Sono trascorsi cinquanta anni da quando alle 11.20 del 25 gennaio 1973 il giapponese Masao Ohba, 23 anni, in quel momento campione mondiale dei pesi mosca, passava a miglior vita a seguito di un incidente automobilistica quando era alla guida della sua nuova fiammate Chevrolet Corvette.

Da quel momento, nel cuore e nel ricordo degli appassionati giapponesi, il nome di Oba diventava leggenda con l’appellativo di “Campione Eterno”.
La sua prematura scomparsa ha lasciato numerosi interrogativi su quali traguardi avrebbe potuto raggiungere.
A giudizio di chi scrive Ohba è stato il miglior pugile della storia giapponese prima della debordante esplosione del “mostro” Naoya Inoue.
In sua memoria riproponiamo nuovamente l’articolo già pubblicato su questo sito l’11 febbraio 2022.
Nella storia del pugilato giapponese il 25 gennaio resterà una data piena di tristezza e di un dolore che non potrà essere mai cancellato dalla memoria degli appassionati.
49 anni fa, a soli 23, moriva tragicamente in un incidente automobilistico Masao Ohba (35-2-1), in quel momento campione mondiale dei pesi mosca versione WBA, negli anni a venire soprannominato “l’eterno campione”.
La sua morte prematura ha lasciato agli storici più domande che risposte riguardo i traguardi che avrebbe potuto raggiungere nella sua carriera, anche se quello che ha fatto sino al momento della scomparsa fu a dir poco fantastico.
Masao nacque nel 1949 a Tokyo. Suo padre si guadagnava da vivere lavorando in una fabbrica, come operaio. Ma la sua dipendenza dal gioco d'azzardo faceva si che il suo salario venisse spesso sperperato, facendo così conoscere la povertà al figlioletto.
Nonostante tutti i suoi difetti, suo padre era un fanatico del pugilato, passione che trasmise a suo figlio, che sin dalla scuole elementari sapeva che avrebbe dovuto fare qualcosa di notevole per essere ricordato da tutti e per cambiare le fortune della sua famiglia
Come per molti dei migliori pugili, la boxe avrebbe potuto rappresentare la via d'uscita dalla povertà.
Dopo essersi diplomato alla scuola media, il giovane Ohba iniziò a lavorare il giorno presso un negozio di dolciumi, mentre la sera si allenava per diventare un pugile.
Nel 1965 riuscì ad entrare a far parte della famosa palestra del Teiken Gym, già allora presieduta da Hakihiko Honda, e nonostante avesse un fisico minuto, che lasciava scettici gli allenatori, mise subito in mostra un notevole talento supportato da una grande volontà di sfondare.
Per realizzare il suo obiettivo, il futuro campione mondiale, si allenò duramente riuscendo a rinforzare il suo fisico gracile mettendo su sette kg di muscoli, minimo sindacale per avere qualche chance di successo, in concomitanza alla crescita della sua tecnica ancora acerba.
A soli 17 anni per Ohba arrivò il momento di iniziare la sua carriera professionale.
Il suo match d’esordio fu uno spettacolo. Mise KO dopo soli 48 secondi della prima ripresa il connazionale Kazuyoshi Watanabe.
Lo staff della Teiken, nonostante la giovanissima età del ragazzo, si rese finto di avere tra le mani un talento prodigioso con le stimate del campione e iniziò a farlo combattere frequentemente.
Qualche inciampo nel suo inizio di carriera Masao lo ebbe.
Perse l’imbattibilità al suo settimo incontro di fronte ad uno sconosciuto e pareggiò il suo undicesimo match.
Da allora mise insieme una striscia vincente di sette incontri, durata sino al combattimento del settembre del 1968 contro il connazionale Susumu Hanagata, futuro campione WBA, che si aggiudicò il match di strettissima misura.
La sconfitta non scoraggiò più di tanto ne Ohba ne i suoi gestori che dopo poche settimane programmarono per lui un nuovo incontro che si aggiudicò ai punti, buttandosi così alle spalle la battuta d’arresto con Hanagata.
