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I protagonisti della nostra storia. Rocky Mattioli, il Guerriero italo-australiano

RockyMattioli

 

di Dario Torromeo

Il 14 maggio del ’78 l’ho visto combattere per la prima volta da bordo ring.
Rocky Mattioli era campione del mondo dei superwelter per il WBC, difendeva il titolo contro Josè Duran allo Stadio Adriatico di Pescara. C’erano più di quindicimila persone, nonostante la ripresa televisiva.
È difficile capire, per chi non ha vissuto quella realtà, cosa fossero quei tempi. Quale posto occupasse la boxe nel panorama sportivo italiano.
Rocky non si concedeva molto, parlava poco, con i giornalisti aveva un rapporto complesso, era diffidente. Ricordo la prima intervista, nel seminterrato di una palestra romana. Mi aveva dato una mano Salvatore Cherchi, che accompagnava l’italo australiano in quella trasferta. Finito l’allenamento avevamo fatto una breve chiacchierata. Preferiva stare sulle sue, non gli piaceva parlare del privato. Ma anche se aveva risposto senza entusiasmo, mi aveva messo dentro una gran voglia di vederlo in azione. Aveva qualcosa nello sguardo, nel modo di allenarsi, nel confronto con un giornalista sconosciuto, che lo dipingeva ai miei occhi come un uomo pronto alla sfida. In effetti lo era, sempre. Un guerriero che non si tirava mai indietro. Non mi ero sbagliato.

Se lo vedevi sul ring, non potevi non innamorarti di quel campione.
Coraggioso, aggressivo, entusiasmante nella sua opera di demolizione dell’avversario. Giuseppe Signori, un grande giornalista, lo paragonava a Sandro Mazzinghi. E portare a casa un complimento del genere, voleva dire davvero tanto.
Ha combattuto quattro volte al Palasport dell’Eur, a Roma. Non appena i miei concittadini leggevano quel nome, si precipitavano al botteghino. Amavano la sua boxe spettacolare. Oscillamenti sul tronco in fase di avvicinamento, per poi scaricare ganci e montanti una volta agganciato il rivale. Mai un passo indietro, sempre avanti fino a quando la missione non poteva considerarsi conclusa.
Era stato così che il 6 agosto del ’77 aveva conquistato il titolo mondiale. Due sinistri avevano chiuso il conto. Eckherad Dagge, tedesco (sul piano pugilistico) cresciuto prendendo e dando pugni nelle taverne e nei bar di Amburgo, era finito ko. E tutto questo era accaduto a Berlino, in casa del nemico.
Come Mazzinghi, anche Rocky era nato per combattere. Glielo aveva imposto una gioventù difficile. Era nato a Ripa Teatina, in Abruzzo. La stessa cittadina, in provincia di Chieti, in cui era venuto al mondo Pierino Marchegiano, il papà di Rocky Marciano. Non a caso, proprio Ripa Teatina è legata da profondo affetto, chiamiamolo pure amore, ai due Rocky. Li celebra ogni anno in uno spettacolare Festival dedicato al peso massimo, con l’italo-australiano spesso ospite d’onore.
Mattioli aveva cinque anni quando la sua famiglia era partita per l’Australia, destinazione Morwell nello stato di Victoria, non lontano da Melbourne. Erano andati a raggiungere il papà, che lì aveva trovato lavoro.
Rocky era dunque un emigrante, piccolo di età e fisico, incapace di parlare la lingua locale. Un incubo. Ad aggravare la situazione, c’era quel corpo magro, senza muscoli. Smilzo al punto che gli altri lo chiamavano beffardamente acciuga.
La palestra e il pugilato l’avrebbero aiutato a far crescere l’autostima, gli avrebbero regalato coraggio e fiducia, oltre a un fisico compatto e muscoli d’acciaio.

All’epoca dei fatti, Umberto Branchini era già un manager affermato. Rappresentava una rarità nel panorama italiano. Era uno che si documentava leggendo qualsiasi pubblicazione al mondo parlasse di boxe. Su una rivista australiana, Fighter, aveva scoperto il nome di Rocky. Aveva cominciato a seguirne le imprese. Quando Efisio Pinna, pugile della sua scuderia, era stato ingaggiato per un match in Australia, aveva deciso di inviare laggiù suo figlio. Avrebbe avuto il compito di seguire il peso leggero cagliaritano e allo stesso tempo prendere contatto con questo Mattioli.
Giovanni Branchini aveva diciotto anni, lavorava per il mensile National Geographic. Si trovava in Indonesia per un servizio fotografico.
Veloce inciso. Un salto nel tempo. Oggi Giovanni è diventato un importante procuratore di calcio. Un nome, tanto per capire di cosa io stia parlando. Ha portato all’Inter, Ronaldo Luis Nazàrio de Lima. Il Fenomeno. Ma all’epoca, parlo della seconda metà degli anni Settanta, era ancora indeciso su cosa fare da grande. L’idea sarebbe trovata qualche tempo dopo. Ricordo il momento in cui mi ha confessato l’intenzione di lasciare la boxe, sport in cui lavorava a tempo pieno. La amava, ma già vedeva le complicazioni che nel tempo sarebbero arrivate a caricare di nuvole nere il panorama. Eravamo a Jesi, nel maggio dell’87, per il match tra Angelo Musone e Leon Spinks. Passeggiando nel pomeriggio, mi aveva detto cosa avrebbe fatto della sua vita lavorativa una volta rientrato a Milano. Il calcio, ecco quale era il suo futuro.

