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La sfida mondiale tra Chavez e Parisi, Las Vegas 8 aprile 1995... (video)

paris chavez

 

 

Las Vegas, aprile 1995.

Chavez ha finito l’allenamento, le porte si aprono ai giornalisti. Il messicano ha un cappelletto jeans calato sulla testa. Un largo sorriso accoglie la prensa italiana.
“L’Italia? Conosco Benvenuti, gli spaghetti, Gullit e Van Basten”.
Preferisco chiudere qui l’argomento.
Lui mi apre subito il cuore alla speranza.
“Parisi non ha neppure una possibilità di vincere. Lo metterò ko. Sarò un toro che attacca travolgendo tutto quello che troverà sulla sua strada. Sono tornato alla forma dei giorni d’oro. Ho nei pugni la potenza di sempre. È vero, lui è veloce e corre molto. Ma non potrà nascondersi. Se pensa di trovarsi davanti un campione nella fase conclusiva della carriera, si sbaglia di molto”.
Sdraiato sul tappeto Giovanni Flash Parisi continua a farsi torturare da Bocciolini che gli scarica sugli addominali un pallone medicinale da cinque chili.
“Contro Chavez sarò al 75% della condizione fisica, ma non sarà un problema. Solo due volte ho combattuto al massimo: all’Olimpiade di Seul ’88 e nella rivincita con Antonio Rivera. Ho dovuto svolgere un programma troppo intenso in poco tempo. Ma non cerco scuse. Sono qui per vincere. Mentirei però se dicessi che non avverto la tensione, il peso della responsabilità. Spero solo di riuscire a fare il mio pugilato, perché se sarò in grado di farlo Chavez perderà. Dico se perché potrei anche farmela sotto al momento di salire sul ring per un evento così importante. Succede. Speriamo non tocchi a me. Non ho mai pensato a lui come un pugile nella fase calante della carriera. È sempre un fuoriclasse. Ma sono fiducioso”.
Sorride.
“Sono pronto alla guerra. Sono pronto a soffrire. Conosco Chavez da quattordici anni, l’ho visto la prima volta su una tv privata milanese, faceva un match in otto riprese. Mi ha impressionato. I miei idoli erano Salvador Sanchez e Wilfredo Gomez, lui era un giovane che stava crescendo. È diventato un fuoriclasse”.
Parisi è un uomo solo, e questo comincia a farmi paura. È qui a Las Vegas circondato dal clan, ma si muove come se non avesse nessuno accanto. È cresciuto con la certezza di potersi fidare solo di sè stesso.
Sempre più spesso si chiude in stanza e fa allontanare tutti.
Ieri è andato a trovare un altro solitario, uno che si sente solo anche quando è circondato da un mare di folla.
Mike Tyson lo ha salutato con affetto.
JC ha un’espressione serena, rilassata. Il clan gli crea attorno un muro impenetrabile e lui si gode la tranquillità.
Steve Farhood e Bert Randolph Sugar giurano sulle possibilità dell’italiano.
Ma Parisi non riceve giovamento da questi attestati di stima. Mi confessa i suoi timori.
“In questi giorni mi è sembrato di essere in carcere. Ho sbagliato ad arrivare qui così presto. Non so cosa fare, come passare il tempo”.
Ha attaccato tre foto di Chavez allo specchio della sua camera d’albergo. Vuole averlo sempre davanti, non dimenticare neppure per un secondo che il nemico è lui.

 

 

Las Vegas, 8 aprile 1995


Non va come speravo.
Può parlare bene del match di Parisi solo chi non ha stima in lui, chi si è sentito felice per il fatto che sia finito in piedi. Io penso che Giovanni sia un campione e allora dico che sono deluso.
Alla fine avevo 12 punti per Chavez.
Attenzione però a non confondere la realtà, non è stata una punizione. Giovanni non è stato massacrato dai colpi, anche perché l’altro è sembrato appagato di quello che riusciva a fare senza doversi sforzare più di tanto. La delusione viene dal fatto che Parisi non ha mai provato a vincere.
È stata proprio una brutta notte.       
Parisi si chiude nella roulotte che fa da spogliatoio, non ha alcuna intenzione di parlare con i giornalisti.
Alla fine ci ripensa e dà il via a un'intervista per lunghi tratti surreale.       

È andata male, Giovanni.                   
“Stavolta è stato più forte, ma non è più forte di me”.
È sembrata una brutta sconfitta.    
“Chavez non mi ha dato una lezione, tecnicamente non è più bravo di me. Sono andato ai punti contro uno che ha messo ko 80 avversari su 96. Per lui questa è stata una sconfitta”.
Ma se ti ha sempre infilato in velocità con il suo sinistro…
“Vero, ma io sono salito sul ring dopo aver regalato due anni della mia carriera a Chavez. Ero in giro per il mondo, viaggiavo anzichè combattere. Dovevo fare tutto da solo. Dopo quattro riprese avevo capito che non ce l’avrei fatta. Mi sono sbloccato solo dopo l'ottavo round, prima ero carico di tensione, come se mi fossi dovuto portare dietro un enorme peso”. 

Deluso?                              
“No, sono amareggiato. È la prima sconfitta della carriera. Quella con Rivera non conta. Lì non c'ero io sul ring”.                       
Non hai mal dato l'impressione di potercela fare.
“Ero disabituato alla tensione del ring, ai meccanismi tecnici. Fisicamente stavo bene, ma non ero in condizione di esprimermi al massimo. Non finisce qui. So fare bene e so farlo per dodici riprese. Chavez è lento, sono stato io a farlo sembrare veloce”.

Al secondo round sei andato al tappeto.
“Sono andato giù più per la tensione emotiva che per l’efficacia del colpo”.

Un giudice ha dato 12 punti di vantaggio a Chavez. Gli altri due ne hanno visti 9. Sei d’accordo con questi cartellini?
“I giudici si sono comportati come se fossero i cugini di Chavez. È protetto. Avevo perso al massimo per quattro punti”.

Senti Giovanni…
“Io sono un campione e anche un gentiluomo. Ho fatto un match duro, mica una partita di calcio. Eppure sono qui a rispondere alle vostre domande. Non ho voglia di parlare di pugilato. Mi aspetta un lungo viaggio di ritorno che non sarà tanto allegro. Dovrò riflettere su molte cose, i problemi non sono solo legati alla boxe. Sono stanco. Grazie”.

È stata proprio una brutta notte.

Cover copia 2

 

(estratto dal capitolo Flash e il Mito, SOLO COME UN PUGILE SUL RING di Dario Torromeo, Absolutely Free Libri, 350 pagine, 15 euro. Prenotabile sui siti online e in libreria. In vendita da giovedì 15 aprile)

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