Ad inizio del 1969 Ohba conquistò prima il titolo di campione nazionale, sconfiggendo ai punti Speedy Hayase, e in seguito quello orientale a spese di Tsuyoshi Nakamura.
Dopo questi successi per Ohba iniziò la scalata alle posizioni di vertice delle classifiche mondiali.
La definitiva consacrazione avvenne a fine 69 quando Hakihiko Honda ingaggiò il filippino Berbabè Villacampo, fresco vincitore della cintura WBA grazie al successo di due mesi prima su Hiroyuki Ebihara, incontro dove però non era in palio il titolo mondiale.
Ohba riuscì a prevalere sul campione in carica dimostrando di essere oramai pronto per combattere per il titolo mondiale.
Purtroppo per lui, Mr Honda non fu in grado di allestire la rivincita immediata con Villacampo, che alla prima difesa lasciò il titolo mondiale nella mani di Berkrerk Chartvanchai.
Il neo campione thailandese fu però costretto a difendere il titolo contro Ohba, n. 1 della classifica, accettando la ricca offerta della Teiken per combattere in Giappone.
Il match venne fissato per il 22 ottobre 1970 al Nihon Auditorium di Tokyo.
Masao non si fece sfuggire la grande occasione combattendo magnificamente. Fu protagonista di un match feroce e di grande lucidità tattica allo stesso tempo, demolendo sistematicamente Chartvanchai, che alla vigilia fece un enorme fatica a rientrare nei limiti di peso della categoria, sin dal primo rounds.
Alla sesta ripresa il campione era già al limite penalizzato anche da due taglii al volto. L’epilogo si ebbe alla tredicesima ripresa quando l’arbitro interruppe il match dopo tre brutali atterramenti subiti dal thailandese.
Oba, a soli 21 anni, si laureò così campione mondiale dei pesi mosca, il primo nella storia del Teiken Gym.
Tre mesi dopo la conquista del titolo Masao tornò sul ring sconfiggendo lo svizzero Fritz Chervet, in più di in occasione campione europeo della categoria, per kot alla ottava ripresa in un incontro senza titolo in palio, disputato alla Korakuen Hall di Tokyo, mitico tempio del pugilato Giappone.
Nel successivo mese di aprile Ohba era atteso dalla prima difesa del titolo dove si sarebbe trovato di fronte il fortissimo venezuelano Betulio Gonzalez.
Al Nihon Auditorium di Tokyo, davanti a 7.000 spettatori, Masao respinse l’assalto di Gonzalez, grazie ad un verdetto ai punti di strettissima misura (72-70, 72-71 e 71-70), disapprovato sia dallo sfidante che da parte del pubblico presente in sala, in considerazione che la terna arbitrale era composta da giudici giapponesi.
In quella occasione Ohba controllò il match per tutte le quindici riprese in programma, pur senza dominare. Nel finale forzò il ritmo guadagnando quel punticino sufficiente ad assicurargli la vittoria.
Archiviata tra le polemiche la pratica Gonzalez, il campione giapponese disputò due incontri senza titolo in palio battendo in nove riprese a San Antonio in Texas Rocky Garcia e ai punti lo statunitense Tony Moreno alla Korakuen Hall.
Iniziarono in quel momento a manifestarsi per il fuoriclasse giapponese i primi problemi a rientrare nei limiti di peso della categoria.
In quel periodo storico non era ancora stata creata la categoria dei s.mosca, motivo per il quale Ohba e il suo staff si trovarono di fronte al dilemma se combattere ancora tra i pesi mosca, pur con notevoli sacrifici, o passare tra i gallo dove avrebbe però concesso vantaggi ad avversari meglio strutturati.
Alla fine il campione giapponese continuò a combattere tra i pesi mosca consapevole però dei sacrifici e dei pericoli che avrebbe dovuto affrontare arrivando alla vigilia dei combattimenti prosciugato.
Il successivo sfidante mondiale sarebbe stato il filippino Fernando Cabanela, pugile di grande temperamento e molto aggressivo.