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Torniamo al campione.
Dopo avere visto all’opera Rocky, Giovanni lo ha contattato. Mattioli era un pugile spettacolare, anche se ancora un po’ grezzo (ci avrebbe pensato Ottavio Tazzi, alla Doria di Milano, a limare tecnica e strategie). Non avrebbe deluso.
A Umberto Branchini era sempre piaciuto tanto.
“Uno dei più grandi che io abbia mai amministrato, un tenore che aveva il do di petto. Grande pugile, uomo esemplare. Vorrei averne avuti altri come lui” (cit. da L’avventura, l’incredibile storia di Umberto Branchini, scritto da Mario Bruno per EDB Libri).
Mattioli entrava nella storia della boxe italiana nella seconda metà degli anni Settanta. Il 3 aprile ‘76 affrontava Bruno Arcari a Milano.
Il 34enne Bruno saliva dai superleggeri, Rocky era un 23enne dalle grandi potenzialità. Finiva pari, applausi per tutti.
Mattioli era una macchina da guerra, puntava e attaccava. Aveva rapidità nell’azione a corta distanza, possedeva una forza di volontà eccezionale. Vinceva il titolo contro Dagge, lo difendeva contro Elisha Obed e Josè Duran, entrambi battuti prima del limite.
Lo perdeva contro Maurice Hope, al Teatro Ariston di Sanremo in un match altamente drammatico. Era il 4 marzo del 1979. Rocky arrivava alla sfida dopo un brutto infortunio subìto nel match contro Freddie Boynton sei mesi prima. “Frattura alla mandibola” aveva sentenziato il medico a bordo ring, diagnosi in seguito confermata.
Recupero veloce, avversario tosto. Hope era uno che sul ring si faceva rispettare. E poi, quella notte, tutto congiurava contro il nostro campione.
Gong, primo round.
1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9, 10, 11, 12.
Mattioli andava giù, un gancio sinistro dell’inglese lo centrava alla mascella e gli infliggeva il knock down. Istintivamente, proteggeva la caduta appoggiando il guantone destro sul tappeto. Ma lo appoggiava male, si fratturava il polso. Erano passati appena dodici secondi dall’inizio del mondiale.
Combatteva otto riprese sopportando un dolore pazzesco, usando solo il braccio sinistro. Reggeva il confronto, impari sul piano fisico e psicologico. Alla fine, nell’intervallo tra l’ottava e la nona ripresa, si arrendeva. Il titolo volava in Inghilterra.
Hope prometteva una rivincita, teneva fede alla promessa.
Il 12 luglio 1980, al Conference Centre di Wembley, i due si ritrovavano sul ring. Il fatto che il nostro pugile avesse contrastato per oltre metà match l’avversario, potendo usare solo un braccio, aveva reso ottimisti tifosi e giornalisti italiani. Le cose però non sarebbero andate come molti speravano.
Mattioli attaccava, pressava, si muoveva sul tronco. Ma non tirava colpi, o almeno ne tirava troppo pochi per sperare di vincere. Maurice Hope lo dominava. E conservava il titolo in un match che si sarebbe sempre portato dietro un alone di mistero. Rocky non ha mai spiegato perché sul ring si fosse comportato in modo così inusuale per lui.
Tornava a combattere, metteva assieme cinque vittorie e una sconfitta. Poi, si ritirava.
Conclusa l’avventura sul ring, si è trasformato in un istruttore, un preparatore atletico. Vive a Milano, è comparso nei videoclip Non è un film degli Articolo 31 e Hiyet Jdida di KarKarda. Ha lavorato anche nel programma televisivo Ti aspetto fuori. Ha pubblicato l’autobiografia: Rocky. Quando suona il gong, combatti e basta (Editore Magenes, 1979).
La sua boxe spettacolare, la generosità sul ring, dove non si è mai risparmiato, ha conquistato il cuore dei tifosi. Si sa, il popolo della boxe, per i guerrieri ha sempre avuto un debole. In questo caso, l’affetto è ampiamente meritato.


nuova 1

Sabato 29 ottobre nel salone d'onore di Palazzo Albicini, a Forlì, si terrà la quarta edizione della Hall of Fame del Pugilato Italiano. Saranno celebrati sei protagonisti della nostra boxe. Rocky Mattioli di Dario Torromeo è il sesto ritratto della galleria di campioni.

Gli altri cinque:
Enrico Venturi
di Vittorio Parisi
Mario D'Agata di Franco Esposito
Valerio Nati
di Flavio Dell'Amore
Umberto Branchini
di Gualtiero Becchetti
Michele Piccirillo
di Davide Novelli
Li potete trovare in homepage, sotto la rubrica
Hall of Fame 2022.

 

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