismo andando controcorrente.

Quando sono andato via di casa, sapevo fare davvero poco. Mamma mi vedeva raramente, ero sempre in ritiro, quando tornavo mi viziava. Adesso credo di essere cresciuto. E non solo perché ho imparato a cucinare, ma anche perché ho capito cosa significhi gestire un bilancio familiare. Pagare le bollette, rispettare le scadenze. Fino a quando ero con i miei, pensavano a tutto loro. Sono diventato grande.

Ho sempre visto l'America come il paradiso del pugilato. Da bambino giocavo alla play station e sceglievo la boxe, vedevo Holyfield e Tyson e avrei voluto essere loro. Evander aveva anche i pantaloncini viola, il colore della Fiorentina. Come avrei potuto non volergli bene.

Adesso che sto costruendo la mia carriera sento che la gente di Firenze mi è vicina. Ho tanti sostenitori. Ma se guardo avanti credo che dovrei scoprire altri posti. Per crescere bisogna uscire dal guscio. Il fiorentino vede solo Firenze, e questo non è un bene. Il mondo va scoperto.
La sconfitta con McCarthy è acqua passata. Per mesi interi non ho pensato ad altro. Ho recriminato su quello che avrei potuto fare, su come sarebbe potuto finire quel match. Ma ora basta. Sono tornato a lavorare. Sudore e sacrificio hanno lavato ogni malinconia.


L'ultima volta che ho combattuto, sono salito sul ring con la maglietta della Fiorentina. Visto come è andata forse avrei fatto meglio a mettere quella della Juventus, magari mi avrebbe portato un po' piùù di fortuna. Scherzo. Andrò su con un classico completo bianco. Il pugilato è sport di testa e di fisico, certamente non vinci o perdi per il tipo di maglietta che indossi.
Sono pronto, si ricomincia".