Il match, disputato nell’ottobre del 1971 a Tokyo, terminò con l’indiscutibile successo ai punti del campione in carica al termine di una prestazione che impressionò la critica e il pubblico presente in sala.
Dopodiché si crearono le premesse per l’ “operazione vendetta”, ossia” il rematch contro Susumu Hanagata, dal quale venne battuto nel 1968, evento molto sentito dagli appassionati giapponesi per la rivalità e lo spessore dei due combattenti.
L’incontro venne fissato per il 4 marzo 1972 a Tokyo.
Ohba dominò la prima parte del match riuscendo con la sua abilità tecnica ad evitare le serie di colpi portati dallo sfidante.
Dalla settima ripresa la pressione asfissiante di Hanagata iniziò a dare i suoi frutti e i suoi ganci iniziarono ad andare a segno con sempre maggior precisione.
Ad un certo punto sembrava che lo sfidante potesse essere in grado di chiudere il match prima del limite. Ma Ohba rispose agli assalti di Hanagata come solo i veri campioni sanno fare ovvero con grinta, determinazione e raffiche di colpi pungenti.
Gli ultimi due rounds furono drammatici e videro Ohba mettere costantemente a segno l’ultimo colpo di ogni scambio rispondendo agli attacchi di Hanagata con combinazioni rapide e precise.
Alla fine, con il pubblico in sala tutto in piedi ad applaudire i due contendenti, protagonisti di un incontro epico, il verdetto dei giudici favorì Ohba per MD (74-69, 72-68 e 71-71) che così ottenne la sua vendetta.
Purtroppo la prematura scomparsa di Ohba non rese possibile la “bella” tra i due campioni che sarebbe stata, dal punto di vista commerciale, uno dei più grandi affari della storia del pugilato giapponese.
Tre mesi dopo il successo su Hanagata, Ohba tornò sul ring per affrontare il panamense Orlando Amores, pugile elegante con un buon pugno, che si presentava a con un ottimo record (25-1 18 ko) ma al quale non veniva concesso un credito sufficiente per poter detronizzare il campione.
Le cose non andarono proprio così.
Amores partì alla grande mettendo a segno un brutale gancio sinistro che mandò al tappeto il campione giapponese. Nonostante fosse ancora scosso dall’atterramento, Ohba rimase aggrappato con le unghie e con i denti al match sperando di sopravvivere all’incalzare del panamense che continuò incessantemente ad inseguire la sua preda per il resto del round. Il suono della campanella arrivò al momento giusto per salvare il campione che necessitava di una pausa per riordinare le idee e per evitare che i pronostici della vigilia venissero stravolti.
Lo sfidante iniziò la seconda ripresa allo stesso modo in cui aveva finito la prima, facendo barcollare con colpi efficaci il detentore. Tuttavia, Ohba, piano piano riuscì a riacquistare le energie e a riordinare le idee, mettendo a sua volta in difficoltà Amores.
Dopo una terza ripresa nella quale entrambi i contendenti, coscienti di non poter sostenere un ritmo così frenetico, tirarono il fiato e una quarta favorevole allo sfidante, si arrivò al quinto round che verrà ricordato come uno dei più spettacolari e drammatici a cui si sia assistito.
Dopo una serie di attacchi reciproci, il campione lanciò un offensiva che ha costrinse Amores a ripiegare alle corde. Messo alle strette venne investito da una raffica di almeno una ventina di colpi a due mani che lasciarono inerme il panamense che crollò al tappeto dove rimase sino al momento che l’arbitro decretò il giapponese vincitore del match.
Per Ohba fu questo un nuovo trionfo anche se il rischio corso era stato grande.
Dopo una vittoria per KO alla quinta ripresa contro il domenicano Natalio Jimenez, in un match senza titolo in palio, il campione giapponese era ora atteso ad una nuova difesa del titolo contro un altro terribile sfidante: il thailandese Chartchai Chionoi, dal 1967 al 1970 titolare della versione WBC, la cui carriera era gestita da Umberto Branchini.
