Ogni qualvolta assistiamo a verdetti assurdi con enormi differenze di punteggio ci chiediamo quale match i giudici abbiano visto.
Se poi leggiamo i cartellini, restiamo increduli nel constatare la totale divergenza di giudizio delle singole riprese.
Chi segue in buona fede il pugilato professionistico pensa che un giudice e un arbitro chiamati a decisioni importanti per la carriera e la salute di un pugile debbano, per forza, essere preparati e attentamente selezionati.

Purtroppo in molti casi non è così.
Conosciamo arbitri giudici divenuti tali per strane combinazioni.
Addetti alla sicurezza promossi al delicato compito grazie alla conoscenza con il federale di turno. Ex pugili dilettanti mandati sul ring a dirigere incontri professionistici confidando esclusivamente nell’abitudine a muoversi sul quadrato. Come non ricordare i figli di dirigenti delle varie sigle dell’alfabeto nominati arbitri internazionali per "divina" parentela.
Gli stessi osservatori talvolta sono persone senza alcuna competenza della materia. Supervisori improvvisati partecipano in viaggio premio a prestigiose riunioni senza conoscere i regolamenti e persino incapaci di sommare i punteggi in presenza di richiami ufficiali.
Arbitri Giudici disonesti e corrotti? No, banalmente inesperti o incapaci.
Ma non è solamente colpa loro. La responsabilità è anche in capo alle federazioni e alle sigle internazionali che accettano tutti senza una pur minima distinzione.
Basta pagare la tessera annuale, partecipare a proprie spese alle varie convention e si diventa ufficiali di ring.
Responsabilità che pesano anche a casa nostra.
Quando la boxe divideva il primato di popolarità nazionale con il calcio e il ciclismo, il corso promosso dalla Federazione Pugilistica Italiana era una cosa seria e si diventava aspiranti arbitri giudici dopo un anno di studio e pratica sul ring. Da quella severa selezione sono uscite personalità di alto profilo che hanno dato lustro all’Italia nel mondo.
Come sappiamo oggi il pugilato è uno sport per pochi intimi e di conseguenza è notevolmente ridotto il numero dei candidati. Sono accettate persone che non solo non sono mai entrate in una palestra di boxe, ma è benvenuto anche chi non ha mai sentito nominare Floyd Mayweather Jr. Le ore di frequenza sono state ristrette al minimo per non spaventare i partecipanti e tutti sono promossi nella speranza che almeno un paio mantengano vivo il desiderio di arbitrare o giudicare .
Il risultato è l’assoluto appiattimento della categoria e di chi la dirige.
Vediamo arbitri ricevere promozioni per match titolati senza aver mai diretto un incontro di neo pro. Salgono sul ring tesi come corde di violino e vanno in affanno per mancanza di preparazione, non solo fisica. Poco lucidi e indecisi chiudono il combattimento al primo colpo, ma non intervengono quando il pugile è in reale pericolo.
Giudici incapaci di restare concentrati per dieci round, ma particolarmente sensibili alle sollecitazioni esterne.

Ex tesserati AIBA con sola esperienza dilettantistica ricevono incarichi quali supervisori di campionati professionistici.
Questo è il frutto della gestione di dirigenti ripiegati su loro stessi sempre pronti all’autocelebrazione e molto abili politicamente a consolidare le proprie posizioni ultra ventennali. Sono, poi, anche a sviluppare rapporti di convenienza con gratificazioni a pioggia in prossimità dei rinnovi elettorali, ma incapaci di individuare i pochi dotati di talento.
Scelte d’altronde sempre avvalorate con indifferenza dai diversi presidenti e consiglieri che per anni si sono dimenticati della boxe senza maglietta.
Arbitrare e giudicare un incontro fra giovani schoolboys è cosa completamente diversa rispetto dirigere e valutare pugili professionisti.
Così come non basta essere laureati in medicina per operare a cuore aperto, anche nella boxe non è sufficiente avere in tasca una tessera per arbitrare il professionismo.
Serve praticantato e specializzazione per non uccidere il paziente.
Se l’attuale Federazione non vuole affossare la rinascita del professionismo italiano, deve intervenire con assoluta urgenza.
Non basta uno sbiadito slogan elettorale per cambiare lo stato di fatto.
Occorre ripristinare nella classe arbitrale una seria scala meritocratica .Serve una drastica e concreta riforma del settore arbitrale che definisca la separazione delle carriere, con un rinnovato programma di formazione specialistica affidata a persone competenti e di comprovata esperienza.
Platone diceva : Il capolavoro dell'ingiustizia è di sembrare giusto senza esserelo!
DISTRAZIONI SECONDA PUNTATA