Il match venne fissato per il 2 gennaio 1973 a Tokyo e fu " il match dell'anno ".
Anche in questa occasione, così come con Amores, Masao rischiò il tracollo nel corso della prima ripresa dopo essere stato centrato ed atterrato da un potente gancio destro di Chionoi, dimostrando di essere vulnerabile nei primi rounds.
A complicare il difficile momento contribuì anche la distorsione della caviglia avvenuta nella caduta, circostanza che costrinse il suo angolo a ridurre il gonfiore applicando impacchi di ghiaccio tra un round e l’altro.
Dopo aver iniziato la seconda ripresa zoppicando vistosamente il campione giapponese riuscì a contenere l’aggressività iniziale di Chionoi, prendendo in mano gradualmente le redini del match, entusiasmando il pubblico presente all’Auditorium per il gran numero di colpi spettacolari portati.
La svolta arrivò nel corso della dodicesima ripresa.
Al termine dell’ennesimo scambio selvaggio, Ohba mise a segno un terribile gancio destro alla mascella che scosse Chionoi che per sua sfortuna non cadde subito subendo ancora le terribili serie del campione prima di essere atterrato.
Il thailandese si rimise in piedi, forse un po’ troppo frettolosamente, ondeggiando visibilmente e con le gambe malferme e nonostante ciò l’arbitro diede il suo OK alla prosecuzione del match.
Ohba captò immediatamente l’occasione propizia che gli si presentava e da quel momento fu spietato scatenandosi in attacchi furiosi ed efficaci fino a che il mai domo Chionoi crollò sfinito all’angolo con l’arbitro che interruppe l’incontro salvandolo da una punizione eccessiva.
Anche in questa occasione Ohba dimostrò di avere il cuore di un guerriero superando un inizio di match disastroso, al cospetto di un avversario fortissimo che poco tempo dopo avrebbe conquistato il titolo mondiale lasciato libero dal giapponese.
Nessuno avrebbe mai osato immaginare che quello con Chionoi sarebbe stato l’ultimo incontro del fuoriclasse nipponico.
Mentre il suo staff stava valutando la possibilità di ingaggiare il fuoriclasse messicano Miguel Canto, campione WBC, o se farlo passare tra i pesi gallo, il 25 gennaio del 1973, Ohba perdeva la vita nel corso di un incidente automobilistico.
Solo tre mesi prima aveva preso la patente ed aveva acquistato una fiammante Chevrolet Corvette, un automezzo probabilmente troppo potente e pericoloso per un ragazzo di 23 anni, con una limitata esperienza di guida.
Mentre percorreva una delle autostrade di Tokyo, superando di gran lunga il previsto limite di velocità, Ohba andrò a scontrarsi contro un camion che viaggiava nella corsia opposta, morendo sul colpo.
Una fine che ha molte analogie con quella di un altro fenomeno delle dodici corde, ossia l’immenso peso piuma messicano Salvador Sanchez, deceduto nel 1982, anche lui 23enne, anche lui per incidente automobilistico quando era alla guida della sua Porsche bianca, anche lui in quel momento campione mondiale.
Ad ucciderli, oltre che allo schianto, fu la grande ricchezza sopraggiunta alla grande povertà nonché alla bramosia di riscatto dopo le ristrettezze della gioventù.
A giudizio di chi vi scrive Ohba, in seguito soprannominato “il campione eterno”, merita di essere inserito nella classifica dei migliori pesi mosca di tutti i tempi e al secondo posto della classifica P4P del pugilato giapponese dietro al “mostro” Naoya Inoue.
Gli appassionati non potranno mai dimenticare il suo cuore, il suo coraggio, le sue capacità di recupero, la sua velocità di esecuzione, la sua dinamicità, la sua lucidità tattica e la ferocia di quando intravedeva la possibilità di chiedere il match, qualità che lo hanno portato a diventare una leggenda, anche se non compiutamente espressa, del nostro sport.
Max



